Dario Eugenio Nicoli

Dopo l’accusa dei tedeschi alla Russia per i sabotaggi all’aeroporto di Lipsia, compiuti per la prima volta con mezzi militari, siamo entrati in una fase più grave di quelle che alcuni continuano a chiamare “provocazioni”, ma che possono essere meglio comprese se poniamo lo sguardo sul nesso tra l’ampiezza delle aggressioni di Mosca ed i risultati che intende conseguire.

L’espressione “guerra ibrida” è un ossimoro che contiene una chiave di lettura illuminante: la parola “guerra” ci dice che gli Stati dell’Unione europea sono presi di mira come nemici, e di questo dobbiamo ancora renderci pienamente consapevoli, mentre il termine “ibrida” rivela la volontà di Putin di muoversi su diversi piani: le intromissioni nelle vicende critiche (come Ceuta) oltre che nelle campagne elettorali, il sostegno – che non pare limitarsi alle parole – a gruppi politici neonazisti e antieuropei, le incursioni con droni, i sabotaggi su linee ferroviarie, sistemi energetici e imprese di armamenti.

Circa i risultati che Putin persegue, la grande quantità di mezzi utilizzati e la continua escalation rendono sempre meno credibile l’idea che tutta questa mobilitazione sia finalizzata unicamente a convincere l’Unione europea ad abbandonare il sostegno verso l’Ucraina. Anche questo, ovviamente, è nelle sue intenzioni, ma come passo intermedio per un obiettivo più strategico collocato nel medio termine.Continua

Bruno Perazzolo

Nel precedente articolo “Il Manchesterism di Andy Burnham: una risposta democratica alla minaccia populista” ho mostrato come la travolgente ascesa di Andy Burnham non sia stata un improvviso “naso di Cleopatra”, ma il risultato di un percorso ventennale sulla via pragmatica della devolution. Il suo profilo si è imposto sia sui populisti di Reform UK sia nel Labour, non per aver inventato il decentramento e l’autonomia, ma per avergli conferito la dignità di una strategia politica guidata da un profondo rinnovamento morale. È da qui che prende vita il cosiddetto Manchesterism. Ma che cos’è, essenzialmente, il Manchesterism? Prima di entrare in argomento, premetto che il mio interesse è qui focalizzato esclusivamente sul modello. Lascio quindi da parte l’indagine sui motivi che hanno portato il partito laburista ad accogliere idee in contraddizione con il suo passato prevalentemente centralista e tecnocratico. Al riguardo, mi basta, per ora, la spiegazione dello stesso Burnham: per la sinistra si tratta dell’ultima chance per rimanere politicamente significativi evitando di cedere ai populisti quel che resta della propria base popolare. Idem per quanto concerne la coerenza di Burnham.

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Bruno Perazzolo

Lo scorso giugno, nel Regno Unito, è accaduto qualcosa di molto importante cui, forse, non sono stati dedicati l’attenzione e l’approfondimento necessari. Il laburista Andy Burnham ha sconfitto, con il 54,8 % dei voti, la formazione politica di Nigel Farage, Reform UK, che non è andata oltre il 34,5 %, nelle elezioni suppletive di Makerfield. Il partito populista aveva puntato molto su questo seggio. Dopo il successo nelle precedenti amministrative locali di appena un mese prima, caratterizzate dalla debacle del Labour a guida Starmer, un’ulteriore vittoria del candidato di Farage, Rob Kenyon, avrebbe, se non ancora formalmente, quantomeno simbolicamente dato il colpo di grazia alla sinistra e incoronato la destra sovranista. Invece non è andata così. Anzi! L’altra brutta notizia per Farage è venuta dai sondaggi che lo danno nettamente sfavorito rispetto al neoleader laburista nell’intero UK. Ora, l’insieme di questi fatti potrebbe già giustificare un articolo di cronaca politica ………………….. Insomma, ce n’è già abbastanza per suscitare la curiosità del lettore medio. Però, perché, come ho appena sostenuto, oltre alla menzione di cronaca, la vittoria di Burnham dovrebbe meritare anche molta più attenzione e approfondimento? Direi per tre motivi che svilupperò in due articoli.
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Bruno Perazzolo

