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Dario Nicoli

Da pochi giorni sono stati diffusi gli esiti di uno studio condotto nella stazione polare Neumayer III in Antartide, da cui risulta che, in condizioni di isolamento totale, i partecipanti all’esperimento mostravano una riduzione del volume della corteccia prefrontale, quella regione cerebrale che interviene nella gestione delle emozioni, nella capacità di assumere decisioni e di pensare in modo razionale.

Questa scoperta ci aiuta a spiegare come, in una società nella quale la solitudine è considerata la più grave “malattia invisibile” del nostro tempo, le relazioni sociali sono diventate più difficili, le persone sono più vulnerabili, propense a interpretare con sospetto il comportamento degli altri, tendenti a risposte di paura e aggressività. Ma la spiegazione del perché ciò accade, ci porta all’origine dell’individualismo contemporaneo, quella concezione innaturale secondo cui l’essere umano, senza alcun legame stabile, ritiene di perseguire nella solitudine la sua autorealizzazione. Una condizione molto diffusa dovuta ad un modello sociale di matrice liberista, condiviso dai conservatori e dai liberal, dominato dall’economia dei consumi e dalla politica dei diritti soggettivi senza la giusta corrispondenza con i doveri.

La scomparsa della comunità tradizionale e dell’etica di condivisione, di autodisciplina e del dovere che la caratterizzava, genera due forme di solitudine che si alimentano reciprocamente: quella della vita quotidiana, che si avverte in modo particolarmente doloroso anche stando in continuo rapporto con gli altri, e quella che riguarda l’anima, che soffre della mancanza di condizioni che ne soddisfino le esigenze profonde.

Il primo beneficio lo si prova quando la comunità (e non la generica interazione) rappresenta il cuore della vita sociale, lo spazio in cui l’individuo può sottrarsi dai pensieri ossessivi e dai continui sbalzi d’umore, dove vive protetto e riconosciuto, appartenente ad un luogo, a dei volti, ad una storia vissuta insieme. La coscienza di essere parte ha l’effetto di un balsamo, ancor di più quando si dona il proprio tempo e le proprie capacità ad attività di cura – delle relazioni, della salute, del territorio, delle cerimonie – che rendono umana la vita in comune.

Il secondo riguarda il ruolo della comunità come rete di sostegno. Nelle difficoltà quotidiane sia materiali che emotive, che non mancano mai, è di grande importanza poter contare sugli altri. Ridursi ad affrontare i problemi sempre da soli aumenta lo stress e rinforza il senso di impotenza. Di contro, la solidarietà e la cooperazione rendono più lieve il peso delle difficoltà e alimentano il senso di fiducia nella vita.

Ma c’è un beneficio più profondo che riguarda il desiderio di senso dell’esistenza e del mondo. La comunità fornisce agli individui uno scopo ed una direzione condivisa, in quanto nel profondo essa è una fraternità di persone che vivono oltre la mera soddisfazione dei propri bisogni, godendo di un legame che alimenta l’amore per la vita. Senza questo dono l’esistenza perde di significato: tutto appare frammentato, vano, senza gusto né prospettiva.

Ciascuno di noi può confermare che tra le esperienze più belle che viviamo ci sono le nuove comunità degli amici della montagna, della cura del corpo e dell’anima, dell’assistenza ai più deboli, ma anche le feste, le gare, le celebrazioni vissute pienamente in compagnia degli altri, e soprattutto gli incontri imprevisti che queste ci offrono e che scaldano il cuore, gettando una luce inaspettata nelle giornate in cui non ci sembra di vivere davvero.

L’assenza di comunità priva le persone della gioia comune, una dimensione che manca a chi riduce la propria vita emotiva ad una sfera strettamente privata, intima.

Il venir meno della comunità non è soltanto una perdita sociale e psicologica, ma anche una ferita esistenziale. Senza legami autentici e duraturi, l’essere umano si ritrova impoverito, esposto al vuoto ed alla mancanza di senso.

Ma c’è qualcos’altro che ci insegnano le neuroscienze: le persone che vivono in solitudine cronica tendono a evitare le interazioni sociali, addirittura quando queste potrebbero risultare positive o gratificanti. Ciò perché il nostro cervello, preda della diffidenza ed ossessionato dai ricordi negativi, ci fa vivere gli altri come minacciosi e ci protegge con la diffidenza da potenziali fonti di stress.

