Arturo Campanella

Affrontare cinematograficamente l’Odissea costituisce, per qualsiasi regista, un’impresa quasi temeraria. Non soltanto per l’ampiezza del racconto, la molteplicità degli episodi e la varietà degli scenari, ma soprattutto perché nel poema convivono significati che eccedono continuamente la trama: il viaggio e l’avventura, l’inganno e la fedeltà, la violazione della legge divina e la ricerca di un ordine perduto, lo smarrimento e il ritorno, il desiderio e la rinuncia, la vendetta e la difficile riconquista della propria identità.

Non si tratta di semplici motivi narrativi, ma di forme fondamentali dell’esperienza umana.

Ulisse non è soltanto l’eroe che cerca di tornare a casa. È un reduce che, terminata la guerra di Troia, deve attraversare una seconda guerra, forse ancora più difficile: quella contro ciò che la guerra ha prodotto dentro di lui. È sopravvissuto grazie all’astuzia, alla dissimulazione, alla capacità di assumere nomi e identità differenti, ma proprio queste qualità, che gli hanno consentito di salvarsi, rischiano ora di impedirgli di riconoscersi.Continua

Don Paolo Gessaga

   Papa Leone ha presentato il 25 maggio la sua prima enciclica: Magnifica Humanitas. Essa si colloca nel solco della dottrina sociale della Chiesa e affronta la custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Il punto centrale è la dignità umana davanti alle trasformazioni tecnologiche, soprattutto quelle legate all’intelligenza artificiale; il titolo stesso suggerisce un richiamo alla grandezza dell’umano in un tempo in cui le tecnologie digitali possono amplificare o restringere la libertà e la responsabilità personale. Il riferimento alla Rerum novarum scritta da Leone XIII nel 1891,  è importante perché la Chiesa sta accostando la rivoluzione dell’intelligenza artificiale a una svolta storica paragonabile a quella industriale dell’Ottocento. L’idea è che, come allora il magistero intervenne su lavoro e questione sociale, oggi debba offrire criteri etici su tecnologia, lavoro, conoscenza e relazioni sociali.

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Dario Eugenio Nicoli

L’Odissea fa parte delle opere classiche, quelle che non propongono solo una storia, ma hanno un potere rivelativo che costringe ogni epoca e a esplicitare quale idea abbia dell’uomo, del bene, della libertà e della verità.

Il confronto tra l’Odissea di Christopher Nolan (2026) e quella The Return di Uberto Pasolini (2024) è estremamente significativo. Ogni film è sempre un adattamento, a condizione che conservi il nucleo dell’opera, con buona pace dei filologi sempre in lite sull’autenticità storica dei due capolavori di Omero; ciò che emerge in queste due versioni è però il contrasto tra due antropologie, segno del tormento che ci attraversa nel tempo che stiamo vivendo.

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Dario Eugenio Nicoli

Un recente articolo di due filosofi, Paolo Benantib e Sebastiano Maffettone, dal titolo “La colonizzazione del giudizio”, si aggiunge al profluvio di testi sull’intelligenza artificiale; essi però si concentrano sul mondo degli imprenditori americani. Secondo i nostri autori, i colossi dell’automotive, che fino a pochi anni fa ne erano i leader, sono stati sostituiti da quelli del mondo digitale che non  si accontentano più di proporre gli indirizzi economici degli USA, ma vogliono assumerne la guida. Con due tendenze ……………………………………….

In ambedue i casi, i nostri due filosofi intravedono il pericolo di un controllo “dolce” delle coscienze, una sorta di “colonizzazione del mondo interiore” da parte del potere digitale. Essi giustamente sostengono che le persone debbono poter giungere a giudizi autonomi tramite il pensiero critico capace di formulare domande e trovare risposte meditate. Ma la foga polemica li porta a formulare una frase piuttosto sconcertante: per essi, «la capacità di interrogarsi, di abitare l’incertezza senza dissolverla prematuramente, costituisce il nucleo irriducibile di ogni esperienza democratica degna di questo nome».Continua

Bruno Perazzolo

Se anche nell’economia politica, il santuario dell’Occidente, qualcosa di importante sta accadendo, significa proprio che anche il nostro piccolo contributo sta andando nella giusta direzione: alcune riflessioni sul rapporto tra l’opera di Edmund Phelps e l’approfondimento svolto da PensarBene sulla filosofia morale di Michael Sandel

Nel suo recente articolo “Il messaggio di Edmund Phelps: il ritorno dell’economia alle origini come parte della filosofia morale”, Dario Nicoli pone all’attenzione della nostra Associazione, in apertura della sua “seconda fase di vita”, un interessantissimo caso di “evoluzione del pensiero economico” frutto della ricerca pluriennale del premio Nobel per l’economia 2026, Edmund Phelps. Premesso che lo sviluppo in esame sembra perfettamente compatibile con il nostro percorso associativo, mi pare che la novità del contributo di Phelps sai rappresentata, come giustamente dice Dario, dalla sostituzione di “homo oeconomicus” con “homo innovaticus” mettendo, così, in evidenza un aspetto del “modo di vita più umano” che, forse, il nostro Manifesto, incentrato sull’incanto, l’abitare e la ricerca della verità (tutte dimensioni tendenzialmente statiche), ha lasciato troppo sullo sfondo.

