di Silvia Grigolin – Family Way Ets

In questi giorni di scoramento per l’ennesima notizia di violenza su una giovane donna, ripenso più che mai alle dinamiche che il mio lavoro mi porta ad osservare. Come donna, anche non avendo subito particolari traumi, la sensazione di sentirsi preda ce l’ho dentro e a pensarci mi si rivolta lo stomaco. Preferisco esprimermi come professionista, pensando non solo alla violenza contro le donne, ma al ricorso alla violenza in generale e fare appello all’esperienza accumulata in quasi trent’anni di lavoro.

Sempre più negli ultimi anni sono costretta a constatare che molti genitori e nonni tendono ad iperproteggere bambini e ragazzi da qualsiasi piccola frustrazione e a pensare che le abilità sociali e la capacità di tessere e stare in relazione siano qualcosa di innato, non un apprendimento frutto di accompagnamento.

La prima figura di accudimento del bambino, fin dai primi mesi di vita, in genere la madre, tende a voler evitare al figlio qualsiasi tipo di insoddisfazione. A tal fine non gli permette di esprimere i suoi bisogni, quei bisogni che la natura fa sfociare in pianto. Quel pianto che, dai primi giorni, dovrebbe aiutare le madri o chi si prende cura del piccolo nascituro a conoscerlo, cogliendone i cambiamenti di tono, le sfumature, per rispondere vocalizzando e non solo, alle sue necessità di accudimento psicologico e fisico in modo adeguato. Perché questo prezioso dialogo possa iniziare occorre permettere al bambino di esprimersi. Eppure sempre più spesso non si associa il pianto ad una forma di comunicazione. Si pensa che il piccolo stia terribilmente  soffrendo e che no, assolutamente questo non debba accadere. E quindi si anticipa il pianto, non permettendolo, introducendo una serie di routine di cui il più delle volte il bambino non necessita affatto, “per il suo bene”, affinché non “soffra”. Il meraviglioso dialogo che il bambino cerca di costruire per la sua crescita e che alimenterebbe le prime forme di relazione tra lui e il resto del mondo, aiutando i genitori stessi a modularsi in base alle diverse fasi evolutive, si inceppa. Le madri, sfinite, si iscrivono a corsi sui social su come far addormentare il bebè, preoccupandosi ogni volta in cui il bambino accenna a gorgogliare qualcosa, stravolgendo altri aspetti meravigliosi che, invece, andrebbero alimentati in questo speciale poter stare insieme.  I padri faticano a fungere da “terzo che separa”, cioè non sostengono la diade madre-bambino ad uscire dalla fase simbiotica dei primi mesi per permettere alla coppia di riprendersi degli spazi e al bambino di percepire l’ambiente circostante come sicuro e poterlo così sperimentare in serenità, senza troppi timori di cadere.  Senza poter viver la caduta come la possibilità di imparare a rialzarsi. Spesso le madri stesse non facilitano ai compagni questo ruolo, né i padri si riappropriano di un compito così importante, i padri o chi per loro. Così, ancora una volta, anziché facilitare le prime sperimentazioni motorie e di coordinamento oculo-manuale, che tanto fanno bene al nostro cervello, mettendo semplicemente in sicurezza lo spazio e garantendo il libero movimento, lo bloccano. Non si può rischiare che la creatura si faccia male inciampando. Non colgono che questi bambini, non più neonati, sono quelli che già al nido faticano di più ad ambientarsi. In quei periodi, che non durano giorni, ma si dilatano nel tempo, sì che il pianto si fa disperato perché non sono stati abituati a trovarsi seduti a terra per poter interagire meglio con lo spazio e con gli altri diversi da sé, perché cresciuti sempre avvolti dalle braccia di un adulto, magari che lo sorregge mostrandogli il mondo dall’alto, così da avere per mesi una visuale che infonde protezione, ma che non è quella reale, quella di chi nel mondo ci entra provando e riprovando a metter un passo dietro l’altro e non da seduti sul trono.

Questi bambini crescendo pensano di avere insegnanti che “non li capiscono”, a cui i genitori potrebbero consigliare più o meno garbatamente di cambiare mestiere, e dei compagni di scuola non all’altezza. Da ragazzini potrebbero andare al mare spingendosi troppo al largo, come avvenuto a Terracina il 16 agosto scorso e venire rimproverati dal bagnino, ma non reggere la situazione. Il loro padre potrebbe intervenire in loro difesa e assalire lo sfrontato, colpevole di aver cercato di metterli in salvo, ridotto al ricovero ospedaliero.

