Dario Eugenio Nicoli

Un recente articolo di due filosofi, Paolo Benantib e Sebastiano Maffettone, dal titolo “La colonizzazione del giudizio”, si aggiunge al profluvio di testi sull’intelligenza artificiale; essi però si concentrano sul mondo degli imprenditori americani. Secondo i nostri autori, i colossi dell’automotive, che fino a pochi anni fa ne erano i leader, sono stati sostituiti da quelli del mondo digitale che non  si accontentano più di proporre gli indirizzi economici degli USA, ma vogliono assumerne la guida. Con due tendenze ……………………………………….

In ambedue i casi, i nostri due filosofi intravedono il pericolo di un controllo “dolce” delle coscienze, una sorta di “colonizzazione del mondo interiore” da parte del potere digitale. Essi giustamente sostengono che le persone debbono poter giungere a giudizi autonomi tramite il pensiero critico capace di formulare domande e trovare risposte meditate. Ma la foga polemica li porta a formulare una frase piuttosto sconcertante: per essi, «la capacità di interrogarsi, di abitare l’incertezza senza dissolverla prematuramente, costituisce il nucleo irriducibile di ogni esperienza democratica degna di questo nome».Continua

Bruno Perazzolo

Alcuni giorni fa ho pubblicato, su Pensarbene e La Nuova Padania, un articolo incentrato sull’Unione Europea e il Federalismo Pragmatico di Mario Draghi. Il testo ha suscitato una serie di osservazioni critiche che rendono necessari alcuni approfondimenti. Nel bene o nel male, credo che si possa tutti concordare sul fatto che l’Europa stia attraversando un periodo particolarmente delicato riguardo al suo futuro. Un  futuro che, certamente, avrà un impatto notevolissimo sulle nostre vite di cittadini europei e non solo. Parlarne, dunque, non è sicuramente tempo sprecato.

Come sostiene Cuore Verde nel suo articolo “L’illusione dello spazio vuoto: perché il futuro del Nord non è un ritorno al passato”, a fronte di una certa confusione dettata più dalla propaganda che da un serio lavoro culturale, il mio argomento principale è il seguente: il nazionalismo è il peggiore nemico del federalismo in generale e di quello europeo in particolare. Cosa, questa, del tutto evidente nel caso del sovranismo populista ……… Se però, come auspica Cuore Verde, si desidera approfondire il discorso sino a comprendere le attuali, più profonde difficoltà dell’Europa Federale non ci si può fermare qui.Continua

Quel che Mario Draghi ancora non dice o, forse, appena sussurra o, magari, non può dire del tutto.

Bruno Perazzolo

Allo scopo di togliere ogni ambiguità a quanto di seguito dirò, premetto che considero ciò che Draghi, da diversi anni, sebbene poco ascoltato, va dicendo sull’Europa tra le affermazioni più lucide e lungimiranti che io abbia mai sentito provenire da una fonte tanto autorevole e di prestigio internazionale. In altre parole, condivido completamente i suoi appelli per un’Europa all’altezza delle sfide globali (difesa, energia, tecnologia, mercato unico, custodia del pianeta, politica estera incisiva) che non possono essere affrontate, in solitudine, dai singoli Stati Nazione che ne fanno parte. Un’Europa capace, perciò, di competere e pesare nei rapporti con le altre superpotenze mondiali, nell’ottica di difendere i nostri valori e la nostra identità Occidentale oggi più che mai a rischio a fronte del venir meno di storiche alleanze che sembravano, sino a qualche anno fa, incrollabili ……..

Detto questo arrivo, garbatamente, alla mia modesta osservazione critica per passare poi alle cose che, secondo me, Draghi sostiene troppo sottovoce o non dice del tutto probabilmente perché – formatosi in un mondo, quello della finanza, di norma troppo abituato a “ragionare in grande” – paga il prezzo della scarsa attenzione alle “piccole identità”. Piccole identità che, però, rappresentano, per la cosiddetta “gente comune”, la maggior parte delle cose che, nella vita, contano per davvero.

