Non catastrofismo ma tanto lavoro buono

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Dario Eugenio Nicoli

È vero che in quasi duecento anni la temperatura media globale è risultata superiore di circa 1,43 °C, facendo del periodo 2015-2025 gli undici anni più caldi mai registrati, ma si sa che le medie sono semplificazioni; in realtà, nelle precipitazioni si registrano fortissime differenze territoriali. Ad esempio Francia e Italia hanno visto entrambe l’aumento di ondate di calore, mentre Germania, Polonia e buona parte della Scandinavia hanno registrato un eccesso di pioggia.

È quindi più verosimile la tesi dell’alterazione di un sistema complesso in cui sono in gioco molti fattori; per questo è errato attribuire “a macchinetta” ogni singolo temporale, incendio, siccità o alluvione al cambiamento climatico, mentre risulta più utile il concetto di rischio climatico differenziato.

La consapevolezza di ciò rende sempre meno attuale la versione più radicale e semplificata del discorso ecologista fondata su una sorta di «ora X» planetaria, nella quale tutti gli Stati decidano simultaneamente di spegnere carbone, petrolio e gas. L’orizzonte rimane la decarbonizzazione, ma si sta affermando una grande politica di adattamento e resilienza. Il protagonista non è soltanto il legislatore che stabilisce un limite alle emissioni. Diventano soggetti attivi agricoltori, pescatori, ingegneri, architetti, geologi, urbanisti, tecnici energetici, informatici, amministratori locali, imprese, consorzi irrigui e protezione civile.

L’adattamento diventa un gigantesco programma di conoscenza e di lavoro.

Molti esempi confermano che stiamo già procedendo in questa direzione.

In Bangladesh, un sistema integrato di previsioni meteorologiche e di allerta precoce rivolti anche agli agricoltori hanno ridotto del 75% le perdite delle colture.

Nella provincia pakistana del Sindh, dopo le devastanti inondazioni del 2022, sono stati distribuiti sostegni ad oltre un milione di famiglie per realizzare abitazioni maggiormente resistenti agli eventi meteorologici.

A Beira, in Mozambico, un efficiente sistema di drenaggio e un parco urbano di 17 ettari lungo il fiume Chiveve hanno migliorato la protezione dalle inondazioni a beneficio di oltre 50.000 persone. A Colombo, nello Sri Lanka, il recupero di circa 20 km² di zone umide è divenuto parte della protezione idraulica urbana.

In Brasile la diffusione di cisterne permette di raccogliere l’acqua piovana permette di accumulare l’acqua piovana e di utilizzarla durante la stagione secca.

Come si vede, gli interventi prevedono sia soluzioni tecnologiche avanzate accanto a metodi antichi adeguatamente migliorati.

Per l’Italia, il punto di riferimento è il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) del 2023 che sposta l’attenzione dalla sola riduzione delle emissioni alla domanda: come deve cambiare concretamente l’Italia per vivere in condizioni climatiche differenti?Sono centinaia le azioni previste nei diversi settori con un approccio che integra l’adattamento alla pianificazione ordinaria: urbanistica, acqua, agricoltura, coste, infrastrutture, salute, ecosistemi.

Gli interventi sono in fase di prima attuazione; ecco alcuni esempi:

  • il Comune di Bologna prevede un aumento delle alberature e delle superfici verdi, tetti verdi, fasce vegetate, miglioramento della gestione dell’acqua piovana, de-impermeabilizzazione dei suoli, miglioramento del drenaggio urbano e interventi specifici nelle aree più esposte al rischio idraulico. Inoltre, ha ampliato la propria rete di “rifugi climatici”, affiancandola all’assistenza domiciliare e monitoraggio delle persone particolarmente vulnerabili durante le ondate di calore.
  • La Regione Veneto assieme all’Università IUAV e partner europei con il progetto CORRAL lavorano dal 2026 ad un ampio intervento di resilienza della costa, della Laguna e del Delta del Po. A tale proposito, il successo del MOSE (pur tra grandi opposizioni del mondo ecologista e delle associazioni locali) dimostra come una grande opera ingegneristica di difesa di Venezia e della laguna dalle acque alte può concorrere efficacemente alla politica di adattamento.
  • Si è avviato nella Pianura Padana un vasto piano di adattamento agricolo, passando dall’irrigazione basata prevalentemente sulla tradizione a una irrigazione di precisione che combina dati meteorologici, umidità del terreno, immagini satellitari, caratteristiche delle colture e previsioni.

Molte sono le iniziative ancora in fase progettuale, specialmente quelle che intendono fronteggiare la grande questione italiana del ciclo dell’acqua, per trattenerla quando arriva e renderla disponibile quando manca. È una politica molto vasta che prevede: riduzione delle perdite degli acquedotti, interconnessione delle reti, manutenzione degli invasi esistenti, nuovi accumuli dove servono, piccoli bacini diffusi, recupero delle acque meteoriche, riuso delle acque reflue depurate, ricarica delle falde, agricoltura di precisione, rinaturalizzazione di aree fluviali e sistemi urbani capaci di assorbire precipitazioni intense.

Lo stesso sta accadendo per le “città spugna”, le politiche della montagna, infine la grande questione della manutenzione preventiva, a cui può fornire un notevole contributo l’IA.

Siamo di fronte ad un fervore di progetti e di opere meno spettacolare, ma decisamente più adulta rispetto a quella centrata solo sulla riduzione delle emissioni.

In questa direzione, la questione climatica potrebbe diventare meno una pedagogia della paura e più una grande stagione dell’ingegno umano applicato alla cura della Terra. Richiede un approccio più integrato tra scienza, tecnologia e AI, ma soprattutto tanto lavoro buono, quello dotato di valore e quindi decisamente motivante per chi lo svolge.

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