Dall’intervista a Family Way, all’Assessore Annamaria Tosatto, del Comune di Noale (VE), e al Sindaco del Comune di Mansuè (TV), Leonio Milan, alcune conferme sulla validità di alcune nostre (di PensarBene) ipotesi di lavoro.

di Bruno Perazzolo

Ragionando con amici e “meno amici”, spesso mi capita di imbattermi in un’idea tanto diffusa quanto infondata: l’idea che l’altruismo, il rispetto che dobbiamo alle persone e ai beni comuni, gli stessi beni comuni siano sempre lì, in una certa qualità e quantità data, pronti ad entrare in gioco non appena noi, la società o quant’altri lo desideriamo. Insomma, la pratica delle virtù civiche sarebbe una scelta come un’altra, un’opzione sempre disponibile, basta che lo vogliamo. Ebbene, dopo l’intervista di Family Way, se c’è una cosa che mi è sempre più chiara, è che le cose non stanno affatto così. Cerco, ora, di spiegarne il motivo.

Penso che l’intervista si sia sviluppata su due livelli. Uno concreto, incentrato su “Le Case Anni Verdi®”. Per me si è trattato di un racconto inedito. La dimostrazione di come una “società aperta” possa esprimere esperienze incredibili; innovative e al tempo stesso capaci di mettere radici in profondità. In breve, si tratta, per quel che ho capito, di persone che si formano per poter accogliere professionalmente, in casa, un numero ridotto di bambini, a seconda della fascia d’età prescelta, aprendo la propria famiglia ad altre e formando, così, una sorta di “famiglia allargata vecchia maniera”. “Famiglie allargate” che, però, a differenza della tradizione, trovano in Family Way il momento formativo, di supporto professionale, di raccordo e scambio di esperienze che fa una grande differenza rispetto al passato[1]. L’altra novità è il rapporto con il territorio. I bambini vanno al mercato, dal contadino, dall’artigiano, fanno la pasta nella casa dell’Operatrice Familiare, vanno nell’orto ecc. ecc., creando, in tal modo, un solido legame tra le loro motivazioni, i saperi di cui si impadroniscono e il paese in cui vivono. In tutto questo, l’Amministrazione Comunale svolge, ovviamente, un ruolo decisivo nel sostegno e nella diffusione di attività e progetti che, concepiti dalla “società civile”, stante l’originalità e il carico di responsabilità che comportano, anche di tipo economico, necessitano, per consolidarsi e poter durare, di collaborazione e dialogo costante con l’Ente Pubblico[2].  

Sin qui il livello concreto. L’altro livello, affrontato per lo più in maniera implicita, è stato quello delle idee. Man mano che le numerose persone intervenute all’evento esponevano storie, sviluppando argomenti e considerazioni, mi sono venuti in mente due grandi autori: Michael Sandel e Emile Durkheim.

“Compiendo cose giuste diventiamo giusti, compiendo cose moderate diventiamo moderati, facendo cose coraggiose diventiamo coraggiosi”. Aristotele, Etica Nicomachea. Le virtù morali si imparano come si impara a suonare il Flauto. Non basta andare ai convegni o ai concerti, non basta leggere libri, occorre la pratica. La buona politica è quella che, occupandosi soprattutto della formazione delle virtù civiche, si incarica di moltiplicare le occasioni in cui il cittadino, prendendosi direttamente cura dei beni comuni, possa vivere bene, ovvero da uomo integrale che solo nella partecipazione alla vita della Polis realizza la sua specifica natura sociale.

Sandel, nel suo saggio del 2015 “quello che i soldi non possono comprare”, paragona le virtù civiche a un muscolo: se lo alleni si sviluppa altrimenti si rammollisce. È quello che accade “all’educazione civica” quando un bene o servizio “trapassa” dalla dimensione comunitaria e quella del mercato (servizi pubblici compresi): nel passaggio la consistenza delle nostre società perde qualcosa che viene guadagnato dall’autonomia dell’individuo. Lecito pensare che in tutto questo non ci sia nulla di male. Ma credo sia comunque importante esserne ben consapevoli perché esperienze come quelle di Family Way e delle Amministrazioni Comunali che le sostengono, come già avevamo rilevato nelle interviste di Biandronno e Pinerolo, ci dicono che senza virtù civiche, senza l’associazionismo e il volontariato “i nostri paesi muoiono” e le persone “spaesate, si perdono”.