Questo articolo prende spunto dal contributo di Sara Parola, pubblicato su PensarBene, intitolato “Forse la causa non è la meritocrazia”……….. Se non ho inteso male, la tesi centrale che Sara sostiene afferma che non meritocrazia, ma l’individualismo e il suo “compagno di viaggio”, l’utilitarismo, sarebbero le cause dello slegame sociale, del declino della comunità, della trasformazione del luogo abitato in dormitorio e di chi lo abita in una specie di turista sempre alla ricerca di nuove opportunità. Bene! Se non fosse che per un piccolo – grande dettaglio, potrei dire di essere d’accordo al cento per cento con Sara. Ma c’è, pur sempre, quel dettaglio che, a guardar bene, dettaglio non è, che mi spinge a fornire una risposta, almeno dal mio punto di vista, il più possibile completa sui motivi per i quali insisto nel riproporre la centralità del fattore meritocratico rispetto alle attuali, maggiori, criticità dei sistemi democratici.Continua

Dario Eugenio Nicoli

Un recente articolo di due filosofi, Paolo Benantib e Sebastiano Maffettone, dal titolo “La colonizzazione del giudizio”, si aggiunge al profluvio di testi sull’intelligenza artificiale; essi però si concentrano sul mondo degli imprenditori americani. Secondo i nostri autori, i colossi dell’automotive, che fino a pochi anni fa ne erano i leader, sono stati sostituiti da quelli del mondo digitale che non  si accontentano più di proporre gli indirizzi economici degli USA, ma vogliono assumerne la guida. Con due tendenze ……………………………………….

In ambedue i casi, i nostri due filosofi intravedono il pericolo di un controllo “dolce” delle coscienze, una sorta di “colonizzazione del mondo interiore” da parte del potere digitale. Essi giustamente sostengono che le persone debbono poter giungere a giudizi autonomi tramite il pensiero critico capace di formulare domande e trovare risposte meditate. Ma la foga polemica li porta a formulare una frase piuttosto sconcertante: per essi, «la capacità di interrogarsi, di abitare l’incertezza senza dissolverla prematuramente, costituisce il nucleo irriducibile di ogni esperienza democratica degna di questo nome».Continua

Bruno Perazzolo

Alcuni giorni fa ho pubblicato, su Pensarbene e La Nuova Padania, un articolo incentrato sull’Unione Europea e il Federalismo Pragmatico di Mario Draghi. Il testo ha suscitato una serie di osservazioni critiche che rendono necessari alcuni approfondimenti. Nel bene o nel male, credo che si possa tutti concordare sul fatto che l’Europa stia attraversando un periodo particolarmente delicato riguardo al suo futuro. Un  futuro che, certamente, avrà un impatto notevolissimo sulle nostre vite di cittadini europei e non solo. Parlarne, dunque, non è sicuramente tempo sprecato.

Come sostiene Cuore Verde nel suo articolo “L’illusione dello spazio vuoto: perché il futuro del Nord non è un ritorno al passato”, a fronte di una certa confusione dettata più dalla propaganda che da un serio lavoro culturale, il mio argomento principale è il seguente: il nazionalismo è il peggiore nemico del federalismo in generale e di quello europeo in particolare. Cosa, questa, del tutto evidente nel caso del sovranismo populista ……… Se però, come auspica Cuore Verde, si desidera approfondire il discorso sino a comprendere le attuali, più profonde difficoltà dell’Europa Federale non ci si può fermare qui.Continua

Quel che Mario Draghi ancora non dice o, forse, appena sussurra o, magari, non può dire del tutto.

Bruno Perazzolo

Allo scopo di togliere ogni ambiguità a quanto di seguito dirò, premetto che considero ciò che Draghi, da diversi anni, sebbene poco ascoltato, va dicendo sull’Europa tra le affermazioni più lucide e lungimiranti che io abbia mai sentito provenire da una fonte tanto autorevole e di prestigio internazionale. In altre parole, condivido completamente i suoi appelli per un’Europa all’altezza delle sfide globali (difesa, energia, tecnologia, mercato unico, custodia del pianeta, politica estera incisiva) che non possono essere affrontate, in solitudine, dai singoli Stati Nazione che ne fanno parte. Un’Europa capace, perciò, di competere e pesare nei rapporti con le altre superpotenze mondiali, nell’ottica di difendere i nostri valori e la nostra identità Occidentale oggi più che mai a rischio a fronte del venir meno di storiche alleanze che sembravano, sino a qualche anno fa, incrollabili ……..

