Francesco, un uomo il cui messaggio ha da tempo superato i confini religiosi per diventare patrimonio universale.

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Don Paolo Gessaga
Il giorno 04 ottobre, ricordiamo san Francesco d’Assisi patrono d’Italia nel suo ottavo centenario del trapasso verso la vita eterna. Il suo messaggio, in realtà, ha da tempo superato i confini religiosi per diventare patrimonio universale. Non è solo il santo delle stigmate o il fondatore di un ordine monastico, ma la figura di un uomo che, nella sua radicalità, ha scelto di vivere senza nulla per riconoscere in tutto la presenza del divino. Cosa resta della sua eredità? Il Parlamento italiano ha recentemente reintrodotto il 4 ottobre come festa civile, segno di quanto il “povero di Assisi” parli ancora a una società alla ricerca di senso. Non è un ritorno nostalgico al passato, ma il riconoscimento di una parola che ha forza politica, sociale e spirituale. Celebrare Francesco significa aprirsi a una visione più ampia di fraternità e responsabilità collettiva. Non dimentichiamone la biografia: egli nacque ad Assisi intorno al 1181-82. Figlio di un ricco mercante di stoffe, visse i primi anni tra agi, feste e ambizioni. La sua era la giovinezza di un ragazzo inquieto, attratto dalla gloria delle armi e dal fascino della vita mondana. Ma fu proprio l’esperienza della guerra, la prigionia e la malattia a metterlo davanti a un bivio. Un giorno, di fronte al crocifisso della chiesetta di San Damiano, Francesco sentì una voce che gli diceva: “Va’ e ripara la mia casa”. Da quel momento iniziò il suo cammino di radicale conversione: lasciò i beni, spogliandosi persino dei vestiti davanti al padre, per abbracciare una vita di povertà totale. La sua non fu fuga dal mondo, ma immersione più profonda nella vita reale, con gli ultimi, i malati, i dimenticati. Da una vita gaudente, al gaudio di una vita autentica, senza nulla ma solo a servizio del Regno di Dio. Il cuore della testimonianza francescana è la fraternità. Non dimentichiamo il suo tempo segnato da conflitti tra città, tra potenti famiglie della nascente borghesia commerciale e soprattutto le agiatezze che purtroppo interessavano anche una parte dell’alto clero. Francesco non si è mai fermato davanti alle barriere culturali o religiose. Parlò con i potenti e con i poveri, predicò agli animali, incontrò il Sultano d’Egitto in piena crociata per proporre la via della pace. Andò più volte di fronte al Pontefice per perorare la sua nascente congregazione e non ebbe timore di predicare in molti luoghi affrontando pericoli e critiche. Ogni creatura era per lui sorella, ogni frammento del mondo rivelava la presenza del Creatore. Questa prospettiva è di straordinaria attualità: ci invita a riconciliarci con la natura, a vivere un’ecologia integrale in cui la terra non è risorsa da sfruttare ma madre da custodire. Il suo linguaggio semplice, fatto di gesti e simboli, supera ogni dottrina e si fa voce limpida per un mondo smarrito. La sua radicalità ci interroga: come possiamo oggi vivere sobriamente in un’epoca di eccessi, di consumo sfrenato e di distacco dal creato? Francesco non è un mito irraggiungibile. È la voce che ci ricorda che la felicità non sta nell’accumulo, ma nel lasciar andare. Che il potere non genera grandezza, ma sviluppa la cura reciproca sì. È la voce che ancora ci chiede di guardare il volto del povero, dello straniero, del malato, e di riconoscere lì la presenza del sacro. Rileggere la sua vita ci aiuta a comprendere che il messaggio cristiano non si misura in formule complesse, ma in scelte quotidiane di semplicità e amore concreto. La sua attualità risuona in un mondo che cerca alternative al cinismo e all’indifferenza: è un invito a camminare leggeri, a liberarsi dal superfluo, a tornare a ciò che davvero conta. Oggi più che mai occorre uscire da se stessi, andare verso gli altri, cercare il bene con la tenace volontà di essere uniti ad iniziare dalla famiglia, dalla comunità parrocchiale, dai movimenti ed associazioni che formano il tessuto della chiesa soprattutto qui nel nostro Paese. Francesco ha saputo unire perché per primo era in perfetta comunione con Dio e con Gesù da cui ebbe il dono delle stigmate, segno della passione e dell’imitazione del Maestro. Saper lavorare insieme, saper cercare Dio al di sopra di ogni altro interesse e non accumulare altro tesoro se non l’amore per Lui e per il prossimo. Il distacco dai beni non per pauperismo, ma per scelta di chi ama l’unica e vera ricchezza: la bontà d’animo estesa ad ogni creatura. Potremmo domandargli in un immaginario dialogo con il Santo: “Francesco, cosa resta del tuo messaggio oggi?” Potrebbe rispondere “Restano i piccoli gesti di amore: il pane condiviso con chi ha fame, la carezza data al malato, il perdono offerto a chi ci ferisce. Non serve la grandezza dei palazzi, ma la grandezza del cuore.” Bene ed allora “Come possiamo vivere la tua esperienza nel nostro tempo fatto di tecnologia e velocità?” E lui potrebbe rispondere “Non ti dico di fuggire dal mondo, ma di imparare a usarlo senza esserne schiavo. La semplicità non è rifiuto della vita moderna, è saper distinguere ciò che serve davvero da ciò che è illusione. E ricorda che nessuno è troppo piccolo per cambiare il mondo. Io ero solo un giovane scapestrato di Assisi, eppure il Signore ha fatto germogliare una via di pace. Anche tu puoi diventare seme, se ti lasci guidare dall’amore.”