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di Dario Nicoli

Facciamo immensa fatica, noi “anime flebili”, a dare un nome appropriato alla mattanza perpetrata nei tre giorni di assalto del territorio di Israele da parte delle “forze d’élite” di Hamas, perché non riusciamo neppure ad immaginare un’esplosione di una volontà di procurare il male così assoluta e così crudelmente disumana.

Preferiamo rifugiarci in categorie mentali come “questione mediorientale” o altre simili; preferiamo consolarci con il gioco delle colpe da entrambe le parti.

Israele non è affatto innocente ed ha colpe ben precise, ma qui siamo di fronte ad una disparità fondamentale: nella sua Costituzione non è scritto che il suo scopo è distruggere il popolo palestinese, mentre in quella di diversi paesi islamici come l’Iran e delle formazioni terroristiche che sostiene si dichiara esplicitamente che il proprio scopo consiste nella cancellazione della “entità ebraica”, il termine con cui ci si riferisce allo stato di Israele, il cui nome è cancellato dai libri di testo delle scuole.   

Dare un nome è il primo passo che ci consente di reagire come è richiesto a persone che hanno davvero a cuore l’umanità. Ma noi siamo cittadini di democrazie “avanzate”, che conducono una vita mediamente agiata, abitati però da un vago malessere prodotto da una pervicace opera di decostruzione di una tradizione che ha certamente tutti i suoi limiti, ma che non può essere sostituita da una postura individualistica riassumibile nello slogan “è giusto fare quello che si sente”. Ed è molto difficile per questo individuo isolato e chiuso in se stesso provare un’autentica compassione per l’altro.

Ma abbiamo il dovere di dare un nome a quell’esplosione di ferocia, ed anche al senso dell’orrore che ci pervade: lo dobbiamo alle povere vittime a cui va restituito l’onore che spetta ad ogni essere umano, lo dobbiamo a noi stessi in quanto ciò che è accaduto ci provoca ad esprimere qualcosa di profondo e di vero.  

La ricerca di questo nome ci chiede di scavare sul fondo della nostra memoria, per richiamare dal cassetto delle cose dimenticate il linguaggio religioso, quello di cui ci siamo liberati con la convinzione, in tal modo alleggeriti, di poter vivere più liberi.

Quel nome è “profanazione”, l’atto di chi intende violare il carattere sacro di una persona. Sacro significa “nella volontà di Dio”, e che per questo motivo impone un particolare atteggiamento di riverenza e di venerazione.

Il corpo che i terroristi di Hamas hanno voluto profanare non è solo quello di singole persone, ma è quello dell’intero popolo ebraico, concepito come la personalizzazione del male assoluto; tanto che per l’islamismo radicale e politico partecipare a quest’opera di distruzione porta il fedele al Janna, il paradiso dell’Islam.

Anche se non crediamo in Dio, abbiamo il dovere di offrire il giusto augurio a questo grande e triste popolo. Ho riletto nella Bibbia il libro del profeta Daniele dove, dopo aver narrato la storia tormentata del popolo ebraico, racconta dall’esilio a Babilonia le visioni ricevute da Dio circa ciò che dovrà accadere.

Ecco quella che mi pare più appropriata ad oggi:

In quel tempo sorgerà Michele, il gran principe[1], che vigila sui figli del tuo popolo. Sarà un tempo di angoscia, come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro”.


[1] Nella Bibbia Michele è l’angelo protettore di Israele.

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2 commenti

  1. L’attacco di Hamas è l’orrore puro ostentato deliberatamente e simbolicamente su persone, a quanto ne so, totalmente “innocenti” (i bambini) o lontane anni luce dalle posizioni radicali della destra israeliana (i partecipanti al rave nel deserto celebrativo della pace, dell’amore, dell’amicizia e della libertà”). In breve, è come se i terroristi ci avessero gridato in faccia “non importa qual è il vostro pensiero, quel che avete fatto a avete intenzione di fare, se siete pro Palestinesi o contro i Palestinesi, per uno stato palestinese indipendente o al fianco del coloni ortodossi ecc. ecc.. Per sentirci legittimati ad uccidervi è sufficiente che siete parte di un popolo, di una stirpe che noi vogliamo cancellare dalla faccia della terra”. Non è difficile intravvedere, dietro a tutto questo, lo stesso atteggiamento dei miliziani dell’Isis o dei nazisti nella seconda guerra mondiale. Purtroppo quando il mostro esiste non si può far altro che combatterlo nella maniera più risoluta e ogni distinguo, ogni rimando ad un quadro più complesso di cause ed effetti rischia di apparire colpevole o, peggio, di risultare concretamente complice del male che si deve contrastare.
    Una volta stabilito tutto questo, credo sia anche nostro assoluto dovere riflettere su cosa ha generato tanto male, altrimenti il rischio e che questi si ripresenti più grande di prima, come, credo, insegni l’intera pratica medica. Da qui, dunque, si apre un discorso di strategia, di medio – lungo periodo, di riflessione anche sulle nostre colpe, e di apertura ad un vero dialogo che non può non accomunare tutti coloro che credono che la pace tra i popoli non sia solo desiderabile, ma sia anche possibile.

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    1. Grazie per i vostri contributi. Mi associo in particolare al commento di Bruno, che esprime con grande chiarezza riflessioni e punti di vista nei quali mi riconosco.

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