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di Dario Nicoli

Ognuno di noi ha la sua vita individuale, ciascuna diversa dagli altri. Ma tutti insieme, che ne siamo coscienti oppure no, stiamo partecipando ad una medesima operazione: viviamo un travaglio profondo, dal valore storico circa il futuro della nostra civiltà, che tocca le questioni fondamentali della vita, della direzione del nostro cammino e perciò del futuro che ci attende. Si è poco a poco sgretolata la fede nella politica e nella scienza, che nel Settecento aveva sostituito la ricerca del vero assoluto propria dell’era medievale, al fine di trasformare il mondo così da renderlo più vicino agli ideali di sicurezza e di benessere caratteristici dei tempi nuovi. Molti progressi sono stati conseguiti, regalandoci un’esistenza più piacevole, ricca di “libertà”, ma accompagnata ad uno stato di precarietà assoluta, ad un doloroso e persistente sentimento di colpa e di perdita.

Questo travaglio può essere fecondo, oppure può prendere delle direzioni distruttive.

È autodistruttivo prestare fede all’idea molto diffusa che la nostra sia un’epoca condannata, che stiamo aspettando la fine prossima; lo è anche il tentativo della cancel culture e della corrente woke di instaurare una “polizia morale” dell’Occidente, due fenomeni che fanno parte del problema, senza essere d’aiuto per la sua soluzione, in quanto ripropongono la presunzione moderna di poter trasformare il mondo.

Se l’epopea del declino e la guerra tardo puritana al linguaggio ed ai simboli della tradizione sono da annoverare tra i fenomeni della decadenza, una rigenerazione feconda può trovare alimento da vicende che accadono in altri contesti e con altri popoli. Guardando all’Asia, continente nel quale si dispiegano tensioni che hanno come posta in gioco la condizione umana della gran parte della popolazione del pianeta, possiamo trovare alimento dalla lotta delle donne iraniane contro un regime oppressivo, oscurantista e misogino.  

Colpisce il modo prevalente di trattare questa vicenda con categorie iper soggettivistiche che ripropongono un modo di pensare chiuso entro una versione decadente della grande storia della cultura occidentale, una prospettiva che, applicando ad ogni dimensione della vita la postura propria del consumatore, considera la libertà come la possibilità di scegliere tra più alternative in riferimento ad ogni bisogno, sia esso lo smartphone, il cibo oppure la residenza, la cerchia delle relazioni, le opinioni su qualsiasi tema del dibattito pubblico.

Volendo guardare alla rivoluzione iraniana con attenzione al senso autentico di ciò che essa ci mostra, specie nel motto delle piazze “Zan, Zendegi, Azadi (Donna, Vita, Libertà)”, si possono scoprire contenuti di grande interesse per il nostro cammino di ripensamento.

La concezione della donna non ha nulla di “individuale”, ma affonda in una tradizione nella quale l’elemento femminile riveste un ruolo fondamentale nella società in quanto simbolo della vita; ciò la rende maggiormente sensibile, rispetto all’uomo, ai significati che costituiscono la scena dell’esistenza umana, e  spiega la grande esplosione letteraria e artistica femminile iraniana sia nelle comunità della diaspora sia all’interno. Ma già la parola “ruolo” non esprime pienamente ciò che essa rappresenta in quanto soggetto unificatore della famiglia e della comunità: non a caso le proteste che si susseguono dalla fine di settembre vedono fianco a fianco donne e uomini, senza che a questi ultimi venga rivolto l’accusa di “appropriazione” come accadrebbe invece in Occidente. 

La rivendicazione della libertà si fonda su una concezione dell’esistenza umana in quanto espressione di sacralità, epifania del potere divino di conferire ad essa l’energia vitale. Essa comporta un impegno etico, in quanto la vita orientata al bene, contro le forze distruttive del male, corrisponde all’ordine divino ed è promessa di salvezza eterna. L’accusa nei confronti del ceto religioso inizia dalla questione del velo, ma si sostanzia nella rivendicazione della sacralità della vita, contro la clericalizzazione moralistica dei marja‘ ovvero religiosi che, sorti nel IX secolo come modello da emulare, con la rivoluzione islamica si sono impossessati del potere di guida morale tramite la legislazione e la polizia.