Per combattere il circolo vizioso della solitudine il web e le librerie sono sempre più affollate da ricette che quasi sempre ci sollecitano allo sforzo individuale nell’essere aperti agli altri, più ricettivi, più positivi. Paradossalmente, propongono un atteggiamento segnato ancora dall’individualismo che, in assenza di un reale cambio di vita, alla lunga ci logora a causa dell’assenza di autenticità.

Quello che occorre davvero è il coraggio di fare il passo per superare la soglia del nostro io ristretto ed entrare a far parte di un ambito di vita in comune: un gruppo, un’associazione, una compagnia che perseguano uno scopo benefico per gli altri e per noi stessi, si ritrovino in uno specifico luogo e seguano regole dettate dalla responsabilità personale. Fortunatamente, queste iniziative di neocomunità sono sempre più diffuse ed inclusive. Potremo così arricchire la nostra esistenza con esperienze di benessere naturale vissute in comune; non cancelleranno i problemi e le incomprensioni nei faticosi rapporti della vita quotidiana, ma potranno lenire le solitudini delle relazioni e dell’anima, ed introdurci a poco a poco in un’esistenza più lieve e fiduciosa, quella – al contrario dell’espressione in voga “vivi come se non ci fosse un domani” – in cui si gode pienamente l’attimo, proprio perché si ha ragione di confidare nel domani.

2 commenti

  1. Author

    Con questo articolo Dario ci ripropone un pezzo, quello centrale e più importante di tutti, del percorso di ricerca e approfondimento culturale svolto dalla nostra associazione PensarBene. Probabilmente sono idee che ha sempre avuto, ma a me piace pensare che il nostro lavoro le abbia affinate e rimarcate al punto di farle emergere più chiare e persino decisive rispetto all’altro tema trattato nella prima parte dei nostri incontri: quello delle sfide (termine che oramai a me sembra sempre più un eufemismo) delle attuali democrazie che sostanzialmente, identificandosi con il paradigma dell’individualismo, hanno sempre fatto dello Stato (sinistra) o del Mercato (destra) l’arcano della nostra libertà atomistica confinando la dimensione comunitaria ai margini. Quando andava bene, nel folclore. Sennonchè, ora che il sogno libertario sembra sedurre tutti, élite e popolo, le democrazie si riscoprono vuote, disorientate e deboli. Ma forse non tutto il male viene per nuocere se, da qualche parte e in qualche modo, si avrà il coraggio di prendere di petto il nostro malessere cercando, finalmente, una terapia che, a differenza delle troppe in circolazione, non sia peggiore o la stessa del male che si vuol curare.

  2. Come sempre gli articoli di Dario Nicoli sono estremamente coinvolgenti e meditativi, cosi come gli articoli e i puntuali commenti di Bruno. Cito quanto scritto nell’articolo:” dominato dall’economia dei consumi e dalla politica dei diritti soggettivi senza la giusta corrispondenza con i doveri…”
    Si tocca con mano quando senti parlare in termini di “é un mio diritto, pago le tasse”. Un modo per sentirsi eternamente a credito con il mondo intero. “Io devo nulla”, sono a posto! ”
    Il pagare le tasse non ti sottrae dall’avere un comportamento rispettoso e attento nei confronti di tutto ciò che ti circonda e nei confronti degli altri, non solo, il rispetto delle regole, giustamente applicate, permettono un vivere comune, sereno.
    Cito ancora:” coscienza di essere parte ha l’effetto di un balsamo…”
    Mi riporta all’articolo “Il mito della torre di Babele e l’occidente” il cui commento diceva:” l’essere umano va ripreso per mano e ricondotto a quel senso di appartenenza, va riportato a rivivere la coscienza di far parte di un progetto più grande che coinvolge tutto e tutti”.
    Condivido altresì ciò che dice Bruno nel suo commento a questo articolo ” Probabilmente sono idee che ha sempre avuto, ma a me piace pensare che il nostro lavoro le abbia affinate e rimarcate, al punto di farle emergere più chiare…
    Questo è PensarBene vivo e comunicativo.

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