Dalla nostra giovane amica, Sara Parola, riceviamo e volentieri pubblichiamo, una sintesi della sua tesi di laurea che tratta, sia pure da un’angolatura particolare, un tema di notevole interesse per la nostra associazione: quello del rapporto tra Identità e Cambiamento, tra Istituzione e Realtà.

di Sara Parola: tesi di laurea

Per spiegare cosa sia l’umorismo (che è l’argomento della mia tesi), bisogna che ci immaginiamo la situazione che c’è a una discussione di laurea. E cioè, noi quel giorno, noi che siamo lì, potremmo sforzarci di incorniciare quel momento al meglio possibile, con le belle foto, con i riti simpatici come i brindisi, i confetti, il lancio della corona d’alloro… Tutto lecito, ma tutto ciò che sta inframmezzato a questi singoli istanti, è ancora la vita. La vita non sono solo gli aspetti emblematici, o “iconici”. La vita è tutto, è un susseguirsi di fatti ordinari e di pensieri discordanti e inappropriati, che sorgono nel pubblico anche mentre io (o tu) sono lì a pronunciare il mio discorso di laurea; ad esempio, considerazioni sul fatto che le poltrone che ci sono siano comode o scomode, a seconda dei gusti. Ecco, l’umorismo è proprio così: dentro di noi c’è un sentimento, ma un momento dopo, oppure, tutto intorno a noi, c’è tutto l’opposto, qualcosa che si fa beffa di quello che sentiamo in quel momento.
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di Dario Nicoli

Il libro, scritto nel 2015, è il racconto del viaggio che l’autore, Malachy Tallack, intraprende a ventisette anni lungo i territori toccati dal sessantesimo parallelo a nord dell’Equatore, spinto da tre moventi: la curiosità, l’inquietudine e la nostalgia di casa. Malachy, infatti, è nato nelle isole Shetland che si trovano sullo stesso parallelo; a diciassette anni aveva immaginato, e sognato, questo viaggio “partendo da casa e viaggiando in tondo, fino a tornare al punto di partenza e vedere me stesso”. L’urgenza di questo viaggio è stata imposta dalle vicende familiari, in primo luogo dalla separazione dei genitori e successivamente dalla morte del padre in un incidente stradale, un’esperienza che gli ha fatto smarrire la strada su cui si era incamminato, studiare musica all’accademia, lasciandolo “perso e svuotato dal dolore”. Da qui la decisione di compiere ciò che aveva sognato dieci anni prima, alla ricerca di un appiglio per la propria vita, tentando di carpire il segreto del perché le persone scelgono di restare in luoghi i cui abitanti sono messi a dura prova dal clima, dal paesaggio e dall’isolamento.

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di Bruno Perazzolo

Nel 2013 Graeber scrive, su richiesta della rivista radicale “Strike”, un articolo intitolato “sul fenomeno dei lavori del cavolo”. Inaspettatamente il testo – che parte dal fallimento della profezia keynesiana delle 15 ore di lavoro settimanali nel 2000, per arrivare ad ipotizzare l’attuale, diffusa insoddisfazione per il lavoro retribuito, ritenuto spesso inutile o dannoso – assume carattere virale. Insomma, un notevole successo fatto di denunce, per lo più anonime, al limite della formazione di un vero e proprio movimento politico. …
Per fare qualche esempio di “lavoro del cavolo” (il testo, di esempi, ne riporta in abbondanza), citerei la categoria dei “tirapiedi”, ossia lavoratori il cui compito esclusivo è quello di far sentire e/o apparire importante qualcun altro. Chi lavora nella scuola dovrebbe, poi, conoscere bene il tipo del “barracaselle”, impegnato a compilare moduli e a redigere relazioni che mai nessuno leggerà. Oppure, l’altro caso del “supervisore”, occupato in ruoli la cui unica funzione è quella di dare l’impressione che l’organizzazione aziendale svolga controlli che, in realtà, non svolge affatto. Nel settore del marketing e della finanza si incontrano, da ultimo, i casi più frequenti ed eclatanti di lavori del tutto dannosi che, mentre procurano una certa utilità a qualcuno, appioppano dispiaceri di gran lunga maggiori alle loro vittime. Un film che può aiutare a comprendere bene il fenomeno è quello di Paolo Virzì, 2008, “tutta la vita davanti”.