“Non appena il servizio pubblico cessi di essere il principale impegno dei cittadini e questi preferiscano servire con la loro borsa piuttosto che di persona, lo Stato è già prossimo alla rovina. Bisogna andare a combattere? pagano delle truppe e restano casa […]. In uno Stato veramente libero i cittadini fanno tutto con le loro mani e nulla col denaro: anziché pagare per esimersi dai loro doveri, pagherebbero per adempierli di persona. Io sono molto lontano dalle idee correnti: credo le corvées meno contrarie alla libertà che non le tasse.” Jean–Jacques Rousseau, Contratto sociale

Durkheim, uno dei “padri fondatori” della sociologia, nella sua opera maggiore “le forme elementari della vita religiosa” del 1912, descrive la vita del primitivo come divisa, essenzialmente, in due momenti. Nel tempo profano la dispersione delle persone, delle attività economiche, gli interessi e i problemi di ciascuno, la routine, il grigiore e spesso, la monotonia, tendono a prevalere. Nel tempo sacro della festa, dedicato al rito, il clan si riunisce, le attività collettive prevalgono, l’eccitazione generale si diffonde e l’individuo si sente innalzato dalla sua misera condizione ordinaria. Si sente, in forza dell’appartenenza al gruppo, di “potere di più”, di poter “andare oltre i confini del proprio Ego”. La merce sparisce e tutto diventa dono. Il cibo, l’abbigliamento, i movimenti del corpo diventano sacrificio, ovvero “cose che il rito rende sacre”, cose destinate a rinvigorire forza, vincoli e identità comuni. Conosco bene come le “persone civili” liquidano questi racconti: “queste sono cose da primitivi”. E tuttavia, se dagli indigeni australiani o dagli indiani del Nordamerica, si passa alla canzone di Venditti “Grazie Roma”, le cose non sembrano essere molto diverse: anzi, sembra proprio di leggere Durkheim. Il punto è che la natura umana è sempre la stessa ed è proprio per questo motivo che uno studioso, assolutamente moderno come Durkheim, verso la fine della sua vita, ha dedicato tutte le sue residue “forze mentali” a ciò che riteneva, nel medesimo tempo, più semplice e più chiaro: studiare le forme primitive per capire, in profondità, l’uomo moderno. In ogni caso, che si voglia o meno dare credito a questo grande autore del pensiero umanistico del ‘900 e/o ad Antonello Venditti, dall’intervista a Family Way s’è capito che senza un minimo di “gratuità reciproca”, le nostre società implodono. S’è capito che, soprattutto, “la gente comune”, quella che non si riconosce nei forum mondiali e non frequenta i vernissage all’ultima moda, finisce per sentirsi oppressa dalla solitudine e disorientata; finisce per sentirsi come se stesse, fuori dall’uscio di casa, sigaretta e bicchiere in mano e sguardo perso, aspettando Godot: un senso del proprio esistere che, malgrado gli auspici di Vasco (Vasco Rossi: un senso), non arriva mai.

Conclusione: questo contributo potrà sembrare un po’ tranchant. Per quanto ci si sforzi, la realtà è sempre più complessa ed anche, ai nostri occhi, più confusa. La critica costruttiva, però, in genere aiuta a migliorare le nostre idee. Conto dunque sulla critica e anche sulla consapevolezza che il tema della scarsità del rispetto, dell’educazione civica, a fronte di un individualismo tanto diffuso quanto declinante, promette, se staremo ancora con le mani in mano e la mente occupata altrove, di travolgere ciò che abbiamo di meglio e di più caro. 