Detto questo arrivo, garbatamente, alla mia modesta osservazione critica per passare poi alle cose che, secondo me, Draghi sostiene troppo sottovoce o non dice del tutto probabilmente perché – formatosi in un mondo, quello della finanza, di norma troppo abituato a “ragionare in grande” – paga il prezzo della scarsa attenzione alle “piccole identità”. Piccole identità che, però, rappresentano, per la cosiddetta “gente comune”, la maggior parte delle cose che, nella vita, contano per davvero.

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Bruno Perazzolo

Se anche nell’economia politica, il santuario dell’Occidente, qualcosa di importante sta accadendo, significa proprio che anche il nostro piccolo contributo sta andando nella giusta direzione: alcune riflessioni sul rapporto tra l’opera di Edmund Phelps e l’approfondimento svolto da PensarBene sulla filosofia morale di Michael Sandel

Nel suo recente articolo “Il messaggio di Edmund Phelps: il ritorno dell’economia alle origini come parte della filosofia morale”, Dario Nicoli pone all’attenzione della nostra Associazione, in apertura della sua “seconda fase di vita”, un interessantissimo caso di “evoluzione del pensiero economico” frutto della ricerca pluriennale del premio Nobel per l’economia 2026, Edmund Phelps. Premesso che lo sviluppo in esame sembra perfettamente compatibile con il nostro percorso associativo, mi pare che la novità del contributo di Phelps sai rappresentata, come giustamente dice Dario, dalla sostituzione di “homo oeconomicus” con “homo innovaticus” mettendo, così, in evidenza un aspetto del “modo di vita più umano” che, forse, il nostro Manifesto, incentrato sull’incanto, l’abitare e la ricerca della verità (tutte dimensioni tendenzialmente statiche), ha lasciato troppo sullo sfondo.

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Dario Eugenio Nicoli

La possibilità di vivere il territorio come un’appartenenza che stabilisce un legame e dona alimento all’anima non è qualcosa di etereo, ma è un’esperienza sociale che richiede un’organizzazione peculiare data dall’incontro di due parole: Comune e Municipio.

Il termine Comune deriva dal latino communis ed indica ciò che appartiene a tutti e che viene condiviso. Oggi il comune è visto solo come un ente amministrativo, ma nella tradizione italiana esso era una forma concreta di vita collettiva, mediante la quale persone diverse hanno imparato a riconoscersi parte di una medesima comunità di destino. Questo perché era un’istituzione di autogoverno locale: cittadini, arti, corporazioni e famiglie partecipavano alla gestione della città, delle opere pubbliche, della sicurezza, dei mercati, dell’assistenza ai poveri. Il comune era la “casa civile” di una popolazione. Il termine Municipio, dal latino munus (compito, dono, obbligo condiviso) e capere (assumere), non indica solo il palazzo in cui ha sede il comune, ma il principio morale (ethos municipale) che regge la vita condivisa: l’assunzione da parte di ogni cittadino dei doveri di aiuto vicendevole specie per chi ha più bisogno, di cura del territorio e di partecipazione alla vita pubblica.

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Dario Nicoli

Quello che è successo in Ungheria il 12 scorso è un cambiamento di rilevanza storica, ampiamente commentato dai media: la sconfitta, presumibilmente definitiva, di Viktor Orban, dopo 16 anni di “regno” incontrastato, è innanzitutto la smentita più sonora del pensiero di cui è il maggiore esponente. Nel suo lungo dominio, ha cercato di trasformare un’antica democrazia liberale in un laboratorio “illiberale” annunciato in un discorso del 2014, in cui ha sostenuto la necessità di uno Stato che mantenga le elezioni, ma limitando alcuni principi del liberalismo come la separazione dei poteri, il pluralismo, la tutela delle minoranze.
Egli ha lavorato instancabilmente per creare una sorta di ibrido istituzionale che non nasconde l’ammirazione per i sistemi autocratici. Come era facile prevedere, l’esito è stato dirompente: il sistema illiberale fondato sul dominio assoluto dello stato ha creato una casta di intoccabili che hanno alimentato una crescente corruzione, mentre il legame dell’Ungheria alle fonti energetiche russe, contrariamente a quanto fatto dai paesi europei della stessa area, ha portato ad un progressivo impoverimento della popolazione.
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