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Bruno Perazzolo

Se anche nell’economia politica, il santuario dell’Occidente, qualcosa di importante sta accadendo, significa proprio che anche il nostro piccolo contributo sta andando nella giusta direzione: alcune riflessioni sul rapporto tra l’opera di Edmund Phelps e l’approfondimento svolto da PensarBene sulla filosofia morale di Michael Sandel

Nel suo recente articolo “Il messaggio di Edmund Phelps: il ritorno dell’economia alle origini come parte della filosofia morale”, Dario Nicoli pone all’attenzione della nostra Associazione, in apertura della sua “seconda fase di vita”, un interessantissimo caso di “evoluzione del pensiero economico” frutto della ricerca pluriennale del premio Nobel per l’economia 2026, Edmund Phelps. Premesso che lo sviluppo in esame sembra perfettamente compatibile con il nostro percorso associativo, mi pare che la novità del contributo di Phelps sai rappresentata, come giustamente dice Dario, dalla sostituzione di “homo oeconomicus” con “homo innovaticus” mettendo, così, in evidenza un aspetto del “modo di vita più umano” che, forse, il nostro Manifesto, incentrato sull’incanto, l’abitare e la ricerca della verità (tutte dimensioni tendenzialmente statiche), ha lasciato troppo sullo sfondo.

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Dario Eugenio Nicoli

La possibilità di vivere il territorio come un’appartenenza che stabilisce un legame e dona alimento all’anima non è qualcosa di etereo, ma è un’esperienza sociale che richiede un’organizzazione peculiare data dall’incontro di due parole: Comune e Municipio.

Il termine Comune deriva dal latino communis ed indica ciò che appartiene a tutti e che viene condiviso. Oggi il comune è visto solo come un ente amministrativo, ma nella tradizione italiana esso era una forma concreta di vita collettiva, mediante la quale persone diverse hanno imparato a riconoscersi parte di una medesima comunità di destino. Questo perché era un’istituzione di autogoverno locale: cittadini, arti, corporazioni e famiglie partecipavano alla gestione della città, delle opere pubbliche, della sicurezza, dei mercati, dell’assistenza ai poveri. Il comune era la “casa civile” di una popolazione. Il termine Municipio, dal latino munus (compito, dono, obbligo condiviso) e capere (assumere), non indica solo il palazzo in cui ha sede il comune, ma il principio morale (ethos municipale) che regge la vita condivisa: l’assunzione da parte di ogni cittadino dei doveri di aiuto vicendevole specie per chi ha più bisogno, di cura del territorio e di partecipazione alla vita pubblica.

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Dario Nicoli

Quello che è successo in Ungheria il 12 scorso è un cambiamento di rilevanza storica, ampiamente commentato dai media: la sconfitta, presumibilmente definitiva, di Viktor Orban, dopo 16 anni di “regno” incontrastato, è innanzitutto la smentita più sonora del pensiero di cui è il maggiore esponente. Nel suo lungo dominio, ha cercato di trasformare un’antica democrazia liberale in un laboratorio “illiberale” annunciato in un discorso del 2014, in cui ha sostenuto la necessità di uno Stato che mantenga le elezioni, ma limitando alcuni principi del liberalismo come la separazione dei poteri, il pluralismo, la tutela delle minoranze.
Egli ha lavorato instancabilmente per creare una sorta di ibrido istituzionale che non nasconde l’ammirazione per i sistemi autocratici. Come era facile prevedere, l’esito è stato dirompente: il sistema illiberale fondato sul dominio assoluto dello stato ha creato una casta di intoccabili che hanno alimentato una crescente corruzione, mentre il legame dell’Ungheria alle fonti energetiche russe, contrariamente a quanto fatto dai paesi europei della stessa area, ha portato ad un progressivo impoverimento della popolazione.
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Dario Nicoli

