
Bruno Perazzolo
Alcuni giorni fa ho pubblicato, su Pensarbene e La Nuova Padania, un articolo incentrato sull’Unione Europea e il Federalismo Pragmatico di Mario Draghi. Il testo ha suscitato una serie di osservazioni critiche che rendono necessari alcuni approfondimenti. Nel bene o nel male, credo che si possa tutti concordare sul fatto che l’Europa stia attraversando un periodo particolarmente delicato riguardo al suo futuro. Un futuro che, certamente, avrà un impatto notevolissimo sulle nostre vite di cittadini europei e non solo. Parlarne, dunque, non è sicuramente tempo sprecato.
Come sostiene Cuore Verde nel suo articolo “L’illusione dello spazio vuoto: perché il futuro del Nord non è un ritorno al passato”, a fronte di una certa confusione dettata più dalla propaganda che da un serio lavoro culturale, il mio argomento principale è il seguente: il nazionalismo è il peggiore nemico del federalismo in generale e di quello europeo in particolare. Cosa, questa, del tutto evidente nel caso del sovranismo populista che, recentemente, nel nostro paese, fu di Meloni e Salvini (2014) e che, oggi, caratterizza segnatamente Vannacci e Salvini. Se però, come auspica Cuore Verde, si desidera approfondire il discorso sino a comprendere le attuali, più profonde difficoltà dell’Europa Federale non ci si può fermare qui. Bisogna necessariamente risalire almeno ad un paio di secoli fa. L’arco di tempo che va dall’intero XIX secolo sino alla prima metà del ‘900 è stato quello nel quale l’ideologia nazionalista ha dominato l’Occidente europeo decretandone, a conti fatti, con gli esiti della seconda guerra mondiale, il declino a favore degli USA. Uno Stato federale! Val la pena ricordarlo. Sennonché, malgrado il pregiudizio subito dal vecchio continente a causa del nazionalismo, quest’ultimo non è mai, affatto tramontato. Come una sorta di araba fenice è sopravvissuto più vivace che mai. Era appena terminata la guerra più orribile che l’umanità avesse mai consumato che ecco, già negli anni ’50 dello scorso secolo, gli atti fondativi dell’allora CEE (Comunità Economica Europea: 1957), mettono da parte il Manifesto Federalista di Ventotene per adottare la Politica dei Piccoli Passi condivisi dagli Stati membri. Una politica, pertanto, improntata sulla logica dell’unanimità e della prevalenza dell’interesse nazionale su quello sovranazionale. Fu l’ennesima vittoria dell’ideologia nazionalista sul federalismo. Certo, si trattava, allora, della vittoria di un nazionalismo mitigato. Un nazionalismo in versione cooperativa che sarà, come direbbero gli psicologi, notevolmente “rinforzato” da alcuni importantissimi risultati quali un settantennio di sostanziale “pace occidentale” e una rilevante crescita del benessere economico. Successi di un “Sciovinismo Pragmatico” che, in questi ultimi decenni, ai più, hanno fatto pressochè dimenticare le disgrazie pregresse frutto della versione DOC del nazionalismo. Però, come si dice, “le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni”. Per analogia si potrebbe anche dire che “le vie dell’inferno sono lastricate di piccoli piaceri”. Le cattive abitudini trovano frequentissimamente, nei momentanei successi, la ragione del loro consolidamento preparando così, come meglio non si potrebbe, la tragedia finale. È quindi possibile una specie di paradosso: sono proprio i risultati positivi ottenuti dal “nazionalismo temperato” che, rafforzando la basi culturali più profonde e meno consapevoli del Nazionalismo in versione integrale e più diffusa, hanno fatto ora, di questa ideologia, l’ostacolo più grande alla realizzazione di un’Europa autenticamente Federale che, invece, servirebbe al più presto.