Manifesto per un modo di vita più umano
A cura dell’Associazione Culturale PensarBene
Siamo entrati in un tempo di caos con guerre provocate da nuovi imperialismi che traggono vigore dall’indebolimento sia dell’ordine sorto dopo la Seconda guerra mondiale sia dello spirito democratico fondato sui valori della persona, della comunità, del dialogo e dell’autentica conoscenza.
Di fronte al declino di un ordine che sembrava eterno, molti dicono che non c’è nulla da fare, altri coltivano il culto del catastrofismo e del disamore della civiltà a cui apparteniamo, altri ancora semplicemente non se ne preoccupano, continuando nel ballo dei fatti propri. Noi siamo più propensi a quanto scritto dallo storico inglese Arnold Toynbee: la civiltà occidentale, a differenza delle altre oramai scomparse, possiede la capacità di rigenerarsi, così come è già avvenuto diverse volte.
Quanto sta accadendo ci impone un profondo ripensamento sul nostro attuale modo di vivere che ha corrotto dall’interno lo spirito originario della nostra società. Quattro anni di ricerca e approfondimento culturale ci hanno consentito di individuare la radice di questo malessere e di proporre un risveglio che ci consenta di vivere in modo più umano, onorando ciò che di grande e buono avvertiamo in noi stessi e della responsabilità e dedizione agli altri ed alla comunità.
Vi proponiamo tre “passi terapeutici” …..
Magnifica Humanitas: un commento introduttivo di Don Paolo Gessaga
Don Paolo Gessaga
Papa Leone ha presentato il 25 maggio la sua prima enciclica: Magnifica Humanitas. Essa si colloca nel solco della dottrina sociale della Chiesa e affronta la custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Il punto centrale è la dignità umana davanti alle trasformazioni tecnologiche, soprattutto quelle legate all’intelligenza artificiale; il titolo stesso suggerisce un richiamo alla grandezza dell’umano in un tempo in cui le tecnologie digitali possono amplificare o restringere la libertà e la responsabilità personale. Il riferimento alla Rerum novarum scritta da Leone XIII nel 1891, è importante perché la Chiesa sta accostando la rivoluzione dell’intelligenza artificiale a una svolta storica paragonabile a quella industriale dell’Ottocento. L’idea è che, come allora il magistero intervenne su lavoro e questione sociale, oggi debba offrire criteri etici su tecnologia, lavoro, conoscenza e relazioni sociali.
Nolan e Pasolini: due modi opposti di rappresentare l’Odissea
Dario Eugenio Nicoli
L’Odissea fa parte delle opere classiche, quelle che non propongono solo una storia, ma hanno un potere rivelativo che costringe ogni epoca e a esplicitare quale idea abbia dell’uomo, del bene, della libertà e della verità.
Il confronto tra l’Odissea di Christopher Nolan (2026) e quella The Return di Uberto Pasolini (2024) è estremamente significativo. Ogni film è sempre un adattamento, a condizione che conservi il nucleo dell’opera, con buona pace dei filologi sempre in lite sull’autenticità storica dei due capolavori di Omero; ciò che emerge in queste due versioni è però il contrasto tra due antropologie, segno del tormento che ci attraversa nel tempo che stiamo vivendo.
La meritocrazia: il crepuscolo dell’individualismo
Bruno Perazzolo
Questo articolo prende spunto dal contributo di Sara Parola, pubblicato su PensarBene, intitolato “Forse la causa non è la meritocrazia”……….. Se non ho inteso male, la tesi centrale che Sara sostiene afferma che non meritocrazia, ma l’individualismo e il suo “compagno di viaggio”, l’utilitarismo, sarebbero le cause dello slegame sociale, del declino della comunità, della trasformazione del luogo abitato in dormitorio e di chi lo abita in una specie di turista sempre alla ricerca di nuove opportunità. Bene! Se non fosse che per un piccolo – grande dettaglio, potrei dire di essere d’accordo al cento per cento con Sara. Ma c’è, pur sempre, quel dettaglio che, a guardar bene, dettaglio non è, che mi spinge a fornire una risposta, almeno dal mio punto di vista, il più possibile completa sui motivi per i quali insisto nel riproporre la centralità del fattore meritocratico rispetto alle attuali, maggiori, criticità dei sistemi democratici.Continua
Nostalgia dell’incanto
Donata Gradinati
Trovarsi nel mezzo della grande piazza immersa nei suoni, rumori, colori di oggi, chiudere per un attimo gli occhi per ritrovare l’atmosfera del tempo passato e accorgersi che ora tutto è cambiato.
Il sentire quel che si era non è certo il sentire di ora.
