Dario Eugenio Nicoli

La possibilità di vivere il territorio come un’appartenenza che stabilisce un legame e dona alimento all’anima non è qualcosa di etereo, ma è un’esperienza sociale che richiede un’organizzazione peculiare data dall’incontro di due parole: Comune e Municipio.

Il termine Comune deriva dal latino communis ed indica ciò che appartiene a tutti e che viene condiviso. Oggi il comune è visto solo come un ente amministrativo, ma nella tradizione italiana esso era una forma concreta di vita collettiva, mediante la quale persone diverse hanno imparato a riconoscersi parte di una medesima comunità di destino. Questo perché era un’istituzione di autogoverno locale: cittadini, arti, corporazioni e famiglie partecipavano alla gestione della città, delle opere pubbliche, della sicurezza, dei mercati, dell’assistenza ai poveri. Il comune era la “casa civile” di una popolazione. Il termine Municipio, dal latino munus (compito, dono, obbligo condiviso) e capere (assumere), non indica solo il palazzo in cui ha sede il comune, ma il principio morale (ethos municipale) che regge la vita condivisa: l’assunzione da parte di ogni cittadino dei doveri di aiuto vicendevole specie per chi ha più bisogno, di cura del territorio e di partecipazione alla vita pubblica.

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Dario Nicoli

Quello che è successo in Ungheria il 12 scorso è un cambiamento di rilevanza storica, ampiamente commentato dai media: la sconfitta, presumibilmente definitiva, di Viktor Orban, dopo 16 anni di “regno” incontrastato, è innanzitutto la smentita più sonora del pensiero di cui è il maggiore esponente. Nel suo lungo dominio, ha cercato di trasformare un’antica democrazia liberale in un laboratorio “illiberale” annunciato in un discorso del 2014, in cui ha sostenuto la necessità di uno Stato che mantenga le elezioni, ma limitando alcuni principi del liberalismo come la separazione dei poteri, il pluralismo, la tutela delle minoranze.
Egli ha lavorato instancabilmente per creare una sorta di ibrido istituzionale che non nasconde l’ammirazione per i sistemi autocratici. Come era facile prevedere, l’esito è stato dirompente: il sistema illiberale fondato sul dominio assoluto dello stato ha creato una casta di intoccabili che hanno alimentato una crescente corruzione, mentre il legame dell’Ungheria alle fonti energetiche russe, contrariamente a quanto fatto dai paesi europei della stessa area, ha portato ad un progressivo impoverimento della popolazione.
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Dario Nicoli

Si dice che le cose si vedono, o non si vedono, a seconda delle idee che abbiamo in testa. Questo spiega perché spesso il mondo che sta nei nostri pensieri si sostituisce ai dati di realtà: vediamo ciò che conferma la nostra visione e cancelliamo quello che la smentisce.
È questo il caso di Bauman che nel suo libro “Voglia di comunità”, ha svolto una dotta trattazione assumendo come stella fissa la definizione di Tönnies secondo cui la comunità si distingue dalla società per la “reciproca comprensione di tutti i suoi membri”. Non per un consenso o un accordo, due esiti propri della società, che si possono raggiungere solo a seguito di uno sforzo laborioso, mentre a rendere uniti i membri di una comunità è un sentimento reciprocamente vincolante, qualcosa che esiste già e che ci permette di capirci al volo.
Bauman rinforza questo concetto riprendendo l’immagine della comunità come “cerchio caldo” cui è estraneo il calcolo razionale proprio di chi dall’interazione con gli altri ricerca il proprio esclusivo vantaggio ………………..
Ma qualcosa avrebbe interrotto – sembra definitivamente – questo idillio …..Continua

Bruno Perazzolo

Bahram è un regista di successo che desidera, sopra ogni cosa “il paradiso”, ovvero proiettare a Teheran il suo ultimo film tanto apprezzato dalla critica estera. La pellicola che Bahram vorrebbe ardentemente far vedere ai suoi concittadini iraniani non presenta contenuti particolarmente critici verso il regime degli  ayatollah. Ciò malgrado, il regista e la sua compagna, che è anche produttrice dell’opera, dovranno affrontare una specie di odissea. Un’odissea punteggiata tanto da sovrabbondanti lusinghe quanto da una serie di insidiose richieste della censura volte ad imporre, pena la mancata concessione dei permessi per la proiezione, alcune “innocenti revisioni” della sceneggiatura. Modifiche che, però, proprio in forza della loro apparente insignificanza, lasciano intravvedere come la vera posta in gioco sia ben altra e ben più pesante.Continua

Dario Nicoli

Una persona di buon senso, che vuole interessarsi dei fatti che accadono nel mondo, capisce che siamo entrati in una fase nuova della storia, ma fa enorme fatica a farsi delle idee chiare sulla grande confusione che ci circonda.

Ciò dipende dai tragici conflitti accaduti negli ultimi anni che hanno interrotto, perlomeno riguardo all’Occidente, il lungo periodo di relativa quiete bellica che ci separa dalla fine della Seconda Guerra mondiale, ma deriva anche dalla grande babele di significati attribuiti proprio alla parola “pace”, un termine che nel corso di questo lasso di tempo aveva assunto l’accezione di “condizione pacifica”  esito dell’idea che la civiltà sia giunta al suo definitivo ed irreversibile compimento, quasi che la parola “guerra” fosse divenuta una sorta di residuato storico. Una visione comoda, che ha indebolito la necessaria cura per i fattori che reggono e favoriscono una vera pace.Continua

