Manifesto per un modo di vita più umano
A cura dell’Associazione Culturale PensarBene
Siamo entrati in un tempo di caos con guerre provocate da nuovi imperialismi che traggono vigore dall’indebolimento sia dell’ordine sorto dopo la Seconda guerra mondiale sia dello spirito democratico fondato sui valori della persona, della comunità, del dialogo e dell’autentica conoscenza.
Di fronte al declino di un ordine che sembrava eterno, molti dicono che non c’è nulla da fare, altri coltivano il culto del catastrofismo e del disamore della civiltà a cui apparteniamo, altri ancora semplicemente non se ne preoccupano, continuando nel ballo dei fatti propri. Noi siamo più propensi a quanto scritto dallo storico inglese Arnold Toynbee: la civiltà occidentale, a differenza delle altre oramai scomparse, possiede la capacità di rigenerarsi, così come è già avvenuto diverse volte.
Quanto sta accadendo ci impone un profondo ripensamento sul nostro attuale modo di vivere che ha corrotto dall’interno lo spirito originario della nostra società. Quattro anni di ricerca e approfondimento culturale ci hanno consentito di individuare la radice di questo malessere e di proporre un risveglio che ci consenta di vivere in modo più umano, onorando ciò che di grande e buono avvertiamo in noi stessi e della responsabilità e dedizione agli altri ed alla comunità.
Vi proponiamo tre “passi terapeutici” …..
Il messaggio di Edmund Phelps: il ritorno dell’economia alle origini come parte della filosofia morale.
Dario Eugenio Nicoli
La recente morte dell’economista statunitense Edmund Phelps, insignito del premio Nobel del 2026, ci offre la possibilità di raccogliere l’eredità del suo straordinario percorso intellettuale, specie se la confrontiamo con l’epoca di ripensamento che stiamo attraversando.
Pur avendo sempre avuto presente la questione della giustizia, sintetizzata nella domanda “a cosa dobbiamo rinunciare oggi perché le generazioni future possano vivere nella prosperità?”, nella sua prima tappa Phelps assume il modello economico dominato da formule matematiche con cui si pretendeva di prevedere e controllare il futuro. Egli scopre però l’importanza del fattore antropologico, evidenziato nelle aspettative dei soggetti, non solo gli imprenditori ma anche i lavoratori.
Un fattore che approfondisce nella seconda tappa dove mette in discussione la teoria dell’homo oeconomicus come un agente razionale orientato alla massimizzazione dell’utilità. Secondo Phelps, invece, l’essere umano reale non cerca soltanto reddito, consumo o sicurezza; desidera mettersi alla prova, creare, immaginare, affrontare sfide, esprimere la propria personalità nel mondo. È l’homo innovaticus, un attore mosso da un impulso non egoistico di realizzazione di sé. Non fa coincidere la prosperità sociale con la produzione di sempre maggiori beni, ma con la possibilità offerta a un gran numero di persone di partecipare a processi creativi e innovativi. In particolare, nel libro Mass Flourishing e in Dynamism, Phelps tenta di ricongiungere ciò che l’economia moderna aveva progressivamente separato: la prosperità economica e la vita buona concepita come esistenza significativa.
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Il desiderio di comunicare
Don Paolo Gessaga
Perché scrivere in una civiltà oramai assorbita dal digitale? Che significa? Che in pochi secondi, utilizzando internet piuttosto che l’intelligenza artificiale, si hanno risposte di qualsiasi genere che un tempo avrebbero richiesto per lo meno una ricerca da condurre su enciclopedie piuttosto che nelle biblioteche. Il gusto del libro stampato, del cartaceo per intenderci, non è del tutto perduto, capita ancora di osservare persone che in treno leggono libri. Perché dico questo? Semplicemente per motivare la mia scelta che dura da oltre vent’anni di scrivere, di mettere su inchiostro (si fa per dire) quanto penso, studio, ascolto e osservo della realtà. La mia passione? I testi che riguardano principalmente tre argomenti: la storia locale spesso analizzata a partire da biografie, i pellegrinaggi per lo più lenti, ossia a piedi, e la famiglia per la quale ho condotto diversi studi. Scrivere mi appassiona, è vero, ma molto di più sentire le risposte dei lettori che avendo letto qualcosa mi danno delle dritte in positivo ed in negativo. Del resto, ogni libro è principalmente una provocazione a pensare, a capire, ad entrare in un argomento
E’ possibile un governo dal basso? Il Comune come Municipio.
