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Dario Eugenio Nicoli
Un recente articolo di due filosofi, Paolo Benantib e Sebastiano Maffettone, dal titolo “La colonizzazione del giudizio”, si aggiunge al profluvio di testi sull’intelligenza artificiale; essi però si concentrano sul mondo degli imprenditori americani. Secondo i nostri autori, i colossi dell’automotive, che fino a pochi anni fa ne erano i leader, sono stati sostituiti da quelli del mondo digitale che non si accontentano più di proporre gli indirizzi economici degli USA, ma vogliono assumerne la guida. Con due tendenze: la prima è rappresentata dal saggio di Alexander Karp e Nicholas W. Zamiska dal titolo The Technological Republic, il primo è CEO di Palantir Technologies, l’impresa che fornisce software alla difesa USA ed il secondo dirigente della stessa società. Essi propongono una strategia per garantire la supremazia dell’Occidente contro i regimi autocratici, centrata sulla creazione di un complesso “AI-industriale” nei cui algoritmi vengano incorporati i valori dell’umanesimo. La seconda strategia più radicale è sostenuta da Peter Thiel, un imprenditore visionario noto per i suoi tour internazionali dove sostiene che l’intelligenza artificiale possiede un potere salvifico che va assecondato, in quanto il monopolio tecnologico non solo può garantire profitti a lungo termine, ma consente di proteggere l’umanità amplificandone le capacità di conoscere, curare, difendere e decidere.
In ambedue i casi, i nostri due filosofi intravedono il pericolo di un controllo “dolce” delle coscienze, una sorta di “colonizzazione del mondo interiore” da parte del potere digitale. Essi giustamente sostengono che le persone debbono poter giungere a giudizi autonomi tramite il pensiero critico capace di formulare domande e trovare risposte meditate. Ma la foga polemica li porta a formulare una frase piuttosto sconcertante: per essi, «la capacità di interrogarsi, di abitare l’incertezza senza dissolverla prematuramente, costituisce il nucleo irriducibile di ogni esperienza democratica degna di questo nome».
Davvero l’incertezza è il nucleo della democrazia? davvero si può impostare una vita veramente umana fondata sul dubbio sistematico, persino esistenziale?
Al contrario, a me pare che la democrazia si fondi su delle solide certezze.
La prima riguarda la dignità della persona, in quanto ogni essere umano possiede un valore che precede lo Stato, il mercato ed anche le convinzioni, in un determinato tempo storico, della maggioranza dei cittadini. Da qui nasce la tradizione dei diritti umani e delle costituzioni democratiche del secondo dopoguerra.
La seconda è il valore della verità e la possibilità di perseguirla tramite un dialogo razionale e rispettoso centrato sui fatti piuttosto che sulle opinioni, dove il vero corrisponde al giudizio morale sul bene che è in gioco.
La terza è il valore della libertà come condizione nella quale ogni persona può perseguire il proprio cammino di compimento. Nella democrazia, la libertà non è banalmente “fare quello che mi pare”, perché ogni persona è un’ “incompiuta” mossa da un insopprimibile impulso teso alla realizzazione di sé entro il mondo che abbiamo in comune. Quindi la libertà non può essere perseguita isolatamente, ma necessita di un humus sociale in cui potersi esprimere insieme agli altri.
La quarta è la fraternità umana, intesa come quel particolare legame di fiducia che si instaura tra coloro che credono nella dignità di ogni persona, nella verità e nella libertà, un legame che pone ogni persona nella condizione di essere protetta e di potersi esprimere; un legame così importante da giustificare anche la rinuncia a qualcosa di personale quando ciò consente di alimentare un modo di vita conforme alla dignità di ognuno.
Queste quattro certezze ne producono una quinta: la convinzione che la democrazia rappresenta in assoluto la migliore forma di governo, superiore ad ogni autocrazia, sia quelle note, fondate su ideologie nazionaliste o teocratiche, sia quelle che si avvalgono di un dominio tecnocratico. È migliore non perché è perfetta, ma perché è perfettibile. Come affermava Tocqueville, la democrazia è minacciata dalla tirannia della maggioranza, dall’affermazione di un despota ma anche da un dispotismo mite (come può essere quello della “repubblica tecnologica”. Ma le democrazie hanno i mezzi per autocorreggersi mantenendosi in pace, a differenza dei dispotismi che procedono imperterriti verso le guerre con l’esterno ed anche il loro interno.