Sara Parola

Leggendo lo scorso articolo-sintesi pubblicato a ottobre (Argomenti per un modo di vita più umano), mi ha attirato molto il tema della dilagante cultura che disprezza ogni senso di appartenenza (alla famiglia, al territorio…), e della conseguente perdita di dimensione comunitaria; e ho potuto notare che lì si dava la maggiore responsabilità di questo fenomeno a una ideologia meritocratica. Tuttavia, secondo me, delegare tutte le cause della separazione delle élite e dello “slegame sociale” a una ideologia meritocratica, vorrebbe dire aver ricercato questi fenomeni consapevolmente, quasi malvagiamente, e soprattutto significherebbe attribuire troppo potere al semplice fatto di “pensare di avercela fatta solo con le proprie forze”. Anche perché mi pare che a disprezzare i legami di appartenenza, non siano solo le classi elitarie – almeno oggigiorno. ……..
Vorrei portare una mia testimonianza: Quest’estate mi trovavo con un gruppo di giovani ……….Continua

Bruno Perazzolo

Un film sul perdono che, sia pure indirettamente, può dare un’idea molto concreta delle atrocità compiute dal regime iraniano contro il suo popolo che, anche in questi giorni e, grossomodo, per gli stessi motivi, trova il coraggio di protestare e scendere per strada.

Vahid è un meccanico. Un giorno si presenta alla sua officina un tizio rimasto per strada per via di  un guasto alla sua automobile. Vahid rimane sbalordito, quasi non crede a ciò che vede. Si tratta proprio del suo aguzzino, dell’agente dei servizi segreti dal quale – in carcere per aver protestato contro il regime degli ayatollah a causa delle dure condizioni economiche cui è sottoposta la popolazione – Vahid ha subito pesanti sevizie che ne hanno compromesso la salute per il resto dei suoi giorni. Inizia da qui, con un ribaltamento dei ruoli, una specie di ossessiva avventura. Una sorta di viaggio a ritroso. Un viaggio nel corso nel quale Vahid – dopo aver ridotto il suo torturatore a suo prigioniero e dopo aver coinvolto nella sua tormentata ricerca della verità, una serie di altre persone, vittime come lui della brutalità del regime – viene progressivamente assalito dal dubbio.

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Dario Nicoli

È di grande sostegno, e consolazione, l’avere un Presidente come Mattarella che sa dire parole di verità sulla guerra della Russia in Ucraina e sul compito dell’Europa, un evento che appare sempre più decisivo per il nostro futuro prossimo.

Nel discorso di fine anno agli ambasciatori accreditati in Italia, il Presidente ha ricordato che questo sarà «il quarto Natale di guerra per il popolo ucraino. Si moltiplicano gli attacchi russi alle città e alle infrastrutture civili ed energetiche. Le vittime civili sono sempre più numerose».

La responsabilità di tante morti, di tanto dolore e distruzione è a carico di «un protagonista della comunità internazionale, la Federazione Russa» che ha sciaguratamente scelto di stravolgere il percorso che dalla fine della Seconda guerra mondiale ha garantito un lungo periodo di pace «ripristinando con la forza l’antistorica ricerca di zone di influenza, di conquista territoriale, di crudele prepotenza delle armi». Un giudizio netto, con un linguaggio che volutamente rifugge dalle formule sfumate ed allusive della diplomazia dei tempi ordinari, che conferma la gravità del momento che stiamo attraversando.Continua

Bruno Perazzolo

Quanto scrive Dario Nicoli nel suo articolo “Grazie, presidente Mattarella” ci riporta al tema della Guerra in Ucraina che, in Pensarbene, avevamo abbozzato qualche anno fa in un contesto forse meno grave dell’attuale: Trump non era ancora tornato alla presidenza USA e, in Europa, sovranisti e populisti erano meno forti. Senza entrare nel merito dei pro e dei contro, degli argomenti a sostegno o di quelli che si oppongono all’aiuto militare, che sono rimasti grosso modo, nella sostanza, gli stessi, mi pare, però, che il percorso fatto dalla nostra associazione in questi anni (2022 – ’25) possa fornire, a coloro che l’hanno seguito con la necessaria attenzione, qualche fondamentale, ulteriore, elemento di analisi. Penso, in particolare, ad un passaggio, tratto dal testo di C. Lasch “la ribellione delle élite: il tradimento della democrazia” che, con Dario, abbiamo posto al centro del recente saggio breve “Argomenti per un modo di vita più umano” ……
Penso poi alle lezione di Joseph Ratzinger …. intitola “Il relativismo, il Cristianesimo e l’Occidente”. ….
E penso infine al discorso di Milan Kundera: “Un occidente prigioniero” ….Continua

Valerio Corradi – Docente di Sociologia del territorio, Università Cattolica di Brescia

Nel Terzo settore italiano uno dei segnali più innovativi degli ultimi anni è la comparsa, rilevabile anche nel Bresciano, delle cosiddette cooperative di comunità, sodalizi che hanno come principale obiettivo la crescita economica e sociale del proprio territorio di riferimento secondo criteri di sostenibilità e di inclusione, coinvolgendo la popolazione locale nella co-produzione e nella co-gestione di beni e servizi.

Nonostante non sussista ancora un quadro normativo nazionale unitario (solo alcune regioni hanno legiferato in materia), le cooperative di comunità si contraddistinguono per mettere il fulcro delle proprie attività nella comunità locale al fine di contrastare fenomeni di spopolamento, declino economico, degrado sociale o urbanistico, criticità ambientali.
Una comunità che non è quindi intesa come un vago e nostalgico sentimento e nemmeno come un aggregato artificiale o solamente virtuale fatto di post e di like. Piuttosto essa è fatta di persone, servizi e attività concrete oltre che di luoghi fisici dove cercare di aggregare e finalizzare nuove energie anche quando apparentemente scarseggiano. Continua