Si dice che le cose si vedono, o non si vedono, a seconda delle idee che abbiamo in testa. Questo spiega perché spesso il mondo che sta nei nostri pensieri si sostituisce ai dati di realtà: vediamo ciò che conferma la nostra visione e cancelliamo quello che la smentisce.
È questo il caso di Bauman che nel suo libro “Voglia di comunità”, ha svolto una dotta trattazione assumendo come stella fissa la definizione di Tönnies secondo cui la comunità si distingue dalla società per la “reciproca comprensione di tutti i suoi membri”. Non per un consenso o un accordo, due esiti propri della società, che si possono raggiungere solo a seguito di uno sforzo laborioso, mentre a rendere uniti i membri di una comunità è un sentimento reciprocamente vincolante, qualcosa che esiste già e che ci permette di capirci al volo.
Bauman rinforza questo concetto riprendendo l’immagine della comunità come “cerchio caldo” cui è estraneo il calcolo razionale proprio di chi dall’interazione con gli altri ricerca il proprio esclusivo vantaggio ………………..
Ma qualcosa avrebbe interrotto – sembra definitivamente – questo idillio …..Continua

Bruno Perazzolo

Bahram è un regista di successo che desidera, sopra ogni cosa “il paradiso”, ovvero proiettare a Teheran il suo ultimo film tanto apprezzato dalla critica estera. La pellicola che Bahram vorrebbe ardentemente far vedere ai suoi concittadini iraniani non presenta contenuti particolarmente critici verso il regime degli  ayatollah. Ciò malgrado, il regista e la sua compagna, che è anche produttrice dell’opera, dovranno affrontare una specie di odissea. Un’odissea punteggiata tanto da sovrabbondanti lusinghe quanto da una serie di insidiose richieste della censura volte ad imporre, pena la mancata concessione dei permessi per la proiezione, alcune “innocenti revisioni” della sceneggiatura. Modifiche che, però, proprio in forza della loro apparente insignificanza, lasciano intravvedere come la vera posta in gioco sia ben altra e ben più pesante.Continua

Dario Nicoli

Una persona di buon senso, che vuole interessarsi dei fatti che accadono nel mondo, capisce che siamo entrati in una fase nuova della storia, ma fa enorme fatica a farsi delle idee chiare sulla grande confusione che ci circonda.

Ciò dipende dai tragici conflitti accaduti negli ultimi anni che hanno interrotto, perlomeno riguardo all’Occidente, il lungo periodo di relativa quiete bellica che ci separa dalla fine della Seconda Guerra mondiale, ma deriva anche dalla grande babele di significati attribuiti proprio alla parola “pace”, un termine che nel corso di questo lasso di tempo aveva assunto l’accezione di “condizione pacifica”  esito dell’idea che la civiltà sia giunta al suo definitivo ed irreversibile compimento, quasi che la parola “guerra” fosse divenuta una sorta di residuato storico. Una visione comoda, che ha indebolito la necessaria cura per i fattori che reggono e favoriscono una vera pace.Continua

Sara Parola

Leggendo lo scorso articolo-sintesi pubblicato a ottobre (Argomenti per un modo di vita più umano), mi ha attirato molto il tema della dilagante cultura che disprezza ogni senso di appartenenza (alla famiglia, al territorio…), e della conseguente perdita di dimensione comunitaria; e ho potuto notare che lì si dava la maggiore responsabilità di questo fenomeno a una ideologia meritocratica. Tuttavia, secondo me, delegare tutte le cause della separazione delle élite e dello “slegame sociale” a una ideologia meritocratica, vorrebbe dire aver ricercato questi fenomeni consapevolmente, quasi malvagiamente, e soprattutto significherebbe attribuire troppo potere al semplice fatto di “pensare di avercela fatta solo con le proprie forze”. Anche perché mi pare che a disprezzare i legami di appartenenza, non siano solo le classi elitarie – almeno oggigiorno. ……..
Vorrei portare una mia testimonianza: Quest’estate mi trovavo con un gruppo di giovani ……….Continua