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di Dario Nicoli

Parafrasando il Sommo poeta, possiamo definire lo scopo del nostro cammino con la frase: «Comunità andiam cercando, ch’è sì cara»
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Quale forma di vita comune stiamo cercando? ……….. Due sono le caratteristiche della nuova comunità: essa riguarda la nostra “vita nel mondo” quindi va oltre la sfera individuale ………….. essa corrisponde ad uno spirito di dedizione che scaturisce dall’anima della persona che si conforma ad un modo di vita profondamente umano e rispettoso dell’intero creato
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Perché la comunità ci è tanto cara?
La possibilità di vivere in comune in modo autentico ed unificato è diventata un’esigenza sempre più impellente, allo scopo di sottrarsi alla “vita cattiva” di cui facciamo continuamente esperienza
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Il nostro contributo come Pensarbene consiste nella ricerca e nella manifestazione dei segni di nuova comunità, così come descritta, che esistono già nelle trame della vita nel mondo, per metterne in luce il carattere epifanico in quanto rivelazione o manifestazione di un bene in atto nella vita nel mondo. Lo cerchiamo nelle comunità locali, nelle opere altruistiche che si prendono cura del senso di appartenenza e dei legami che tengono unito il popolo, nelle attività economiche orientate ad uno scopo buono e dotate di un’anima, negli avvenimenti di meraviglia e di risonanza, specie quelli più piccoli e quotidiani.Continua

di Bruno Perazzolo

Tentativo di un ulteriore approfondimento a partire dalle osservazioni critiche di Clelia Dal Lago e di Sara Parola all’articolo “il capitalismo quasi non esiste!

Mi pare che le osservazioni critiche di Sara e Clelia dipendano dal fatto che, nel mio articolo “il capitalismo quasi non esiste!”, dal tentativo di distinguere i concetti di scambio e di dono e di valore di mercato e valori sociali, sia derivata l’idea che, nella realtà, queste dimensioni si escludano vicendevolmente, ovvero che, in concreto, non possano convivere. Da qui l’approfondimento che propongo.

Il primo luogo la questione dello scambio. Sono d’accordo sul fatto che lo scambio, salvo, forse, nelle forme più primitive e isolate di società, è sempre esistito e, probabilmente, continuerà ad esistere. Non è però l’unico modo – e, in molti casi, per esempio nelle società tradizionali, non è neppure il modo più importante – nel quale si crea valore. Soprattutto ne esiste un altro, IL DONO, che è tipico di quella forma particolare di relazione umana che chiamiamo Comunità ………………

Altro argomento: quello dei “lavori senza senso”, che concorrono a gonfiare il PIL senza creare alcuna, vera, ricchezza.

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di Dario Nicoli

Qualche giorno fa, ad un amico che mi chiedeva come sarebbe stato il 2024, ho risposto istintivamente “dipende dalle guerre”. Ripensandoci in seguito, mi sono accorto che questa prospettiva cambia il modo normale di fare previsioni, basato sulle tendenze statistiche degli anni precedenti, come se il futuro non fosse nient’altro che l’aggiunta di un tassello ad un lungo periodo di progresso in tutti i campi della vita, la tipica illusione dell’illuminismo, avvero l’ultima grande religione civile fondata su razionalità, tolleranza, altruismo ed aspirazione alla libertà. Se la crisi economica del 2007-2014 è da considerare come un’interruzione momentanea di questo lungo ciclo, se la pandemia ha incrinato la fiducia in questa visione, sono state le guerre a rompere del tutto l’incantesimo e ad imporci di comprendere questo punto cruciale della nostra storia in cui siamo coinvolti non da pochi anni, anche se non ce ne siamo resi conto se non con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, iniziata dal febbraio del 2014.

