La parte dell’anima che manca e il nuovo compito di PensarBene

Gli amici della camminata nel Parco del Ticino

“Grazie ragazzi” è un film recente, tratto da fatti realmente accaduti, con attore protagonista un superlativo Antonio Albanese. “Grazie ragazzi”, però, sono anche due parole che possono, insieme, ben rappresentare la sintesi di quest’ultima nostra camminata di PensarBene. Camminata che, quest’anno, abbiamo voluto tenere nel Parco del Ticino. Nella film Antonio è un attore “fallito” che “sbarca il lunario” doppiando film porno. Laura è la Direttrice di un carcere che, da tempo, ha sepolto la sua umanità nel “sarcofago della burocrazia penitenziaria”. Aziz, Diego e altri compagni sono i carcerati che, strumentalmente, colgono l’occasione di alcune lezioni di recitazione teatrale, per godere di qualche “ora d’aria in più”. Tutti i protagonisti della pellicola sopravvivono come noi sopravviviamo. Tutti i protagonisti della pellicola si immaginavano, come anche noi abbiamo immaginato, una vita diversa. Ma qualcosa è andato storto; qualcosa manca. Manca una parte dell’anima, manca qualcosa di decisivo capace di rendere la vita di tutti, attori e pubblico, meritevole di essere vissuta. Insomma, capace di rendere la vita pienamente umana. Qualcuno di noi, camminatori di PensarBene, azzarda il termine “felicità”, ma sulla parola non c’è accordo. Sentiamo e sappiamo solo dire – come gli attori del film; come quella folla di individui che chiamiamo “popolo” che si lamenta, denuncia e si arrabbia –  cosa non rende felici. Verrebbe da ripetere “non di solo pane vive l’uomo” Matteo 4,3-6. Contrariamente a quanto surrettiziamente suggerisce l’industria pubblicitaria, la felicità non è una somma di piaceri direttamente proporzionale al consumo di cose e/o di “esperienze interessanti”. Non è una somma di emozioni capaci di stimolare l’adrenalina. In breve la felicità è qualcosa che non puoi ottenere con il danaro o con una tecnica, che sono sinonimo di potere e sono sì parte essenziale di noi, ma poi, da soli, non ti sanno mai dire a cosa servono. Come nel film capolavoro “Quarto Potere”, verrebbe da pensare che la “cattedrale della ricchezza costruita per la ricchezza”, alla fine isola e condanna ad una morte disperata. Una morte che in tanti tra noi sperimentano molto prima di morire.

A questo punto del racconto, Antonio Cerami, l’attore protagonista doppiatore di film porno, ha un’idea MERAVIGLIOSA: far recitare “Aspettando Godot” ai detenuti. Non è una boutade. Antonio cova da tempo questo desiderio che ora, provvidenzialmente, incontra i necessari “personaggi in cerca d’autore” adatti alla recitazione perchè portano dentro di loro, nella loro esperienza quotidiana, questa “narrazione”: aspettare pazientemente qualcosa e qualcuno che non arriva. Dal contesto si capisce subito che Antonio fa sul serio. Non sta proponendo una parentesi, un’eccitante esperienza passeggera, un momento di “sollevante leggerezza”. E’ eccitato, convinto, catturato, entusiasta. Intuisce che l’impresa, l’”IMPEGNATIVA salita” che si profila davanti a lui, sarà rischiosa come un’autentica avventura capace, però, di CARICARE di significato e LEGITTIMARE un’intera vita: la sua come quella di chi lo seguirà. All’inizio, come sempre accade in queste circostanze, Antonio è solo. I compagni di viaggio si associano poco convinti, aspettandosi dall’iniziativa un utile immediato del tutto estraneo allo scopo dell’impresa. Si comprende che non sono realmente impegnati e men che meno consapevoli dello spirito che anima quel che stanno facendo. Da qui mille difficoltà, minacce di ammutinamento, momenti di scoramento, ma anche, piano piano, una luce in fondo al tunnel che si accende come una speranza di futuro e di DIGNITA’. Un bagliore che diventa sempre più frequente man mano che arrivano i primi RICONOSCIMENTI da amici, parenti, altri detenuti e poi da una cerchia sempre più ampia di pubblico che finalmente si accorge, tramite i personaggi messi in scena, che gli attori esistono per davvero, in carne ed ossa, e li accoglie con un applauso.