Dario Eugenio Nicoli
La possibilità di vivere il territorio come un’appartenenza che stabilisce un legame e dona alimento all’anima non è qualcosa di etereo, ma è un’esperienza sociale che richiede un’organizzazione peculiare data dall’incontro di due parole: Comune e Municipio.
Il termine Comune deriva dal latino communis ed indica ciò che appartiene a tutti e che viene condiviso. Oggi il comune è visto solo come un ente amministrativo, ma nella tradizione italiana esso era una forma concreta di vita collettiva, mediante la quale persone diverse hanno imparato a riconoscersi parte di una medesima comunità di destino. Questo perché era un’istituzione di autogoverno locale: cittadini, arti, corporazioni e famiglie partecipavano alla gestione della città, delle opere pubbliche, della sicurezza, dei mercati, dell’assistenza ai poveri. Il comune era la “casa civile” di una popolazione. Il termine Municipio, dal latino munus (compito, dono, obbligo condiviso) e capere (assumere), non indica solo il palazzo in cui ha sede il comune, ma il principio morale (ethos municipale) che regge la vita condivisa: l’assunzione da parte di ogni cittadino dei doveri di aiuto vicendevole specie per chi ha più bisogno, di cura del territorio e di partecipazione alla vita pubblica.
Consigliati da PensarBene: “Sentimental Value”
Esiste un legame tra la disperazione e la fede?
Bruno Perazzolo
Gustav è un famoso regista avanti con gli anni. Nora, la prima delle due figlie, è un’attrice di teatro, di talento e successo. Qualcosa di fondamentale, nelle e tra le loro vite, si è spezzato. La madre di Gustav, partigiana, internata e torturata in un campo di concentramento nella seconda guerra mondiale, una volta tornata a casa, si è poi suicidata. Il figlio, Gustav, dopo innumerevoli, violente liti, ha divorziato dalla moglie e lasciato famiglia e figlie per concentrarsi sul lavoro e, con ogni probabilità, dedicandosi a coltivare altri rapporti con l’altro sesso nei confronti del quale si dimostra decisamente interessato. A pagare il prezzo più alto di questa separazione è stata Nora cui il prendersi cura della sorella minore non è servito a colmare la separazione dei genitori e, soprattutto, l’abbandono del padre. Il funerale della madre di Nora farà rincontrare Nora e il Padre facendone emergere le rispettive disperazioni.
L’Ungheria e il destino dell’Europa
Dario Nicoli
Quello che è successo in Ungheria il 12 scorso è un cambiamento di rilevanza storica, ampiamente commentato dai media: la sconfitta, presumibilmente definitiva, di Viktor Orban, dopo 16 anni di “regno” incontrastato, è innanzitutto la smentita più sonora del pensiero di cui è il maggiore esponente. Nel suo lungo dominio, ha cercato di trasformare un’antica democrazia liberale in un laboratorio “illiberale” annunciato in un discorso del 2014, in cui ha sostenuto la necessità di uno Stato che mantenga le elezioni, ma limitando alcuni principi del liberalismo come la separazione dei poteri, il pluralismo, la tutela delle minoranze.
Egli ha lavorato instancabilmente per creare una sorta di ibrido istituzionale che non nasconde l’ammirazione per i sistemi autocratici. Come era facile prevedere, l’esito è stato dirompente: il sistema illiberale fondato sul dominio assoluto dello stato ha creato una casta di intoccabili che hanno alimentato una crescente corruzione, mentre il legame dell’Ungheria alle fonti energetiche russe, contrariamente a quanto fatto dai paesi europei della stessa area, ha portato ad un progressivo impoverimento della popolazione.
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Una scuola di socialità. All’ITI Marconi di Dalmine ritorna l’educazione?
Dario Nicoli
Un Istituto tecnico industriale aperto dalle 8:00 alle 16:30, senza smartphone e con attività che aiutano gli studenti ad arginare l’ansia e imparare a stare con gli altri a scuola ed anche nel lavoro una volta diplomati. È quanto ha deciso di fare l’ITI Marconi di Dalmine in provincia di Bergamo e che il dirigente Maurizio Chiappa ha spiegato in una recente intervista.
