Dall’individualismo di massa al nichilismo di piazza: come il crollo dei modelli educativi e la confusione tra sacro e profano alimentano la rabbia distruttiva dei giovani.

Foto di Pierre-Louis Mièze su Unsplash

Bruno Perazzolo

Recentemente PensarBene ha pubblicato due articoli: “sommosse di piazza” e “la banalizzazione del Sacro”. Come accennato in alcuni commenti, incentrati sulla crisi della famiglia e della sua funzione educativa, malgrado l’apparente lontananza dei temi affrontati, tra i due testi penso esista  un legame profondo. Alla base di tutto stanno due domande: “Da dove, essenzialmente, viene il disagio che attraversa una parte importante del mondo giovanile? Quali sarebbero i diritti negati che ne spiegherebbero, in larga misura, la rivolta?”

Di fronte a questioni tanto impegnative, azzardo una risposta non per chiudere il confronto, ma per aprire, almeno, una discussione. Se è vero che la fine di un’epoca si spiega principalmente con il suo principio, il disagio di molti giovani, e non solo dei giovani, credo derivi dalla crisi di un modello culturale plurisecolare che sembra, oggi, arrivato al capolinea.  Questa storia inizia nel lontano ‘500 europeo con lo sviluppo del concetto moderno di individuo e la riduzione della società ad un “contratto sociale” tra soggetti irriducibilmente diversi, gelosi della propria autonomia e originalità. Si tratta della visione libertaria / liberale che, però, grossomodo sino alla prima metà del ‘900, resterà ben confinata nelle facoltà di filosofia e all’interno di una ristretta élite borghese.

La svolta accade nella seconda metà del ‘900. Complici la contestazione giovanile – non per caso partita dalle università – i nuovi mass media, la televisione in particolare, e l’esplosione dei consumi, l’individualismo diventa fenomeno di massa. È qui che inizia a spopolare l’idea che “ogni forma di trasmissione di valori, di tradizione, di rapporti non contrattuali, cioè non scelti, significasse la repressione dell’individuo e/o delle minoranze. È qui che, coerentemente con l’idea di autonomia, inizia a spopolare l’idea che ogni individuo, a buon diritto, “si faccia da solo”. Ne consegue una visione paradossale del mondo secondo la quale non esistono valori condivisi. Meglio, l’unico valore condiviso è quello secondo il quale non esistono valori condivisi. Non esiste – nei rapporti sociali, nella famiglia come nella scienza – nessuna verità assoluta. Meglio, l’unica verità assoluta è quella che sostiene che, da nessuna parte, esistono verità assolute. Ne consegue la condanna di ogni possibile tradizione fatta salva la tradizione che nega il valore di ogni altra tradizione.

È chiaro come, all’interno di questa visione paradossale delle cose, la crisi della famiglia e dell’educazione assomigli molto ad un ossimoro: un’assenza, quella del modello educativo, che dice tantissimo del modello educativo dominante: quello che rigetta in partenza l’idea stessa di educazione sia che provenga dalla famiglia sia che provenga dalla scuola. Concetti astratti quelli svolti sin qui? Neanche per idea! Per toccarli con mano, basta pensare ai genitori prima declassati a matusa negli anni Sessanta dello scorso secolo e poi trasformatisi, giusto per risultare meno autoritari e più accettabili, in amici che indossano, proprio come i loro figli, jeans e maglietta. Genitori che portano l’orecchino e aspirano a rimanere perennemente giovani sino ai sessanta e oltre! La scuola altro non ha fatto che seguire la stessa sorte dei padri e delle madri. Destituita di ogni autorità, ovvero di ogni compito educativo, ipso facto ritenuto coercitivo, è divenuta, nell’accezione prevalente, il luogo dell’accompagnamento e dello sviluppo dello spirito critico, intendendo, con ciò, lo sviluppo, “fuori dal coro”, della soggettività dei propri allievi presi singolarmente: uno per uno!

Qualche anno fa mi è capitato di fare la recensione ad un ottimo film intitolato Non credo in niente del 2023. La pellicola fa sintesi di un’evidenza emersa chiaramente negli ultimi quarant’anni. L’ideologia della soggettività, l’ideologia dominante del “sogno nel cassetto” – equamente distribuita a destra a sinistra e al centro – funziona, però, solo per una ristretta casta. Un’élite meritocratica sempre più chiusa, inaccessibile e costituita da quegli individui che il successo sono riusciti, in un modo o nell’altro, a realizzarlo per davvero. Alla rimanente, stragrande maggioranza che ha, quasi di necessità, riempito il vuoto prodotto della “cultura nichilista”, con il tribalismo e i social media, non è rimasto altro da fare che gestire il proprio fallimento, la frustrazione, la rabbia e il risentimento accontentandosi delle briciole. E quando anche le briciole, come accade attualmente sempre più spesso, vengono a mancare, ecco che la rabbia diventa, proprio come nel film Joker, del 2019, rivolta autodistruttiva.

Certo, malgrado alcuni dati siano in controtendenza, nell’insieme, il sistema sanitario che peggiora, la scuola che peggiora, il lavoro che peggiora, il salario che peggiora possono spiegare molto delle attuali sommosse di piazza. Forse c’entra persino la guerra ibrida. Però il fattore sostanziale, l’humus della questione, sta altrove. Si trova, credo, nel fondamentale diritto che ogni popolo riconosce ai propri figli e che, nel nostro caso, è stato negato, non dico a tutti, ma alla maggior parte delle ultime generazioni: quello di avere dei padri e delle madri veri, quello di ricevere dei sonori no oltre che dei sì accondiscendenti, quello di avere dei maestri rigorosi e una “bottega” nella quale scoprire la propria vocazione, quello di avere una nozione chiara di dove si trova il confine tra il sacro e il profano, tra ciò che, nella propria comunità, ha valore ed è indisponibile e ciò che è disponibile.  In breve, l’humus della questione sta nell’aver negato, alla maggior parte dei nostri figli, il diritto di vivere una vita onorevole senza, per forza, sentirsi in obbligo di vivere da superuomini / semidei capaci di creare, dal nulla, un mondo tutto proprio.

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