Dario Eugenio Nicoli

Oramai i disordini di piazza che puntualmente si ripetono nei nostri autunni, specie quelli studenteschi, seguono un canovaccio sempre uguale: sulla scia di eventi che stanno accadendo in altri paesi, viene convocata una manifestazione da sigle riconducibili in gran parte a partiti e sindacati della sinistra, con parole d’ordine simili a quelle d’oltralpe. La procedura iniziale è quella legale: una domanda in prefettura dove viene indicata la piazza dei raduni, gli orari ed il percorso. Da qui parte una mobilitazione dentro le scuole e sui social.

L’evento avviene inizialmente in modo pacifico con cortei, alcuni cartelli, slogan, qualche bandiera, discorsi con i megafoni e una grande presenza di giornalisti e gente comune che riprende ciò che sta accadendo. Ai lati del percorso si raggruppano i poliziotti antisommossa che si limitano ad osservare.  Ma sempre più spesso si notano qua e là gruppetti di ragazzi con il volto coperto …..

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Don Paolo Gessaga

Vogliamo partire ricordando che un italiano su tre festeggia Halloween, ciò  inquieta e pone delle domande. Prima di tutto se la nostra fede conduce ad una moralità, se dentro di noi abbiamo dei valori solidi e sicuri in grado di permetterci di capire le scelte da operare per mantenerci saldi con le nostre radici prima di tutto educative. Appunto pensate la popolarità di Halloween sta crescendo esponenzialmente. Gli americani spendono oltre $ 9 miliardi di dollari all’anno per Halloween, rendendola una delle migliori vacanze commerciali del Paese. Inoltre, un quarto di tutte le vendite annuali di caramelle si verifica durante la stagione di Halloween negli Stati Uniti. Cos’è Halloween che rende così popolare il 31 ottobre? Forse è il mistero o solo le caramelle? Forse l’eccitazione di un nuovo costume?  Cosa dice la Bibbia su Halloween?

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Don Paolo Gessaga

Il giorno 04 ottobre,  ricordiamo san Francesco d’Assisi patrono d’Italia nel suo ottavo centenario del trapasso verso la vita eterna.  Il suo messaggio, in realtà, ha da tempo superato i confini religiosi per diventare patrimonio universale. Non è solo il santo delle stigmate o il fondatore di un ordine monastico, ma la figura di un uomo che, nella sua radicalità, ha scelto di vivere senza nulla per riconoscere in tutto la presenza del divino. Cosa resta della sua eredità? Il Parlamento italiano ha recentemente reintrodotto il 4 ottobre come festa civile, segno di quanto il “povero di Assisi” parli ancora a una società alla ricerca di senso. Non è un ritorno nostalgico al passato, ma il riconoscimento di una parola che ha forza politica, sociale e spirituale. Celebrare Francesco significa aprirsi a una visione più ampia di fraternità e responsabilità collettiva. 

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Don Paolo Gessaga

Perché scrivere in una civiltà oramai assorbita dal digitale? Che significa? Che in pochi secondi, utilizzando internet piuttosto che l’intelligenza artificiale, si hanno risposte di qualsiasi genere che un tempo avrebbero richiesto per lo meno una ricerca da condurre su enciclopedie piuttosto che nelle biblioteche. Il gusto del libro stampato, del cartaceo per intenderci, non è del tutto perduto, capita ancora di osservare persone che in treno leggono libri. Perché dico questo? Semplicemente per motivare la mia scelta che dura da oltre vent’anni di scrivere, di mettere su inchiostro (si fa per dire) quanto penso, studio, ascolto e osservo della realtà. La mia passione? I testi che riguardano principalmente tre argomenti: la storia locale spesso analizzata a partire da biografie, i pellegrinaggi per lo più lenti, ossia a piedi, e la famiglia per la quale ho condotto diversi studi. Scrivere mi appassiona, è vero, ma molto di più sentire le risposte dei lettori che avendo letto qualcosa mi danno delle dritte in positivo ed in negativo. Del resto, ogni libro è principalmente una provocazione a pensare, a capire, ad entrare in un argomento

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Dario Nicoli

Un Istituto tecnico industriale aperto dalle 8:00 alle 16:30, senza smartphone e con attività che aiutano gli studenti ad arginare l’ansia e imparare a stare con gli altri a scuola ed anche nel lavoro una volta diplomati. È quanto ha deciso di fare l’ITI Marconi di Dalmine in provincia di Bergamo e che il dirigente Maurizio Chiappa ha spiegato in una recente intervista.

Tutto nasce da due constatazioni: l’allarme crescente degli insegnanti sullo stato di ansia diffuso tra gli studenti che rende difficili i rapporti con gli altri, riduce l’attenzione ed indebolisce gli apprendimenti. Questo viene messo in relazione alla loro abitudine a trascorrere da soli l’intero pomeriggio a casa, visto che entrambi i genitori lavorano, rischiando così di diventare dipendenti dagli smartphone. Da qui l’aumento di assenze ed i casi preoccupanti di ritiro sociale, che vengono gestiti dalle famiglie cercando di ottenere una diagnosi da legge 104 sperando in tal modo di facilitare il raggiungimento del titolo di studio.

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Dario Nicoli

«Hai sentito cos’è successo a Trescore?» «No, che cosa?» «Un ragazzo di terza media ha accoltellato la sua professoressa di francese che ora è ricoverata al Papa Giovanni. È grave. Non si sa il motivo che l’ha spinto a compiere questo gesto».