Percepisco un vuoto, l’assenza di qualcosa, capisco e mi chiedo come il tempo possa averle portato via l’anima, la sua identità, la sua storia.
Oggi la grande piazza è piena del nulla. Uno spazio immenso illuminato ogni giorno dalla luce del sole ma in totale assenza di calore. Un dolce ricordo mi riporta il rumore dei carretti di frutta e verdura che con ordine si allineavano lungo il lato più lungo della piazza, quello di fronte all’attuale centro commerciale, allora una fila di negozi si affacciavano: il bar, il negozio di generi alimentari, l’ingresso al grande ristorante, con tanto di tavolini in ferro di colore verde, posti sotto il pergolato del profumatissimo glicine, il gioco delle bocce, il negozio che vendeva lana e filati, la macelleria, quello che vendeva moto e biciclette e ancora, a poca distanza, (attualmente c’è il teatro), il grande capannone che ospitava il mercato coperto che era anche deposito dei carretti di frutta e verdura.Continua
I gruppi di cammino: voglia di salute, di comunità, di legami e di appartenenza.
Bruno Perazzolo
Quella dei Gruppi di Cammino è una gran bella realtà che si va diffondendo un po’ ovunque e in maniera esponenziale. Nata intorno al 2007 – 2009, come in genere accade in questi casi, su iniziativa di singoli cittadini, di alcuni medici legati al territorio e di qualche ASL pionieristica (oggi ATS: Agenzia di Tutela della Salute che fa capo alla Regione occupandosi di prevenzione), una volta tanto, l’idea, “partorita dal basso”, è stata “formalizzata senza venire deformata e/o burocratizzata” dai vertici istituzionali di alcune Regioni, soprattutto del nord e centro Italia. A guardarli superficialmente i Gruppi di Cammino sono un fenomeno che affascina soprattutto per la sua semplicità. Sono Gruppi prevalentemente informali (non ci sono moduli o complicate procedure online da seguire per iscriversi ecc. ecc.), gratuiti, cui si aderisce in completa libertà e godendo della più ampia autonomia locale nello stabilire orari, giorni, percorsi e quant’altro. È vero, c’è un “walking leader” che fa da stabile punto di riferimento per tutto. L’inglesismo, al solito un po’ pomposo e leggermente depistante, occulta, però, una realtà di prossimità molto più domestica e genuina.
Continua
L’incertezza dei filosofi e le certezze della democrazia
Dario Eugenio Nicoli
Un recente articolo di due filosofi, Paolo Benantib e Sebastiano Maffettone, dal titolo “La colonizzazione del giudizio”, si aggiunge al profluvio di testi sull’intelligenza artificiale; essi però si concentrano sul mondo degli imprenditori americani. Secondo i nostri autori, i colossi dell’automotive, che fino a pochi anni fa ne erano i leader, sono stati sostituiti da quelli del mondo digitale che non si accontentano più di proporre gli indirizzi economici degli USA, ma vogliono assumerne la guida. Con due tendenze ……………………………………….
In ambedue i casi, i nostri due filosofi intravedono il pericolo di un controllo “dolce” delle coscienze, una sorta di “colonizzazione del mondo interiore” da parte del potere digitale. Essi giustamente sostengono che le persone debbono poter giungere a giudizi autonomi tramite il pensiero critico capace di formulare domande e trovare risposte meditate. Ma la foga polemica li porta a formulare una frase piuttosto sconcertante: per essi, «la capacità di interrogarsi, di abitare l’incertezza senza dissolverla prematuramente, costituisce il nucleo irriducibile di ogni esperienza democratica degna di questo nome».Continua
Nazionalismo e federalismo non si sposano affatto. Anzi! Sono proprio l’uno il contrario dell’altro.
Bruno Perazzolo
Alcuni giorni fa ho pubblicato, su Pensarbene e La Nuova Padania, un articolo incentrato sull’Unione Europea e il Federalismo Pragmatico di Mario Draghi. Il testo ha suscitato una serie di osservazioni critiche che rendono necessari alcuni approfondimenti. Nel bene o nel male, credo che si possa tutti concordare sul fatto che l’Europa stia attraversando un periodo particolarmente delicato riguardo al suo futuro. Un futuro che, certamente, avrà un impatto notevolissimo sulle nostre vite di cittadini europei e non solo. Parlarne, dunque, non è sicuramente tempo sprecato.
