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Cosa abbiamo capito sull’Afghanistan? Selezionando al massimo il profluvio di parole spese su questo tema, di importante rimane quanto detto dal Papa e dal Presidente della Repubblica.

Papa Francesco ha dichiarato che «un modello troppo occidentale di democrazia è stato esportato in Paesi come l’Iraq, dove un governo forte esisteva già in precedenza. Oppure in Libia, dove esiste una struttura tribale. Non possiamo andare avanti senza prendere in considerazione queste culture».

Il Presidente Sergio Mattarella nel messaggio del 12 scorso ai partecipanti al G20 Interfaith Forum 2021 ha sostenuto che «l’idea di riunire studiosi, rappresentanti delle diverse fedi ed esponenti della società civile in uno specifico momento dedicato alla dimensione spirituale, costituisce una scelta lungimirante, particolarmente in una congiuntura in cui si ripresentano tentazioni di utilizzare le espressioni religiose come elemento di scontro anziché di dialogo. La consapevolezza di come il fattore religioso sia elemento importante nella costruzione di una società internazionale più giusta, rispettosa della dignità di ogni donna e di ogni uomo, si va sempre più radicando».

L’Islam mostra, sul piano politico e giuridico, diverse soluzioni, alcune delle quali – come l’Indonesia, il Marocco, la Giordania ed in parte anche l’Egitto – assumono in modo proprio elementi di modernizzazione pienamente legittimate dal punto di vista religioso. Segno che non si tratta di un mondo monolitico e che semmai quella che risulta oggi più attiva è una corrente radicalizzata che già si è manifestata nel pendolarismo della storia. Lo stesso Afghanistan ha vissuto nel secolo scorso alcune fasi di modernizzazione, a cui sono seguiti periodi di ritorno ad una impostazione più rigida. È un’alternanza tra correnti culturali che non finirà con l’attuale ritorno al potere dei talebani, i quali si troveranno a dover fare i conti con questioni molto pratiche come l’economia, la scuola, l’università e la ricerca, tutti ambiti che richiedono un’apertura alla collaborazione internazionale abbandonando l’illusione di un califfato autocratico isolato dal mondo. Come dire: il popolo non è un concetto astratto, ma una realtà concreta che esige cibo, cure, istruzione, occasioni di lavoro, speranza per il futuro.

Quindi, occorre comprendere più a fondo le culture dei paesi islamici, immaginando un modello meno occidentale di democrazia. Per intenderci: un modello che non privatizza la religione e che non smantella il tessuto comunitario tradizionale, ma che, avendo come stella polare un equilibrio tra diritti e doveri, mostra premura verso la pace, la giustizia sociale, l’operosità buona. Lo stesso Occidente necessita di scoprire il valore dimenticato della rivoluzione francese: la fraternità intesa come centro vitale della società in grado di irrorare e rinnovare le stesse istituzioni democratiche, che risultano invece indebolite dalla pratica dello stato assistenziale.   Quale insegnamento possiamo trarre dalla lezione afgana? Che il fatto religioso è costitutivo dell’umano, e della storia, come lo è il linguaggio e la tecnica. Che la sua eradicazione prosciuga le fonti della vita personale e sociale, cancellando dalla terra e dal cielo quei riferimenti che tengono viva la speranza nell’anima del popolo.

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