[1]Le Case Anni Verdi®” si sono inizialmente ispirate al servizio “tagesmutter” diffusosi nel Nord Europa. In questo contesto, il contributo originale di Family Way è stato quello di ripensare interamente il modello pedagogico ed organizzativo, valorizzare i processi creativi, il contatto con la natura e il poter “fare comunità”.  

[2] L’universo del cosiddetto “Terzo Settore” è un mondo molto complesso. Nelle nostre interviste di PensarBene, abbiamo comunque rilevato che la chiave del successo è sempre la stessa: la collaborazione, il sostegno reciproco, il coordinamento tra Associazioni e, soprattutto, tra Amministrazione Comunale e Associazioni.

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4 commenti

  1. Se per la prima ipotesi ,( case e famiglie allargate ) sarà difficile vincere la paura e lo scetticismo delle persone che , preferiscono affidarsi a strutture come nidi infanzia o ai nonni,la seconda parte sarebbe auspicabile venisse messa in atto attraverso un lavoro capillare e esplicativo, per vincere la paura del “ terzo settore “ dove le piccole realtà dovrebbero associarsi in un unico entita , che abbia come capostipite,l’associazione con tutti i requisiti ( numero volontari, iscrizione al Runts, commercialista, emissione fatture elettroniche ) e diventi la parte commerciale prevista dalla legge , mentre le altre più piccole (Ass. Culturali,teatrali, circoli etc) diventino la branca istituzionale del capostipite , permettendo così alla stessa di rientrare nei parametri previsti dalle legge del terzo settore , ma questi meccanismi vanno spiegati e esposti in maniera trasparente e attenta , perché come già accaduto , il capostipite non recepisce il messaggio e ritiene minato la sua realtà economica e culturale .bisognerà fare un gran lavoro ai tavoli di presentazione con il coinvolgimento delle amministrazioni comunali per sostenere e aiutare i progetti .

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  2. Author

    Grazie Giulio per questo commento che, in primo luogo, mi consente di chiarire un equivoco. Con “famiglia allargata VECCHIA MANIERA” intendevo, piuttosto che le attuali famiglie allargate, la famiglia patriarcale e/o cosiddetta “famiglia tradizionale gerarchica” dove, anche a causa di malattie e mortalità più elevata, sotto lo stesso tetto potevano convivere più famiglie, con i nonni e i bambini di parenti defunti. Capisco che, di questi tempi, parlare di famiglia allargata possa “suonare male all’orecchio di molti”, ma le virgolette, le parole “una specie di” e “vecchia maniera” pensavo fossero sufficienti a chiarire che non intendevo affatto aprire una discussione su questi temi. In ogni caso è vero, oggi parlare di famiglia allargata fa andare la mente alla forma attuale di molte famiglie. Probabilmente avrei dovuto usare un termine diverso. Per il resto concordo pienamente. Del resto, se non ricordo male, sono osservazioni che avevi già espresso nell’incontro di Biandronno del quale, spero, ti siano arrivati il report e i numerosi articoli che abbiamo pubblicato su questo sito. Se, poi, avrai modo di seguire le nostre prossime pubblicazioni, cosa che auspico caldamente, potrai constatare come Family Way, che ha già implementato il progetto “Le case anni verdi” da alcuni anni, replicando nel Veneto un modello già relativamente diffuso nel Nord Europa, sta, grossomodo, adottando proprio l’approccio che tu suggerisci.
    Qualora desiderassi partecipare e/o avere una forma diretta di contatto con le nostre riflessioni, ti basterà inviarmi il tuo indirizzo mail (possibilmente gmail) e riceverai, tramite newsletter e mail, tutte le informazioni sulle nostre attività. Qualora poi queste ultime non ti interessassero, potrai disiscriverti con un clic. Di nuovo grazie per il tempo e l’attenzione che ci hai dedicato.

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    1. Grazie per il chiarimento Bruno ! Mi scuso per l” anomala “ interpretazione della tua frase sulla “ famiglia allargata “ adesso mi è tutto più chiaro !
      A presto !
      Giulio

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      1. Author

        Figuriamoci. Note critiche come la tua aiutano il dialogo e servono all’autore per chiarire meglio, il proprio pensiero.

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