Il messaggio di Edmund Phelps: il ritorno dell’economia alle origini come parte della filosofia morale.
Dario Eugenio Nicoli
La recente morte dell’economista statunitense Edmund Phelps, insignito del premio Nobel del 2026, ci offre la possibilità di raccogliere l’eredità del suo straordinario percorso intellettuale, specie se la confrontiamo con l’epoca di ripensamento che stiamo attraversando.
Pur avendo sempre avuto presente la questione della giustizia, sintetizzata nella domanda “a cosa dobbiamo rinunciare oggi perché le generazioni future possano vivere nella prosperità?”, nella sua prima tappa Phelps assume il modello economico dominato da formule matematiche con cui si pretendeva di prevedere e controllare il futuro. Egli scopre però l’importanza del fattore antropologico, evidenziato nelle aspettative dei soggetti, non solo gli imprenditori ma anche i lavoratori.
Un fattore che approfondisce nella seconda tappa dove mette in discussione la teoria dell’homo oeconomicus come un agente razionale orientato alla massimizzazione dell’utilità. Secondo Phelps, invece, l’essere umano reale non cerca soltanto reddito, consumo o sicurezza; desidera mettersi alla prova, creare, immaginare, affrontare sfide, esprimere la propria personalità nel mondo. È l’homo innovaticus, un attore mosso da un impulso non egoistico di realizzazione di sé. Non fa coincidere la prosperità sociale con la produzione di sempre maggiori beni, ma con la possibilità offerta a un gran numero di persone di partecipare a processi creativi e innovativi. In particolare, nel libro Mass Flourishing e in Dynamism, Phelps tenta di ricongiungere ciò che l’economia moderna aveva progressivamente separato: la prosperità economica e la vita buona concepita come esistenza significativa.
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