Don Paolo Gessaga

Vogliamo partire ricordando che un italiano su tre festeggia Halloween, ciò  inquieta e pone delle domande. Prima di tutto se la nostra fede conduce ad una moralità, se dentro di noi abbiamo dei valori solidi e sicuri in grado di permetterci di capire le scelte da operare per mantenerci saldi con le nostre radici prima di tutto educative. Appunto pensate la popolarità di Halloween sta crescendo esponenzialmente. Gli americani spendono oltre $ 9 miliardi di dollari all’anno per Halloween, rendendola una delle migliori vacanze commerciali del Paese. Inoltre, un quarto di tutte le vendite annuali di caramelle si verifica durante la stagione di Halloween negli Stati Uniti. Cos’è Halloween che rende così popolare il 31 ottobre? Forse è il mistero o solo le caramelle? Forse l’eccitazione di un nuovo costume?  Cosa dice la Bibbia su Halloween?

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Prosegue la riflessione sugli angeli con questo articolo che ci invia Don Paolo Gessaga e che volentieri pubblichiamo

Don Paolo Gessaga

La gioia non è un sentimento del momento, una specie di sensazione che proviene da un evento ben riuscito come può essere un risultato ottenuto da una competizione piuttosto che da un buon “affare”. È invece per un credente la dimensione interiore che accompagna e illumina la quotidianità. Di che cosa dobbiamo gioire? Della presenza del Signore in mezzo a noi, del fatto che ci convoca per celebrare la Messa, il dono della sua misericordia capace di perdonare e ridarci vigore e slancio per percorrere la via del bene. Sì l’arcangelo Michele, guida degli angeli contro le potenze demoniache è il nostro protettore, la sua spada con l’azione divina vince ogni resistenza del maligno e favorisce la conversione dell’animo di ciascuno. C’è un’illusione con cui sempre tentiamo di convivere: l’idea che, in fondo in fondo, la nostra vita stia nelle nostre mani, il nostro futuro dentro i nostri progetti. Continua

Bruno Perazzolo

In un suo recente articolo intitolato “Noi e gli angeli: ascoltiamoci in silenzio”, Donata Gradinati illustra – con molta umiltà, quasi si trattasse del resoconto di pensate eccentriche suscitate da una conferenza dal titolo curioso, “vivere con gli angeli” – le idee che le sono balenate in testa nel corso e dopo quell’evento. In effetti, ad una prima lettura, è questa l’impressione che si ricava dal testo: una serie di associazioni di sapore romantico, riflesso di una bella serata trascorsa in buona compagnia. In breve, un frammento di incanto come se ne possono incontrare tanti, più o meno evanescenti, nella nostra come nelle “vite degli altri”. Però, se lo si rilegge con maggiore attenzione, si può facilmente capire che l’articolo dice ben altro toccando punti cruciali del nostro modo di stare e sentire il mondo. Per chiarire questa mia sensazione, proverò a sviluppare un ragionamento a contrario partendo da questa domanda: cosa comporta vivere senza gli angeli?

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Bruno Perazzolo

L’articolo di Dario “Vivere senza promesse è inumano”, il richiamo al discorso di Papa Leone XIV, mi hanno riportato al nostro “manifesto per un modo di vita più umano”. In particolare, al secondo punto: quello del LEGAME o dell’APPARTENENZA. In mio contributo parte dalle loro conclusioni: che cosa rende la nostra vita parzialmente vuota? Piena di cose inutili che non bastano mai! Come se mancasse qualcosa di essenziale! Con l’auspicio che possano risultare pertinenti, “butto là”, in forma ultra-sintetica, un paio di argomenti aggiuntivi, un paio di associazioni che mi sono passate per le mente leggendo il testo che Dario ci ha proposto.
L’individuo occidentale sembra intrappolato tra due estremi opposti. Da un lato la ragione. L’idea che un ordine meccanico possa essere costruito ARTIFICIALMENTE per ricadere poi, interamente, sotto il nostro controllo. È la promessa messianica / salvifica della tecnologia.
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Bruno Perazzolo

Nel precedente articolo “Il Manchesterism di Andy Burnham: una risposta democratica alla minaccia populista” ho mostrato come la travolgente ascesa di Andy Burnham non sia stata un improvviso “naso di Cleopatra”, ma il risultato di un percorso ventennale sulla via pragmatica della devolution. Il suo profilo si è imposto sia sui populisti di Reform UK sia nel Labour, non per aver inventato il decentramento e l’autonomia, ma per avergli conferito la dignità di una strategia politica guidata da un profondo rinnovamento morale. È da qui che prende vita il cosiddetto Manchesterism. Ma che cos’è, essenzialmente, il Manchesterism? Prima di entrare in argomento, premetto che il mio interesse è qui focalizzato esclusivamente sul modello. Lascio quindi da parte l’indagine sui motivi che hanno portato il partito laburista ad accogliere idee in contraddizione con il suo passato prevalentemente centralista e tecnocratico. Al riguardo, mi basta, per ora, la spiegazione dello stesso Burnham: per la sinistra si tratta dell’ultima chance per rimanere politicamente significativi evitando di cedere ai populisti quel che resta della propria base popolare. Idem per quanto concerne la coerenza di Burnham.