Cosa significa pensarbene in questo momento?Continua

a cura della redazione di PensarBene

“Nessuno fa qualcosa per nulla”, “nessuno ti regala niente”, “nella vita tutto dipende da te”. Quante volte abbiamo sentito queste battute pseudo-sapienziali che l’esperienza quotidiana di ciascuno sembra confermare ampiamente. Ce lo ricordano, ogni volta, “subliminalmente”, gli acquisti online, i prezzi esposti nei cartellini al mercato o nei negozi, le imposte che paghiamo allo Stato. Quando, poi, la pubblicità ci mostra “affari da bengodi”, giustamente, insospettiti, ce lo ripetiamo di continuo, quasi a volercelo stampare per bene nella memoria: “attento che nessuna ti dà qualcosa per niente”. Eppure, tutto questo non è che una parte della realtà che, sostenuta dall’ideologia mercatista prevalente, si vorrebbe rappresentasse “tutta la realtà”. Ma non è così!
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di Bruno Perazzolo

Un muro separa la vita della famiglia Höss dal campo di Auschwitz. Lo spettatore è però tenuto, quasi permanentemente, dalla parte della “tranquilla e agiata” quotidianità degli Höss. Sono solo le immagini e i suoni, e poi gli spari che ogni tanto risuonano al di là del muro, ad introdurre il pubblico, piano piano, nel contesto più ampio, un contesto terribilmente interrogante: quello dello “spazio vitale”. Qual è lo “spazio vitale” di un popolo? Di una classe sociale? Lo “spazio vitale” di un clan o di una persona? Ciò che nel film, “la zona di interesse”, maggiormente inquieta non è unicamente la terribile via crucis degli ebrei, dei disabili, degli oppositori politici ecc., non è solo la storia dei campi di concentramento e delle tante altre atrocità naziste. Ad inquietare non è soltanto e non è soprattutto la storia passata. Inquieta il presente e il futuro.Continua

di Dario Nicoli

Nello spazio di pochi mesi sono apparsi due film su altrettanti artisti fondamentali del sessantotto e del periodo ad esso successivo, uniti dall’aver intrapreso percorsi lontani dalla categoria dei cantautori.

A un anno dalla morte, il 18 maggio su Rai 1 è apparso “Il coraggio di essere Franco”, scritto e diretto da Angelo Bozzolini, un itinerario guidato dalla voce narrante dell’attore Alessandro Preziosi e con la preziosa partecipazione di alcuni amici che con lui hanno condiviso la vita e il lavoro artistico, sull’opera e sulla vita di questa figura sorprendente della musica pop con incursioni ……..

Il secondo è “Io, Noi e Gaber”, docufilm scritto e diretto da Riccardo Milani e andato in onda la serata di Capodanno nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa, dopo il successo riscontrato nelle sale cinematografiche. Anch’esso è costruito come un itinerario nell’opera e insieme nella vita del genio libero di Giorgio Gaber, dagli inizi nei locali di Milano ……Continua

di Bruno Perazzolo

Questo saggio breve, salvo qualche piccolo aggiornamento, è stato scritto nel marzo del 2019. Tuttavia, nel confronto tra individualismo, comunitarismo e beni comuni, credo resti, in quanto riflessione incentrata su un caso concreto, attuale e, spero, anche interessante.

Le riflessioni che sottopongo al lettore, sono fortemente legate all’esperienza maturata in un contesto eminentemente locale quale quello del Comune di Biandronno. Poiché, come succede praticamente sempre, il piccolo riflette il grande, al fine di evitare il rischio del provincialismo è necessario ricondurre le proprie ipotesi ad una visione più ampia.

Quello che il bruco chiama “fine del mondo”, il resto del mondo lo chiama farfalla.
(Lao Tzu)

La cura dei beni comuni: il lago di Varese.

In economia un bene comune si dice non escludibile e rivale, a differenza dei beni normalmente acquistati sul mercato che sono escludibili e rivali. Tradotto: mentre i primi sono accessibili a tutti i secondi no. Per il resto sono, entrambi, rivali, cioè, scarsi: se qualcuno li utilizza ne restano di meno per gli altri. Da qui quella che alcuni hanno apostrofato come “la tragedia dei beni comuni”.
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