Nel bel libro di Fukuyama, “l’Identità”, il desiderio di essere riconosciuti, di sentirsi parte necessaria di una NARRAZIONE COLLETTIVA, viene messo in cima alla piramide dei bisogni umani. Meglio, il bisogno di un’identità riconosciuta è quello che più di ogni altro caratterizza la nostra specie. Chissà se la felicità dipende dalla soddisfazione di questo bisogno che nulla ha a che fare con la sazietà e la risorgenza tipica dei bisogni economici? In ogni caso, se non dà felicità, l’essere riconosciuti sembra dare qualcosa che gli assomiglia molto. Qualcosa come sentirsi nel posto giusto, sentire che non stiamo perdendo il nostro tempo e che siamo stati utili ad una causa più grande di noi che non finisce con noi: un’amicizia, il futuro dei nostri figli e nipoti, un’opera destinata a lasciare il mondo meglio di come lo abbiamo trovato.

All’inizio del cammino di PensarBene avevamo individuato un esagono con cinque lati tematici e una chiave di volta in cima. I lati tematici, quelle “certe cose per cui valga la pena di vivere[1]”, erano rappresentati dall’idea benedettina di lavoro, dai concetti di persona – comunità (l’uomo sociale), dalla valorizzazione della razionalità e della tecnica nel contesto di un nuovo umanesimo integrale, dall’adesione ai valori della democrazia e dello Stato di diritto. Il tema della “cura del creato” lo avevamo incluso nel sesto lato dell’esagono e, precisamente, nella chiave di volta rappresentata dalla bellezza. Ora però intuiamo, sul finire della camminata nel Parco, che la bellezza serve a poco se serve solo al piacere di un momento; serve a poco finchè resta pura merce decorativa che, nelle centinaia di fotografie pubblicate sui social, fa da contorno ad altrettanti individui soli. Individui alla caccia di like che ogni giorno cambiano immagine (cambiano scena) nel vano tentativo di sentirsi vivi attirando un poca d’attenzione su di sé. In altre parole, la bellezza serve a poco finchè non diventa INCANTO, cioè quella particolare esperienza che cattura, che lega, che ti impegna e ti sollecita ad uscire da te stesso per caricarti di responsabilità. Forse il lavoro della nostra associazione doveva partire da qui, dal rapporto con i nostri simili e con il mondo. Forse saremmo dovuti partire dalla chiave di volta, DAL TUTTO, piuttosto che dalle parti. Forse saremmo dovuti PARTIRE DA UN RACCONTO piuttosto che con un’analisi intorno alla quale aprire un dialogo, sincero quanto si vuole, ma sempre sottoposto al rischio di cadere nel presente, in quella realtà oggettiva della quale l’uomo non si accontenta mai e che, puntualmente, viene superata dalle grandi narrazioni che sono tutt’uno con la nostra esistenza sul pianeta terra. Storie che ci guidano, ci orientano e che sono capaci di dare un ordine gerarchico alle nostre mille priorità e possibilità.

Comunque sia, rileggendo il documento fondativo della nostra associazione, “la passeggiata ai Pizzoni di Laveno”, ci si accorge che la “LUCE IN FONDO AL TUNNEL” era già ben presente nei “lati dell’esagono” . Il percorso di ricerca fatto nel tre anni di vita della nostra comunità non è dunque stato vano. E’ servito a dare corpo e profondità alle nostre premesse e ad una visione organica che adesso ci appare più chiara. Ed è ora su questa visione che dobbiamo focalizzare criticamente le nostre energie, approfondendone tutti i risvolti e, soprattutto, evidenziando nell’attuale oscurità “i bagliori” che manda: quelle esperienze profetiche che, diversamente dall’utopia, indicano “UN NON ANCORA STANDO SU UN GIA’ PRESENTE”.

Al termine della commedia gli attori non si dimostreranno all’altezza dell’impresa che Antonio Cirami aveva sognato e condiviso con loro. Gli attori abbandoneranno la scena tornando alla mediocrità. Però si capisce che qualcosa di importante è rimasto in tutti. Antonio, nell’imbarazzo di dover comunicare al pubblico la fuga dei personaggi che avrebbero dovuto essere in scena, trova la lucidità, la comprensione e la forza per dire comunque e convintamente: “GRAZIE RAGAZZI”. Anche noi, camminatori di PensarBene, sul confine del Parco, ci siamo salutati pressappoco così.


[1] Cit. dal film, Manhattan, (1979) di Woody Allen.

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