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Arturo Campanella

Affrontare cinematograficamente l’Odissea costituisce, per qualsiasi regista, un’impresa quasi temeraria. Non soltanto per l’ampiezza del racconto, la molteplicità degli episodi e la varietà degli scenari, ma soprattutto perché nel poema convivono significati che eccedono continuamente la trama: il viaggio e l’avventura, l’inganno e la fedeltà, la violazione della legge divina e la ricerca di un ordine perduto, lo smarrimento e il ritorno, il desiderio e la rinuncia, la vendetta e la difficile riconquista della propria identità.

Non si tratta di semplici motivi narrativi, ma di forme fondamentali dell’esperienza umana.

Ulisse non è soltanto l’eroe che cerca di tornare a casa. È un reduce che, terminata la guerra di Troia, deve attraversare una seconda guerra, forse ancora più difficile: quella contro ciò che la guerra ha prodotto dentro di lui. È sopravvissuto grazie all’astuzia, alla dissimulazione, alla capacità di assumere nomi e identità differenti, ma proprio queste qualità, che gli hanno consentito di salvarsi, rischiano ora di impedirgli di riconoscersi.Continua

Dario Eugenio Nicoli

Poeta letterato, cantastorie, fustigatore dei costumi e del mal tempo che corre, compagno di pranzi e bevute e cultore del piccolo borgo natio. Ma in fondo anche sognatore di una condizione di pienezza della vita. Tante sono le personalità di Francesco Guccini, una figura composita, ma certo non armonica, se consideriamo la chiave della sua vita fornitaci da lui stesso nell’Avvelenata: cercare con costanza di “mantenersi vivo”.

L’arte di cui è stato un grande esponente si alimenta della potenza della parola, come ha scritto nel suo ultimo libro Calde le pere!: “le parole sono importanti, ci fanno imparare ad amare”. E Guccini, gran parlatore, non le ha mai sprecate, impegnandosi da artista-artigiano per far sì che i suoi testi potessero dire qualcosa di vero.Continua

Don Paolo Gessaga

   Papa Leone ha presentato il 25 maggio la sua prima enciclica: Magnifica Humanitas. Essa si colloca nel solco della dottrina sociale della Chiesa e affronta la custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Il punto centrale è la dignità umana davanti alle trasformazioni tecnologiche, soprattutto quelle legate all’intelligenza artificiale; il titolo stesso suggerisce un richiamo alla grandezza dell’umano in un tempo in cui le tecnologie digitali possono amplificare o restringere la libertà e la responsabilità personale. Il riferimento alla Rerum novarum scritta da Leone XIII nel 1891,  è importante perché la Chiesa sta accostando la rivoluzione dell’intelligenza artificiale a una svolta storica paragonabile a quella industriale dell’Ottocento. L’idea è che, come allora il magistero intervenne su lavoro e questione sociale, oggi debba offrire criteri etici su tecnologia, lavoro, conoscenza e relazioni sociali.

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Dario Eugenio Nicoli

L’Odissea fa parte delle opere classiche, quelle che non propongono solo una storia, ma hanno un potere rivelativo che costringe ogni epoca e a esplicitare quale idea abbia dell’uomo, del bene, della libertà e della verità.

Il confronto tra l’Odissea di Christopher Nolan (2026) e quella The Return di Uberto Pasolini (2024) è estremamente significativo. Ogni film è sempre un adattamento, a condizione che conservi il nucleo dell’opera, con buona pace dei filologi sempre in lite sull’autenticità storica dei due capolavori di Omero; ciò che emerge in queste due versioni è però il contrasto tra due antropologie, segno del tormento che ci attraversa nel tempo che stiamo vivendo.

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Bruno Perazzolo

Questo articolo prende spunto dal contributo di Sara Parola, pubblicato su PensarBene, intitolato “Forse la causa non è la meritocrazia”……….. Se non ho inteso male, la tesi centrale che Sara sostiene afferma che non meritocrazia, ma l’individualismo e il suo “compagno di viaggio”, l’utilitarismo, sarebbero le cause dello slegame sociale, del declino della comunità, della trasformazione del luogo abitato in dormitorio e di chi lo abita in una specie di turista sempre alla ricerca di nuove opportunità. Bene! Se non fosse che per un piccolo – grande dettaglio, potrei dire di essere d’accordo al cento per cento con Sara. Ma c’è, pur sempre, quel dettaglio che, a guardar bene, dettaglio non è, che mi spinge a fornire una risposta, almeno dal mio punto di vista, il più possibile completa sui motivi per i quali insisto nel riproporre la centralità del fattore meritocratico rispetto alle attuali, maggiori, criticità dei sistemi democratici.Continua