Dario Nicoli

«Hai sentito cos’è successo a Trescore?» «No, che cosa?» «Un ragazzo di terza media ha accoltellato la sua professoressa di francese che ora è ricoverata al Papa Giovanni. È grave. Non si sa il motivo che l’ha spinto a compiere questo gesto».

Subito mi vengono alla mente altri casi di violenza, ma erano lontani. Ora il senso di sgomento è ingigantito dalla vicinanza del luogo in cui questa tragedia è accaduta. Una scuola normale che conosco, entro un paese normale di provincia come quello in cui abito, come ce ne sono tanti. Non riesco proprio ad immaginarlo: provo sgomento e dolore.

Cerco di informarmi, perché dev’esserci per forza qualcosa che ha scatenato questa tragedia: forse è un ragazzo con problemi, forse c’è sotto qualcosa di torbido, forse è uno straniero come gli egiziani dell’istituto di Sesto San Giovanni, forse… Niente di tutto questo: lo studente è un tredicenne bergamasco senza alcun precedente di disagio psichico o di violenza, una persona normale, magari un po’ timida (ma chi non lo è a quell’età?) che vive con la mamma perché i genitori sono separati (ma quanti altri ce ne sono nella stessa condizione?). Non andava male a scuola.Continua

di Silvia Grigolin – Family Way Ets

Sempre più negli ultimi anni sono costretta a constatare che molti genitori e nonni tendono ad iperproteggere bambini e ragazzi da qualsiasi piccola frustrazione e a pensare che le abilità sociali e la capacità di tessere e stare in relazione siano qualcosa di innato, non un apprendimento frutto di accompagnamento.

La prima figura di accudimento del bambino, fin dai primi mesi di vita, in genere la madre, tende a voler evitare al figlio qualsiasi tipo di insoddisfazione. A tal fine non gli permette di esprimere i suoi bisogni, quei bisogni che la natura fa sfociare in pianto. Quel pianto che, dai primi giorni, dovrebbe aiutare le madri o chi si prende cura del piccolo nascituro a conoscerlo, cogliendone i cambiamenti di tono, le sfumature, per rispondere vocalizzando e non solo, alle sue necessità di accudimento psicologico e fisico in modo adeguato. Perché questo prezioso dialogo possa iniziare occorre permettere al bambino di esprimersi. Eppure sempre più spesso non si associa il pianto ad una forma di comunicazione.Continua