Mi sono chiesta perché tra i genitori di oggi questo stile relazionale-educativo si sia diffuso e si stia diffondendo sempre di più. Perché non si colga che l’iperprotezione non solo soffoca, ma crea danni immani. Quando lo intuiscono, a volte i padri, non è detto che sperimentino uno stile autorevole-empatico, non si basano sul ragionamento, né sull’accompagnamento graduale alle autonomie con l’esempio, ma si lanciano a capofitto direttamente su un versante che definirei dell’autoritarismo-dittatoriale. Quindi il bambino si trova ad oscillare tra chi lo insegue nel gioco gridandogli di non sudare perché potrebbe essere troppo rischioso e figure davanti alle quali non si sentirà mai all’altezza.

Ripenso ai genitori con cui mi trovo ad entrare in relazione. Sono genitori spesso soli. Certo, le tipologie delle famiglie di oggi non sono più solo quelle tradizionali di un tempo, ma non è l’unico motivo di queste difficoltà e di questa situazione.  Spesso non hanno avuto a loro volta, e non hanno ora, da neogenitori, chi possa offrire loro un appoggio, mostrare con l’esempio, trasmettere buon senso e incoraggiare. Qualcosa si è rotto. Cosa, quando, perché?

Qualcuno potrebbe dire perché le donne hanno voluto emanciparsi, sono uscite di casa cercando altre strade. Non hanno quindi più tempo per occuparsi dei figli, né farsi aiutare. Le donne sicuramente ora possono più facilmente di un tempo scegliere del loro futuro, ma in ogni caso quello dell’emancipazione è un processo ancora lungo. Sennò, la sera, istintivamente non cercherei le chiavi dell’auto prima ancora di intravederla lungo la strada. Non sceglierei un parcheggio illuminato o una strada il più possibile trafficata di gente. Non è neanche perché è stato possibile il divorzio e ci si lascia più di un tempo. Non è neanche perché gli incastri di coppia, cioè i motivi per cui ci si sceglie, sono tali e non sono imposti dall’alto. O perché ci si innamori alla luce del sole anche se di colori diversi. O perché, finalmente, nel DSM IV gli omosessuali non sono malati e ci sono bambini con due mamme o due papà.  Credo sia perché oltre ad essere soli, nel senso di poco sostenuti, ci sia dell’altro. Il motivo sta nel come questi nuclei familiari vivono la quotidianità, gli imprevisti di ogni giorno. Non dipende da come questi nuclei familiari siano composti, ma se abbiano o meno risorse per fronteggiare le crisi, gestire i conflitti, mediare, mettersi in discussione e riprovare. Sono capacità queste che vanno oltre le risorse personali, sono apprendimenti legati ad un percorso di educazione relazionale-affettivo che è venuto meno e che non può essere delegato solo alla scuola.

Per lo più si trovano a correre e a non pensare, senza strumenti. Del resto spesso inseguiamo, tutti noi, sogni fuori portata, rincorriamo obiettivi che ci allontanano gli uni dagli altri e ci mangiano tempo e ce lo facciamo mangiare.  Diamo priorità a delle cretinate. Una nonna mi ha voluto spiegare che la figlia lavora tanto perché devono cambiare l’auto, non si può non farlo, piuttosto si può scegliere un altro tipo di servizio educativo l’anno seguente, che costi meno, magari senza considerare altri aspetti. E’ vero che ad oggi basta sempre meno un solo stipendio, ma non giustifica il fatto che entrambi i genitori deleghino sempre più lo stare in relazione ai figli alle istituzioni, ad altre figure.

Personalmente la mia prima reazione tempo indietro era di irritazione. Ora, col tempo, è di accoglienza. Mi rendo conto che questi mamme e papà vanno accompagnati, che anche qualora vogliano cercare un aiuto sono circondati dalla possibilità di attingere in maggioranza ad informazioni scaricate in velocità che sostengono la loro visuale distorta. Teorie che confermano loro le scelte di ogni giorno e che sono ovviamente le più facilmente vendibili.  Non resta che conquistarsi la loro fiducia, proporre appuntamenti anche online sennò non hanno possibilità di raccontarsi insieme, inventarsi canali per comunicare che li raggiungano facilmente, far capire loro quanto tieni ai loro bambini e al loro futuro. Sono questioni su cui molte insegnanti, educatrici e non solo si interrogano.  Soprattutto prevedere momenti dedicati alla relazione, al confronto su questi temi, ad un tempo per il Noi e non solo vissuto nel rincorrere cose materiali o desideri irrealizzabili.

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