Tutto nasce da due constatazioni: l’allarme crescente degli insegnanti sullo stato di ansia diffuso tra gli studenti che rende difficili i rapporti con gli altri, riduce l’attenzione ed indebolisce gli apprendimenti. Questo viene messo in relazione alla loro abitudine a trascorrere da soli l’intero pomeriggio a casa, visto che entrambi i genitori lavorano, rischiando così di diventare dipendenti dagli smartphone. Da qui l’aumento di assenze ed i casi preoccupanti di ritiro sociale, che vengono gestiti dalle famiglie cercando di ottenere una diagnosi da legge 104 sperando in tal modo di facilitare il raggiungimento del titolo di studio.
Il tredicenne di Trescore: orrore e pietà.
Dario Nicoli
«Hai sentito cos’è successo a Trescore?» «No, che cosa?» «Un ragazzo di terza media ha accoltellato la sua professoressa di francese che ora è ricoverata al Papa Giovanni. È grave. Non si sa il motivo che l’ha spinto a compiere questo gesto».
Subito mi vengono alla mente altri casi di violenza, ma erano lontani. Ora il senso di sgomento è ingigantito dalla vicinanza del luogo in cui questa tragedia è accaduta. Una scuola normale che conosco, entro un paese normale di provincia come quello in cui abito, come ce ne sono tanti. Non riesco proprio ad immaginarlo: provo sgomento e dolore.
Cerco di informarmi, perché dev’esserci per forza qualcosa che ha scatenato questa tragedia: forse è un ragazzo con problemi, forse c’è sotto qualcosa di torbido, forse è uno straniero come gli egiziani dell’istituto di Sesto San Giovanni, forse… Niente di tutto questo: lo studente è un tredicenne bergamasco senza alcun precedente di disagio psichico o di violenza, una persona normale, magari un po’ timida (ma chi non lo è a quell’età?) che vive con la mamma perché i genitori sono separati (ma quanti altri ce ne sono nella stessa condizione?). Non andava male a scuola.Continua
Il cancello sul confine
Silvia Grigolin
In questo mese di marzo il terreno su cui stiamo lavorando si presenta all’inizio del percorso con qualche pianta di carciofo e rosmarino, poi un arco che sarà di rose porta ad un giovane frutteto di semi antichi, la serra è sulla sinistra e, in centro, un punto di ritrovo dal quale proseguire e arrivare infondo, ad un piccolo stagno e a siepi e more. Alla fine di tutto, un cancelletto da attraversare di rado, per lasciare spazio a chi, di notte, lascia tracce e solchi visibili al giorno. Ogni tanto il vento piega il canneto lungo il fosso e ci ricorda che a pochi minuti di auto il mare soffia.
Da qualche tempo, come associazione Family Way APS, stiamo piantumando un terreno che vorremmo potesse essere di tutti. Un luogo che un tempo era destinato ad aratro e trattore e che un domani potrebbe essere spazio in cui poter sostare, raccogliere un frutto o ascoltare il cielo. L’idea è che quel canneto possa piegarsi ancora per altri bambini e per altre mani di rughe che li accompagneranno. Questo mi rassicura. Così come mi rassicura una mia assodata certezza di educatore e pedagogista.
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Abitare per esserci
Donata Gradinati
Innumerevoli volte e per svariati motivi, diamo il nostro indirizzo. Lì mi trovi, lì c’è casa mia dove trascorro parecchie ore della notte e meno ore della giornata, da solo o con altri affetti. Abitiamo il mondo e nella nostra casa viviamo e custodiamo il nostro piccolo mondo, tempio del nostro io. La prima e molto spesso non unica abitazione, nel corso della vita, ci accoglieva al primo respiro, quando le donne partorivano in casa e, nella luce che ci avvolgeva e ci avvolge, incontriamo la prima comunità.
Nessuno di noi decide il tempo in cui nascere, ma ognuno di noi vive il proprio tempo e cresce nel proprio tempo in un contesto di affetti: famiglia, parenti, compagni di scuola, amici, persone che incontriamo, famiglia che formiamo.
A gattoni abbiamo percorso il pavimento della nostra prima abitazione e improvvisamente, alzandoci, abbiamo cercato l’equilibrio per rimanere in piedi e i nostri primi passi ci hanno condotto alle persone che avevamo intorno. Il nostro percorso ha avuto inizio, camminiamo verso gli altri alla scoperta di ciò che ci circonda.