Subito mi vengono alla mente altri casi di violenza, ma erano lontani. Ora il senso di sgomento è ingigantito dalla vicinanza del luogo in cui questa tragedia è accaduta. Una scuola normale che conosco, entro un paese normale di provincia come quello in cui abito, come ce ne sono tanti. Non riesco proprio ad immaginarlo: provo sgomento e dolore.

Cerco di informarmi, perché dev’esserci per forza qualcosa che ha scatenato questa tragedia: forse è un ragazzo con problemi, forse c’è sotto qualcosa di torbido, forse è uno straniero come gli egiziani dell’istituto di Sesto San Giovanni, forse… Niente di tutto questo: lo studente è un tredicenne bergamasco senza alcun precedente di disagio psichico o di violenza, una persona normale, magari un po’ timida (ma chi non lo è a quell’età?) che vive con la mamma perché i genitori sono separati (ma quanti altri ce ne sono nella stessa condizione?). Non andava male a scuola.Continua

Silvia Grigolin

In questo mese di marzo il terreno su cui stiamo lavorando si presenta all’inizio del percorso con qualche pianta di carciofo e rosmarino, poi un arco che sarà di rose porta ad un giovane frutteto di semi antichi, la serra è sulla sinistra e, in centro, un punto di ritrovo dal quale proseguire e arrivare infondo, ad un piccolo stagno e a siepi e more. Alla fine di tutto, un cancelletto da attraversare di rado, per lasciare spazio a chi, di notte, lascia tracce e solchi visibili al giorno. Ogni tanto il vento piega il canneto lungo il fosso e ci ricorda che a pochi minuti di auto il mare soffia.

Da qualche tempo, come associazione Family Way APS, stiamo piantumando un terreno che vorremmo potesse essere di tutti. Un luogo che un tempo era destinato ad aratro e trattore e che un domani potrebbe essere spazio in cui poter sostare, raccogliere un frutto o ascoltare il cielo. L’idea è che quel canneto possa piegarsi ancora per altri bambini e per altre mani di rughe che li accompagneranno. Questo mi rassicura. Così come mi rassicura una mia assodata certezza di educatore e pedagogista.
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Dario Nicoli

L’istituto Comprensivo Statale “Alda Merini” è una scuola ad Indirizzo Musicale che si trova nella periferia nord ovest di Milano, una zona non semplice, limitrofa al quartiere di Quarto Oggiaro.  È diretto da Angelo Lucio Rossi, una guida visionaria e insieme concreta, con l’indispensabile sostegno di Rossella Viaconzi, una vicepreside entusiasta e tenace, specializzata nel risolvere problemi che sembravano all’inizio insolubili.

Si tratta di una Scuola della comunità: una ventina di associazioni e fondazioni del territorio, i singoli cittadini ed i genitori offrono agli alunni le migliori opportunità per la loro formazione e crescita divenendo tutti protagonisti dell’opera educativa comune.

La scelta di fare dello sport, della musica e dell’arte, del giardinaggio, dei laboratori fondati sull’intelligenza delle mani e delle altre attività, delle concrete vie educative capaci di suscitare i dinamismi dell’intelligenza degli alunni, ha prodotto un moto di rivitalizzazione del curricolo; non si è trattato solo di innovazioni frammentarie e di breve durata, ma di un vero rinnovamento che, come un vento favorevole, suscita le esigenze ed i desideri reali degli alunni e sospinge le barche degli alunni nell’avventura della conoscenza.Continua

Donata Gradinati

L’articolo “per una scuola viva” di Dario Nicoli, mi riporta indietro nel tempo, ai ricordi della scuola elementare “G.Mazzini” di Varese (1964/1967).

Mi corre un brivido lunga la schiena quando penso alla maestra di prima, seconda e terza elementare. Colei che divenne la mia maestra, di nome Anita, non molto alta, magrissima, paragonabile a Crudelia De Mon, per il suo aspetto fisico, era da tempo cliente abituale del ristorante di proprietà dei miei genitori. Già mi sgridava ancor prima di averla come insegnante, quando mi divertivo a “rompere le scatole” agli affezionati clienti fissi che mi adoravano e sorridevano nel sentire l’insistente e assordante ticchettio dei miei zoccoletti di legno, risuonare e preannunciare il mio arrivo nella grande sala del ristorante ” Del Ghiaccio” di cui ero la mascotte. Lei acido essere umano, mi prendeva per un braccio, mi tirava in disparte e cominciava a farmi la predica. Rivedo il movimento veloce delle sue piccole labbra, rigorosamente ricoperte da un importante strato di rossetto rosso. Tutti sorridevano al mio arrivo e mi invitavano a far ancora più rumore con i miei zoccoletti di legno, solo lei, scura in volto, mi scrutava in modo severo.Continua

Bruno Perazzolo

Per chi, come me, viene da una formazione che ha avuto nella biologia e nell’ecologia dei sistemi, due fondamentali pilastri, riconoscere nell’uomo il necessario legame con il suo ambiente naturale iscritto nei comportamenti innati e nella sua dimensione affettiva (la sua parte più antica) non è certo un problema. Anzi! Però, è palese che l’uomo non è solo questo. L’intera famiglia dei Sapiens (100.000 – 200.000 anni fa) offre grandi evidenze della presenza, diffusa e ordinaria, di utensili e di rituali religiosi. Fatti, questi, che dimostrano chiaramente, già tra questi ominidi, la presenza della competenza linguistica e, quindi, della produzione culturale: l’altra colonna della nostra umanità.

Ma cosa c’entra tutto questo con il centralismo? A mio parere c’entra, eccome se c’entra! Un paio di domande possono chiarire il punto su cui intendo argomentare. Cosa accade ad una comunità quando viene privata di uno dei suoi fondamentali fattori culturali?
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