La strategia della Russia verso l’Unione europea

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Dario Eugenio Nicoli

Dopo l’accusa dei tedeschi alla Russia per i sabotaggi all’aeroporto di Lipsia, compiuti per la prima volta con mezzi militari, siamo entrati in una fase più grave di quelle che alcuni continuano a chiamare “provocazioni”, ma che possono essere meglio comprese se poniamo lo sguardo sul nesso tra l’ampiezza delle aggressioni di Mosca ed i risultati che intende conseguire.

L’espressione “guerra ibrida” è un ossimoro che contiene una chiave di lettura illuminante: la parola “guerra” ci dice che gli Stati dell’Unione europea sono presi di mira come nemici, e di questo dobbiamo ancora renderci pienamente consapevoli, mentre il termine “ibrida” rivela la volontà di Putin di muoversi su diversi piani: le intromissioni nelle vicende critiche (come Ceuta) oltre che nelle campagne elettorali, il sostegno – che non pare limitarsi alle parole – a gruppi politici neonazisti e antieuropei, le incursioni con droni, i sabotaggi su linee ferroviarie, sistemi energetici e imprese di armamenti.

Circa i risultati che Putin persegue, la grande quantità di mezzi utilizzati e la continua escalation rendono sempre meno credibile l’idea che tutta questa mobilitazione sia finalizzata unicamente a convincere l’Unione europea ad abbandonare il sostegno verso l’Ucraina. Anche questo, ovviamente, è nelle sue intenzioni, ma come passo intermedio per un obiettivo più strategico collocato nel medio termine.

La crescente aggressività, perseguita con tutti i mezzi possibili, mira a rompere quello che secondo il gruppo dirigente del Cremlino rappresenta il flebile legame che ancora tiene insieme l’Occidente europeo, una civiltà apparentemente forte sul piano economico e tecnologico, ma in preda ad un lento disfacimento morale e sociale che credono possibile accelerare con una insistita e crescente campagna di logoramento.

Lo scopo finale non è difficile da individuare perché si coglie dalla rigidità delle “condizioni di pace” imposte all’Ucraina, volte a farne un satellite obbediente come la Bielorussia, per poi spostare l’impegno bellico sui paesi limitrofi dell’area Nato, in quei territori che la propaganda russa chiama esplicitamente sootechestvenniki ovvero “compatrioti all’estero”. Si tratta soprattutto di Estonia e Lettonia, e in misura minore Lituania. Ma comprendono anche la Transnistria in Moldova, la Romania che risulta però strategicamente molto più importante in quanto si affaccia sul Mar Nero, confina con l’Ucraina e soprattutto con la stessa Moldova, e ospita a Deveselu una base NATO di difesa antimissile. Per ultimo, ma con grande rilevanza bellica, abbiamo l’enclave di Kaliningrad, un formidabile avamposto militare russo nel cuore del Baltico e collocato tra Polonia e Lituania.

Non possiamo chiedere ai russi cosa intendono fare davvero, perché i casi di Cecenia, Georgia, Crimea e Ucraina sono pieni di dichiarazioni e promesse che negavano ciò che in seguito è realmente accaduto.

Dobbiamo però assumere come Europa un maggiore slancio in due direzioni.

La prima mira ad approntare un sistema di difesa capace di dissuadere da azioni militari un avversario che conosce solo la ragione della forza.

La seconda, ben più impegnativa, persegue un rinnovamento delle radici della nostra civiltà, allo scopo di liberarci dal pensiero debole di cui siamo intrisi da settant’anni di quietismo e che ha aperto la strada allo scetticismo contro la credenza religiosa, allo spirito di sospetto e di critica contro la dedizione ad ideali forti come la libertà, la democrazia, la giustizia, la comunità e la solidarietà.

Va decisamente superato il dominio di un economicismo chiuso in se stesso, senza scopi riguardanti la vita buona, ma proteso solo ad un’esistenza che si desidera comoda, ma che rimane una promessa non mantenuta, soffocati come siamo dall’ansia e dall’amara impressione che il nostro tempo scorra senza senso.


L’immagine del faro possiede un duplice significato: è simbolo di ciò in cui si crede, un ideale, una fede, una verità, un principio al quale si rimane fedeli; insieme a ciò è uno strumento che aiuta a non perdersi, una luce che salva rivelandoci il grave pericolo dell’insignificanza che stiamo correndo.

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