Come sostiene Cuore Verde nel suo articolo “L’illusione dello spazio vuoto: perché il futuro del Nord non è un ritorno al passato”, a fronte di una certa confusione dettata più dalla propaganda che da un serio lavoro culturale, il mio argomento principale è il seguente: il nazionalismo è il peggiore nemico del federalismo in generale e di quello europeo in particolare. Cosa, questa, del tutto evidente nel caso del sovranismo populista ……… Se però, come auspica Cuore Verde, si desidera approfondire il discorso sino a comprendere le attuali, più profonde difficoltà dell’Europa Federale non ci si può fermare qui.Continua
l’Unione Europea e il federalismo pragmatico di Mario Draghi
Quel che Mario Draghi ancora non dice o, forse, appena sussurra o, magari, non può dire del tutto.
Bruno Perazzolo
Allo scopo di togliere ogni ambiguità a quanto di seguito dirò, premetto che considero ciò che Draghi, da diversi anni, sebbene poco ascoltato, va dicendo sull’Europa tra le affermazioni più lucide e lungimiranti che io abbia mai sentito provenire da una fonte tanto autorevole e di prestigio internazionale. In altre parole, condivido completamente i suoi appelli per un’Europa all’altezza delle sfide globali (difesa, energia, tecnologia, mercato unico, custodia del pianeta, politica estera incisiva) che non possono essere affrontate, in solitudine, dai singoli Stati Nazione che ne fanno parte. Un’Europa capace, perciò, di competere e pesare nei rapporti con le altre superpotenze mondiali, nell’ottica di difendere i nostri valori e la nostra identità Occidentale oggi più che mai a rischio a fronte del venir meno di storiche alleanze che sembravano, sino a qualche anno fa, incrollabili ……..
Detto questo arrivo, garbatamente, alla mia modesta osservazione critica per passare poi alle cose che, secondo me, Draghi sostiene troppo sottovoce o non dice del tutto probabilmente perché – formatosi in un mondo, quello della finanza, di norma troppo abituato a “ragionare in grande” – paga il prezzo della scarsa attenzione alle “piccole identità”. Piccole identità che, però, rappresentano, per la cosiddetta “gente comune”, la maggior parte delle cose che, nella vita, contano per davvero.
Innovare e/o conservate? A chi compete la creatività?
Bruno Perazzolo
Se anche nell’economia politica, il santuario dell’Occidente, qualcosa di importante sta accadendo, significa proprio che anche il nostro piccolo contributo sta andando nella giusta direzione: alcune riflessioni sul rapporto tra l’opera di Edmund Phelps e l’approfondimento svolto da PensarBene sulla filosofia morale di Michael Sandel
Nel suo recente articolo “Il messaggio di Edmund Phelps: il ritorno dell’economia alle origini come parte della filosofia morale”, Dario Nicoli pone all’attenzione della nostra Associazione, in apertura della sua “seconda fase di vita”, un interessantissimo caso di “evoluzione del pensiero economico” frutto della ricerca pluriennale del premio Nobel per l’economia 2026, Edmund Phelps. Premesso che lo sviluppo in esame sembra perfettamente compatibile con il nostro percorso associativo, mi pare che la novità del contributo di Phelps sai rappresentata, come giustamente dice Dario, dalla sostituzione di “homo oeconomicus” con “homo innovaticus” mettendo, così, in evidenza un aspetto del “modo di vita più umano” che, forse, il nostro Manifesto, incentrato sull’incanto, l’abitare e la ricerca della verità (tutte dimensioni tendenzialmente statiche), ha lasciato troppo sullo sfondo.
Il messaggio di Edmund Phelps: il ritorno dell’economia alle origini come parte della filosofia morale.
Dario Eugenio Nicoli
La recente morte dell’economista statunitense Edmund Phelps, insignito del premio Nobel del 2026, ci offre la possibilità di raccogliere l’eredità del suo straordinario percorso intellettuale, specie se la confrontiamo con l’epoca di ripensamento che stiamo attraversando.
Pur avendo sempre avuto presente la questione della giustizia, sintetizzata nella domanda “a cosa dobbiamo rinunciare oggi perché le generazioni future possano vivere nella prosperità?”, nella sua prima tappa Phelps assume il modello economico dominato da formule matematiche con cui si pretendeva di prevedere e controllare il futuro. Egli scopre però l’importanza del fattore antropologico, evidenziato nelle aspettative dei soggetti, non solo gli imprenditori ma anche i lavoratori.
Un fattore che approfondisce nella seconda tappa dove mette in discussione la teoria dell’homo oeconomicus come un agente razionale orientato alla massimizzazione dell’utilità. Secondo Phelps, invece, l’essere umano reale non cerca soltanto reddito, consumo o sicurezza; desidera mettersi alla prova, creare, immaginare, affrontare sfide, esprimere la propria personalità nel mondo. È l’homo innovaticus, un attore mosso da un impulso non egoistico di realizzazione di sé. Continua