Quelle indicate sono certezze per così dire “costruttive”; ma la democrazia vive di convinzioni morali, culturali e spirituali che non è in grado di generare da sola. Il giurista Ernst-Wolfgang Böckenförde formulò questo celebre paradosso: «Lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che esso stesso non può garantire», in quanto non sono perseguibili per legge, ma nascono nel mondo dei corpi intermedi: la famiglia, le comunità, le scuole, le associazioni, il mondo economico, le tradizioni culturali e religiose. Tali convinzioni si radicano nel profondo di ogni essere umano che desidera abitare non solo in una casa fisica i cui sentirsi accettato e protetto, ma anche in quella metafisica dove trovare consolazione. L’uomo è fatto per avere fede, una fede credibile, capace di proteggerlo dall’orrore del vuoto esistenziale e cosmico, che consenta di collocare la propria personale esistenza entro un orizzonte salvifico universale che vada oltre il breve tempo della sua esistenza sulla terra.
Sostenere l’incertezza sistematica porta al relativismo, un’altra forma di colonizzazione dell’interiore che ha provocato un pensiero debole incapace di cogliere le esigenze profonde dell’animo umano ed i fattori indisponibili su cui si regge la vita democratica.
L’incertezza sistematica è stata recentemente posta sul banco dell’accusa da Russell R. Reno nel libro dal titolo Il ritorno degli dèi forti. Egli riconosce che il periodo tra il 1945 e l’inizio del nuovo secolo ha portato grandi conquiste: più libertà, più ricchezza e più opportunità a disposizione di un crescente numero di popoli e di persone. Ma la paura del ripetersi degli orrori del passato, frutto di ideologie che si ritenevano portatrici di verità assolute, ha portato ad una cultura che ha relativizzato sistematicamente proprio l’idea di verità. Si tratta della “prospettiva dell’indebolimento” e del dominio del pensiero critico divenuto come una sorta di polizia morale che concepisce ogni identità forte, ogni limite e confine come posizioni pericolose in quanto potenzialmente alimentatrici di quel passato.
Da qui un modo di vita in cui tutti sono stati impegnati nel costruire il ”progresso”, senza pero alcuna idea circa il come ed il perché di tale immane sforzo. Questo modo di procedere si è scontrato con due crisi: quella ecologica e quella del senso del vivere. Alla minaccia del creato provocata da un progresso illimitato che consuma i beni della natura da cui dipende tutta la vita, si aggiunge il vuoto interiore creato dalla mutilazione dell’anima.
Gran parte dello scontento e della paura che caratterizza il nostro tempo deriva dal duplice sentiero dell’autodistruzione che abbiamo intrapreso senza quasi accorgerci. A cui va aggiunto l’insorgere delle guerre, causate dall’imperialismo e dai contrasti irrisolti come quello tra paesi arabi mediorientali ed Israele.
Ma nell’intimo delle persone è latente il duplice desiderio di un’amicizia con la natura e di una fratellanza con le persone e con l’intera famiglia umana, liberandoci dalla cappa di sfiducia e di chiusura che ci sta soffocando. Non basta però conoscere i drammi in cui viviamo, occorre uno sguardo più ampio e più profondo. L’essere umano, come soggetto pulsionale ed incompleto desidera provare “qualcosa di assoluto”, non nel senso di un’ideologia, ma di un amore profondo ed inattaccabile per il creato, quello visibile e quello invisibile. Solo un tale amore, sostenuto da una verità ragionevole e condivisa, può donare quella carica spirituale che rende possibile vivere umanamente.
La smania relativista e “debolista” ha prodotto un declino della fede ed un occultamento delle questioni di fondo che affollano la coscienza di ciascuno: chi sono io, come devo pensare la realtà, che significato dare al limite, alla sofferenza, al male; come si deve vivere nel mondo comune non solo per risolvere problemi ma anche per far parte di un destino che ci può salvare.
Vediamo dappertutto vari tentativi volti a ritrovare il proprio mondo interiore tramite la cura dell’anima, al cui cuore vi è il desiderio di cogliere il mistero che opera nel reale e il fondamento vivo della fratellanza, da cui scaturiscono la dignità della persona, la ricerca della verità, il limite del potere, la fiducia reciproca, il bene comune, la responsabilità civica, il dialogo e la speranza nel futuro. Quelle forze senza le quali si inaridisce la linfa vitale che rende viva la democrazia.