Bruno Perazzolo

Un film sul perdono che, sia pure indirettamente, può dare un’idea molto concreta delle atrocità compiute dal regime iraniano contro il suo popolo che, anche in questi giorni e, grossomodo, per gli stessi motivi, trova il coraggio di protestare e scendere per strada.

Vahid è un meccanico. Un giorno si presenta alla sua officina un tizio rimasto per strada per via di  un guasto alla sua automobile. Vahid rimane sbalordito, quasi non crede a ciò che vede. Si tratta proprio del suo aguzzino, dell’agente dei servizi segreti dal quale – in carcere per aver protestato contro il regime degli ayatollah a causa delle dure condizioni economiche cui è sottoposta la popolazione – Vahid ha subito pesanti sevizie che ne hanno compromesso la salute per il resto dei suoi giorni. Inizia da qui, con un ribaltamento dei ruoli, una specie di ossessiva avventura. Una sorta di viaggio a ritroso. Un viaggio nel corso nel quale Vahid – dopo aver ridotto il suo torturatore a suo prigioniero e dopo aver coinvolto nella sua tormentata ricerca della verità, una serie di altre persone, vittime come lui della brutalità del regime – viene progressivamente assalito dal dubbio.

Continua

Bruno Perazzolo

Mahin è vedova da trent’anni.  Vive a Teheran. La sua vita si sta chiudendo. Figli e nipoti vivono lontano, all’estero. Li sente, per telefono, impegnati in mille cose che lasciano poco spazio alla conversazione. Anche le sue frequentazioni fuori casa si sono ridotte a fare la spesa o poco più. Il giro di amiche con le quali, in passato, condivideva serenamente molto del suo tempo da pensionata, oramai, per vari motivi, riesce a ritrovarsi solo una volta l’anno, in occasione di un pranzo che, a malapena, per qualche ora, riesce a colmare l’amarezza di tanti mesi di separazione. Mahin, però, non è disperata, non intende rinunciare a ciò che di meglio la vita può riservare all’uomo. Mahin ha una grande idea: celebrare una festa con tutto ciò che la festa comporta
Continua

di Dario Nicoli

Ognuno di noi ha la sua vita individuale, ciascuna diversa dagli altri. Ma tutti insieme, che ne siamo coscienti oppure no, stiamo partecipando ad una medesima operazione: viviamo un travaglio profondo, dal valore storico circa il futuro della nostra civiltà, che tocca le questioni fondamentali della vita, della direzione del nostro cammino e perciò del futuro che ci attende …. ………. Se l’epopea del declino e la guerra tardo puritana al linguaggio ed ai simboli della tradizione sono da annoverare tra i fenomeni della decadenza, una rigenerazione feconda può trovare alimento da vicende che accadono in altri contesti e con altri popoli. Guardando all’Asia, continente nel quale si dispiegano tensioni che hanno come posta in gioco la condizione umana della gran parte della popolazione del pianeta, possiamo trovare alimento dalla lotta delle donne iraniane contro un regime oppressivo, oscurantista e misogino. 
Continua

di Bruno Perazzolo

La recensione di questo film è stata motivata, oltre che dagli attuali eventi drammatici, dall’articolo di Dario Nicoli “Il Travaglio dell’occidente e le donne iraniane”.

Il film, del regista iraniano pluripremiato Jafar Panahi – attualmente in carcere con una condanna di 6 anni per essere venuto meno alla sentenza del 2010 che gli intimava di non girare più film, di non trasferirsi all’estero e di non intrattenere rapporti con i media – è una pellicola intensa la cui complessità può forse tenere lontano il grande pubblico malgrado gli elogi, pressochè unanimi, della critica (il film è stato premiato al festival di Venezia).Continua