Arturo Campanella

C’è un momento, nell’Odissea, in cui Ulisse non è più nulla. Il mare gli ha tolto la nave, i compagni, le armi, le insegne del re. Approda nudo sulla spiaggia dei Feaci e davanti a Nausicaa è soltanto un corpo scampato alla morte: non può imporsi con la forza né proteggersi con il rango. Non ha nemmeno un nome. Lo pronuncerà molto più tardi, alla tavola di Alcinoo, quando l’ospitalità ricevuta gli avrà restituito la possibilità di raccontarsi.

 Nei centosettantadue minuti dell’Odissea di Christopher Nolan con Matt Damon nel ruolo di Ulisse, quella spiaggia resta ai margini. È l’assenza sulla quale ho continuato a interrogarmi uscendo dalla sala, e non per pedanteria filologica: nessun film può contenere un intero poema. Ma i Feaci non sono una pausa fra due avventure, né un raccordo narrativo. Sono il luogo in cui l’Odissea lascia intravedere la propria profondità morale e civile.Continua