Donata Gradinati

Trovarsi nel mezzo della grande piazza immersa nei suoni, rumori, colori di oggi, chiudere per un attimo gli occhi per ritrovare l’atmosfera del tempo passato e accorgersi che ora tutto è cambiato.

Il sentire quel che si era non è certo il sentire di ora.

Percepisco un vuoto, l’assenza di qualcosa, capisco e mi chiedo come il tempo possa averle portato via l’anima, la sua identità, la sua storia.

Oggi la grande piazza è piena del nulla. Uno spazio immenso illuminato ogni giorno dalla luce del sole ma in totale assenza di calore. Un dolce ricordo mi riporta il rumore dei carretti di frutta e verdura che con ordine si allineavano lungo il lato più lungo della piazza, quello di fronte all’attuale centro commerciale, allora una fila di negozi si affacciavano: il bar, il negozio di generi alimentari, l’ingresso al grande ristorante, con tanto di tavolini in ferro di colore verde, posti sotto il pergolato del profumatissimo glicine, il gioco delle bocce, il negozio che vendeva lana e filati, la macelleria, quello che vendeva moto e biciclette e ancora, a poca distanza, (attualmente c’è il teatro), il grande capannone che ospitava il mercato coperto che era anche deposito dei carretti di frutta e verdura.

Mi sembra di sentire il vociare dei venditori che con gioia, esponevano e mettevano in ordine sui banchetti la merce. Una vera esplosione di colori per la meraviglia degli occhi e allegria per il cuore di chi passava e comperava. E che dire di quel carretto stretto, poggiato a terra colmo di latte di pesce sotto sale. Non era molto gradevole l’odore che si sentiva ma gradevoli erano Lina, Giuseppe (che se voleva bere un caffè al bar, prima di entrare, girava il lembo del grembiule che indossava, a coprire la parte sporca e fare in modo che si vedesse solo quella pulita, un nobile gesto di educazione e considerazione degli altri) e il piccolo cane nero Tobia. A distanza percepivo la loro presenza per il persistente odore di pesce che avevano addosso, cane compreso.

 In un angolo, sotto la fila di ippocastani, vendeva limoni, uova e qualche ortaggio di stagione una anziana signora vestita sempre di scuro. Arrivava puntuale con la sua bici nera e il cesto di vimini, ricordo che di lei si diceva che non era una persona povera ma che amava vivere la sua piazza e stare a chiacchierare con la gente.

Sull’altro lato sorge il monumento dedicato “ai caduti di guerra”. Sull’altro lato ancora la Caserma Garibaldi, oggi centro culturale.

Il monumento ai caduti, una maestosa opera che ai tempi si poteva solo osservare, non era possibile salire su quel monumento, accessibile attraverso una scalinata, bisognava passare vicino in silenzio e magari recitare una preghiera. Provo ancora un senso di sacralità molto forte, quando ci passo, malgrado oggi sia diventato ” la terrazza del bivaccamento”  di quei soggetti che passano il tempo a buttare via il tempo a bere fino a ubriacarsi, a rimbambirsi con quella musica che tutto è fuorchè musica. Oggi regna il disordine: bottiglie e lattine di birra gettate qua e là  e sporcizia ovunque.

Oggi il monumento ai caduti è un’ampia area maleodorante e tutto questo è permesso, mal sopportato, comunque accettato a scapito di tutti quelli che hanno amato e vissuto il posto, di quelli che potrebbero scrivere un libro sul passato di quella grande piazza che ospitava bambini e nonni che si davano appuntamento e trascorrevano insieme lunghi pomeriggi, i nonni a chiacchierare, i bimbi a giocare con la sola fantasia e spontaneità che da sempre li contraddistingue.

La mia grande piazza ha un nome, certo, che volutamente non cito perchè le hanno tolto l’anima e la sua identità.

Ogni piazza avrebbe bisogno di essere vissuta e rivissuta da tutti quelli che ne hanno ricordo e testimonianza passata. Dovremmo ridare vita e calore alle nostre piazze con iniziative che coinvolgano tutti,  adulti e bambini. Riprendiamoci i nostri spazi “carichi di noi” e della nostra storia , non lasciamo che altri se ne impossessino in modo inadeguato e distruttivo.

1 commento

  1. Author

    Grazie Donata di questo bel pezzo che è testimonianza di un amore autentico, di quelli che, quando li perdi, senti un vuoto incolmabile che, rimanendo così le cose, ti porterai dentro per sempre. Non è solo l’anima della piazza. E’ anche la tua anima che oggi se n’è andata o, forse, meglio, che è ORA addolorata da un’assenza, ma che, pure, puntigliosamente, resta in attesa, resta speranzosa che un miracolo succeda, che il corso della storia, che pensavamo corresse, lineare, dal peggio al meglio e che ora sentiamo come capovolto, torni a restituirci la serenità e la gioia di una pienezza ritrovata. A proposito di tutto questo suggerisco una grande opera. Il film “Mon Oncle” un film quasi muto e tragicomico. Il film del 1958 manca di speranza, ma illustra come meglio non si potrebbe l’immagine della piazza di cui tu parli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.