Questi contenuti sono spiegati bene dal cartello esposto da una ragazza iraniana alla manifestazione di Roma, dov’è scritto: “Gli esseri umani sono membri di un tutto. Nella creazione di un’unica essenza e anima, se un membro è afflitto dal dolore, tutti i membri soffrono. Se non sai sentire il dolore umano, non puoi definirti tale”. Un’idea di comunità umana che è di grande valore anche per noi che l’abbiamo barattata con un ampliamento della libertà individuale tossica in quanto porta allo slegame producendo una forma inedita di alienazione di massa dominata da spaesamento e isolamento.

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2 commenti

  1. Author

    L’articolo di Dario tocca questioni fondamentali che meriterebbero un approfondimento che va infinitamente oltre questa mia povera riflessione. Mi consola il fatto che la nostra associazione si muova nel solco di queste tematiche consentendo, almeno in parte, di affrontare questi argomenti con la serietà e l’impegno intellettuale duraturo che meritano.
    Dario ci invita a cogliere in quanto accade “fuori dall’occidente” suggerimenti utili ad affrontare le sfide che stanno fronteggiando le nostre democrazie. Segnatamente ci indica l’attuale, terribile vicenda iraniana. Non si tratta, ovviamente, solo della solidarietà con donne e uomini che “a mani nude” stanno sfidando un potere totalitario. Da quanto accade nelle strade iraniane viene un’idea di libertà che, a suo giudizio, non va confusa con la nostra, contemporanea, idea di libertà. In breve non dovremmo commettere lo stesso errore fatto con la primavera araba pensando che da quelle rivolte potesse derivare l’universalizzazione del nostro modello di democrazia. Al contrario, sarà proprio evitando questo errore che l’esperienza drammatica e il sacrificio di tante donne e uomini del quel paese potrà fornire anche a noi qualche fondamentale insegnamento. Penso che questo invito debba essere accolto pienamente.

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  2. Ho letto con molto interesse gli articoli di Dario Nicoli e di Bruno Perazzolo sulla questione femminile iraniana, che mi colpisce profondamente sia come cittadina del mondo, che come donna. Non si puo’ pensare di esportare e adattare ai popoli islamici un modello di democrazia occidentale; ne’ si puo’ attendere che vengano prima una rivoluzione, la lotta contro l’imperialismo che portino alla democrazia e solo successivamente ai diritti delle donne e dei lavoratori. Del resto sono stati fatti numerosi tentativi di democratizzazione esportata, tramite lotte e guerre che si sono risolte in nulla o in poco perche’ alla base vi erano e vi sono più ragioni economiche che civili. Il consumismo ci ha portati a guardare prevalentemente alla libertà e all’interesse personale, obnubilando le nostre coscienze, più che alla libertà dell’uomo e della donna. Quando i popoli oppressi guardano a noi come esempio vedono questo, per cui diventa più facile scappare dalle proprie terre che lottare per istituire una democrazia che tenga conto della propria cultura, ma anche delle libertà innate nell’essere umano. Come afferma la sociologa Nahid Keshavarz in un’intervista a We Wealth, il problema delle donne in Iran non riguarda principalmente l’eliminazione dello chador, ma l’ottenimento di diritti “più vitali”, contro gli abusi di un regime che, in nome della religione, opprime le donne violando i diritti umani e civili, le liberta’ di espressione e sindacale. Molte donne spariscono e vengono uccise dalla polizia morale o finiscono in carcere solo perche’ costituiscono un esempio di ribellione al sistema politico e religioso.Molte ragazze muoiono per mano di padri e fratelli perche’ non vogliono sposare uomini magari anziani che hanno gia’ tre mogli, perche’ credono nell’amore. Molte bambine spose muoiono di parto insieme ai loro figli. Questo ed altro costituiscono gli orrori dei quali, ancora, si parla troppo poco e, soprattutto, se ne parla prevalentemente nell’ottica dell’indignazione. Sentimento quest’ultimo, necessario e comprensibile, ma non sufficiente poichè quello che sta accadendo in Iran non è solo orrore. Può diventare, per tutti, e soprattutto per noi occidentali, sorgente di grandi insegnamenti se, oltre ad indignarci, provassimo a “aprirci a questa tragedia” affinché non rimanga solo sofferenza.
    “Woman, Life, Freedom”: Per la libertà delle donne iraniane e di tutte le donne oppresse nel mondo.

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