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Esiste un legame tra la disperazione e la fede?

Bruno Perazzolo

Gustav è un famoso regista avanti con gli anni. Nora, la prima delle due figlie, è un’attrice di teatro, di talento e successo. Qualcosa di fondamentale, nelle e tra le loro vite, si è spezzato. La madre di Gustav, partigiana, internata e torturata in un campo di concentramento nella seconda guerra mondiale, una volta tornata a casa, si è poi suicidata. Il figlio, Gustav, dopo innumerevoli, violente liti, ha divorziato dalla moglie e lasciato famiglia e figlie per concentrarsi sul lavoro e, con ogni probabilità, dedicandosi a coltivare altri rapporti con l’altro sesso nei confronti del quale si dimostra decisamente interessato. A pagare il prezzo più alto di questa separazione è stata Nora cui il prendersi cura della sorella minore non è servito a colmare la separazione dei genitori e, soprattutto, l’abbandono del padre. Il funerale della madre di Nora farà rincontrare Nora e il Padre facendone emergere le rispettive disperazioni.

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Bruno Perazzolo

Bahram è un regista di successo che desidera, sopra ogni cosa “il paradiso”, ovvero proiettare a Teheran il suo ultimo film tanto apprezzato dalla critica estera. La pellicola che Bahram vorrebbe ardentemente far vedere ai suoi concittadini iraniani non presenta contenuti particolarmente critici verso il regime degli  ayatollah. Ciò malgrado, il regista e la sua compagna, che è anche produttrice dell’opera, dovranno affrontare una specie di odissea. Un’odissea punteggiata tanto da sovrabbondanti lusinghe quanto da una serie di insidiose richieste della censura volte ad imporre, pena la mancata concessione dei permessi per la proiezione, alcune “innocenti revisioni” della sceneggiatura. Modifiche che, però, proprio in forza della loro apparente insignificanza, lasciano intravvedere come la vera posta in gioco sia ben altra e ben più pesante.Continua

Bruno Perazzolo

Un film sul perdono che, sia pure indirettamente, può dare un’idea molto concreta delle atrocità compiute dal regime iraniano contro il suo popolo che, anche in questi giorni e, grossomodo, per gli stessi motivi, trova il coraggio di protestare e scendere per strada.

Vahid è un meccanico. Un giorno si presenta alla sua officina un tizio rimasto per strada per via di  un guasto alla sua automobile. Vahid rimane sbalordito, quasi non crede a ciò che vede. Si tratta proprio del suo aguzzino, dell’agente dei servizi segreti dal quale – in carcere per aver protestato contro il regime degli ayatollah a causa delle dure condizioni economiche cui è sottoposta la popolazione – Vahid ha subito pesanti sevizie che ne hanno compromesso la salute per il resto dei suoi giorni. Inizia da qui, con un ribaltamento dei ruoli, una specie di ossessiva avventura. Una sorta di viaggio a ritroso. Un viaggio nel corso nel quale Vahid – dopo aver ridotto il suo torturatore a suo prigioniero e dopo aver coinvolto nella sua tormentata ricerca della verità, una serie di altre persone, vittime come lui della brutalità del regime – viene progressivamente assalito dal dubbio.

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“C’è un odio di sé dell’Occidente che è strano e che può essere considerato solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì, in maniera lodevole, di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più sé stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro”

Joseph Ratzinger, 2004

Con quest’anno PensarBene compie 4 anni circa e chiude la sua “prima fase di vita”. Abbiamo dedicato questo tempo a conservare uno spazio aperto di dialogo e confronto, a mantenere “una vigile amicizia riflessiva”, in un contesto di “cambiamento d’epoca” particolarmente difficile per l’intero Occidente. In questi anni ci siamo sforzati di guardare in faccia “la patologia” che opprime le nostre società e siamo arrivati alla conclusione che il problema sta “nell’anima”.Continua

Bruno Perazzolo

Ci sono articoli che ti toccano in profondità e ti obbligano a riflettere. Questo, di Dario Nicoli, è uno di quegli articoli. Il giorno successivo alla lettura di “Papa Leone XIV e la speranza credibile”, come in genere mi succede, mi è venuto in mente il mito della Torre di Babele. Dovremmo dedicare più attenzione ai miti. Essi contengono metafore potenti e una saggezza capace di attraversare ogni epoca restando sempre, perfettamente, eguale a sé stessa. La prova? Il mito della Torre di Babele si trova nell’Antico Testamento e, precisamente, nel libro della Genesi, capitolo 11, versetti 1-9 della Bibbia risalente al VI – V sec. a.C. Però, malgrado la sua veneranda età, descrive alla perfezione la nostra epoca e la nostra attuale condizione. Quella dell’Occidente moderno rappresenta, infatti, il “tipo ideale” di una cultura che, nella sua versione egemone, ovvero nella sua versione liberale, si è consegnata integralmente all’impresa ingegneristica di costruire una società senza Dio.

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