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Bruno Perazzolo
In un suo recente articolo intitolato “Noi e gli angeli: ascoltiamoci in silenzio”, Donata Gradinati illustra – con molta umiltà, quasi si trattasse del resoconto di pensate eccentriche suscitate da una conferenza dal titolo curioso, “vivere con gli angeli” – le idee che le sono balenate in testa nel corso e dopo quell’evento. In effetti, ad una prima lettura, è questa l’impressione che si ricava dal testo: una serie di associazioni di sapore romantico, riflesso di una bella serata trascorsa in buona compagnia. In breve, un frammento di incanto come se ne possono incontrare tanti, più o meno evanescenti, nella nostra come nelle “vite degli altri”. Però, se lo si rilegge con maggiore attenzione, si può facilmente capire che l’articolo dice ben altro toccando punti cruciali del nostro modo di stare e sentire il mondo. Per chiarire questa mia sensazione, proverò a sviluppare un ragionamento a contrario partendo da questa domanda: cosa comporta vivere senza gli angeli?
Senza citare teorie, partendo solo dall’esperienza, è Vasco Rossi a dirci, attraverso il linguaggio dell’arte, cosa comporta “VIVERE SENZA GLI ANGELI”. Il suo capolavoro, “Gli angeli”, descrive proprio cosa si sente a stare dentro un “universo di significati” che nega questi simboli di un ordine trascendente che non è stato creato da noi e che sfugge al nostro controllo. Questa la seconda parte della sua canzone:
Qui è logico
Cambiare mille volte idea
Ed è facile
Sentirsi da buttare via
Qui non hai la scusa
Che ti può tenere su
Qui la notte è buia
E ci sei soltanto tu
Vivi in bilico
E fumi le tue Lucky Strike
E ti rendi conto
Di quanto le maledirai
E da qui, e da qui
Qui non arrivano gli ordini
A insegnarti la strada buona
E da qui, e da qui
Qui non arrivano gli angeli
Vasco è stato ed è considerato una specie di ribelle anticonformista. In realtà la sua grande arte non fa altro che cogliere, nella maniera più nitida, la secolarizzazione di massa, ovvero la condizione dell’uomo contemporaneo nelle nostre società disincantate e pseudo-razionali. Ma l’arte di Vasco va ancora più al fondo della nostra “questione esistenziale”. Vasco non si compiace dell’atomismo individualista pseudo-libertario, della solitudine cosmica che caratterizza il nostro stile di vita. Al contrario, alla fine dell’opera lancia un grido di dolore che muove a una ricerca senza speranza. Ricerca ben rappresentata in un altro testo: “Un senso”. Anche qui un brano è del tutto eloquente:
Voglio trovare un senso a questa sera
Anche se questa sera un senso non ce l’ha
Voglio trovare un senso a questa vita
Anche se questa vita un senso non ce l’ha
Voglio trovare un senso a questa storia
Anche se questa storia un senso non ce l’ha
Voglio trovare un senso a questa voglia
Anche se questa voglia un senso non ce l’ha
Esprime, il brano di Vasco, una ricerca, un desiderio, un’istanza, una nostalgia che replica il sentimento del poeta che scorre tra le righe del “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
[………………………………]
a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
[…………………………….]
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
[……………………………….]
Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.
Leopardi (il poeta) come Vasco! Entrambi esprimono un desiderio di pienezza, di un legame indissolubile. Entrambi “gridano il dolore”, quasi si ribellano, all’ASSENZA di un amore, di un ordine più grande dentro il quale riconoscersi ed essere riconosciuti. Un amore che sentono essere vitale, ma che credono IMPOSSIBILE dal momento che, nel loro universo, GLI ANGELI NON ARRIVANO. Viene da qui, forse, viene da questa disperazione che, più o meno consapevolmente sentiamo tutti, la ragione del nostro “riempirci la vita di cose scarsamente utili, per non dire del tutto inutili”. Viene da qui la forza di un consumo compulsivo che ci tiene occupati sino a renderci dimentichi delle cose essenziali che ci mancano.
Caro Bruno, apprezzo molto il tuo articolo perché va in profondità sul tema della scomparsa degli angeli (oltre la visione edulcorata dei puttini e di quella sentimentale dei nonni) e sulla solitudine esistenziale che ciò comporta. Riprendi opportunamente Vasco Rossi nei testi che svelano la grave crisi che ha attraversato qualche anno fa e che l’ha portato ad una riflessione pessimistica sul vivere, in netto contrasto con l’ottimismo vitalistico precedente. È lo sbocco “onesto” di un’intera generazione che manca però del coraggio di scoprire ed affidarsi a Dio. La stessa condizione di Leopardi che invidia le greggi perché non hanno la coscienza del dramma della loro stessa esistenza. Manca loro il gesto liberatorio dell affidamento perché resi disincantati da una cattiva concezione del cristianesimo. Ad una ragione illuminata dalla fede non sfugge questo dramma. Non si tratta né di ottimismo e neppure di rinvio ad una felicità futura. L’estremo sacrificio e la risurrezione di Gesù Cristo hanno cambiato il corso di tutta la storia ed aperto la possibilità a ciascuno di partecipare già ora al Regno di Dio che vivremo in pienezza dopo il passaggio della morte terrena. Il segno di ciò è nel saluto di Gesù agli apostoli rinchiusi nel Cenacolo: “la pace sia con voi!”. Non più inquietudine e orrore del vuoto, perché ogni cosa creata, anche il dolore e il male, possiede un nesso vitale con il Creatore. Ed Egli ha fatto bene ogni cosa: l’ha fatta per il nostro bene.