Se anche nell’economia politica, il santuario dell’Occidente, qualcosa di importante sta accadendo, significa proprio che anche il nostro piccolo contributo sta andando nella giusta direzione: alcune riflessioni sul rapporto tra l’opera di Edmund Phelps e l’approfondimento svolto da PensarBene sulla filosofia morale di Michael Sandel

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Bruno Perazzolo

Nel suo recente articolo “Il messaggio di Edmund Phelps: il ritorno dell’economia alle origini come parte della filosofia morale”, Dario Nicoli pone all’attenzione della nostra Associazione, in apertura della sua “seconda fase di vita”, un interessantissimo caso di “evoluzione del pensiero economico” frutto della ricerca pluriennale del premio Nobel per l’economia 2026, Edmund Phelps. Premesso che lo sviluppo in esame sembra perfettamente compatibile con il nostro percorso associativo, mi pare che la novità del contributo di Phelps sai rappresentata, come giustamente dice Dario, dalla sostituzione di “homo oeconomicus” con “homo innovaticus” mettendo, così, in evidenza un aspetto del “modo di vita più umano” che, forse, il nostro Manifesto, incentrato sull’incanto, l’abitare e la ricerca della verità (tutte dimensioni tendenzialmente statiche), ha lasciato troppo sullo sfondo. Da qui, da questo “salto concettuale” che il grande economista compie negli ultimi anni del suo lavoro, provengono, dal mio punto di vista, tre possibili temi di riflessione sicuramente cruciali per l’approfondimento del nostro “cammino spirituale” o, detto più laicamente, del nostro “programma di ricerca”:

1) il primo argomento riguarda la necessità di indicare uno o più punti di equilibrio tra la creatività, l’innovazione tecnica soprattutto, e ciò che deve rimanere indisponibile. Se tutto cambia nulla cambia. Detto altrimenti “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare” (Lucio Anneo Seneca). Se, dunque, all’interno di un modello culturale tutto cambia, diventa impossibile parlare di prosperità, progresso o miglioramento. Per poterne parlare, invece, serve che almeno qualcosa – un nucleo, un’idea –  stia fermo assumendo il valore di un dogma, di un comandamento, di un autentico principio. Tutti aspetti, questi ultimi, che appartengono all’universo del sacro, ovvero, per quanto concerne una società e la sua cultura, all’idea condivisa di vita buona, di ciò che, nel sapere di un popolo, ha valore assoluto e che merita rispetto sopra ogni cosa rendendo significativa la vita di tutti e di ciascuno;

2) il secondo tema credo possa essere formulato in questa maniera:  a chi compete l’innovazione? Secondo l’economista Joseph Schumpeter (1883 – 1950), tra i maggiori della prima metà del ‘900, nell’Occidente capitalistico l’innovazione compete, principalmente, se non esclusivamente, all’imprenditore e viene, in caso di successo, incentivata dal profitto oppure, in caso di insuccesso,  penalizzata dalla perdita di capitale. In altre parole, per Schumpeter (come, del resto, per tutta l’economia classica e neoclassica), l’innovazione non è fondamentalmente un carattere universale dell’uomo, ma ciò che contraddistingue una precisa classe sociale: quella borghese. Rispetto a questa visione, che relega la maggior parte dell’umanità ad un ruolo essenzialmente passivo – un ruolo che ha trovato la sua massima espressione nel motto fordista “sei pagato per lavorare non per pensare” – certamente Phelps, passando da homo oeconomicus a homo innovaticus, fa un grande balzo in avanti verso “un capitalismo più umano”. Un capitalismo capace di includere nella dignità umana universale, cioè di tutti, imprenditori e lavoratori, anche il bisogno fondamentale di ogni persona di lasciare, essenzialmente tramite il lavoro, un segno del proprio passaggio in questo mondo. Un segno che possa dirsi unico e insostituibile. L’evidenza maggiore di una vocazione. Con questo salto qualitativo, pertanto, Phelps rimette al centro la grande questione della partecipazione e/o del coinvolgimento dei lavoratori nell’impresa. Un tema annoso e parecchio controverso che, per quanto ne so, solo una piccola parte del mondo dell’impresa – un mondo, nel complesso, generalmente intriso di cultura liberale – oggi, come in passato, sembra seriamente intenzionata ad affrontare.

C’è, però, volendo uscire dall’ambito strettamente economico affrontato da Phelps, un altro fronte su cui si gioca l’innovazione: quello del sistema politico. Qui, in teoria, l’apertura al riconoscimento del “diritto di ogni uomo e di ogni donna alla creatività” sembrerebbe decisamente maggiore. In ultima analisi, cos’è la democrazia se non il riconoscimento di un potere diffuso, del diritto di ogni cittadino di partecipare alle scelte comuni?  Sennonchè, anche su questo fronte le insidie e le sfide non sono mancate e, soprattutto, non mancano oggi. Si tratta di quanto abbiamo messo bene in evidenza nella prima fase di ricerca di PensarBene. Non aiutano, nell’ottica della partecipazione, la concentrazione della ricchezza, la formazione di entità internazionali e sovranazionali in assenza di sussidiarietà o, comunque, di maggiore autonomia e di un forte decentramento locale. Non aiutano, soprattutto, le ideologie meritocratica e, più recentemente, quella populista – autocratica che, dividendo il mondo in vincenti e perdenti, relega questi ultimi nell’ambito della risorsa disponibile inidonea a concorrere al proprio destino;

3) il terzo ed ultimo tema di riflessione comprende i primi due e pone in stretta relazione l’evoluzione del pensiero economico di Phelps con la filosofia morale di Michael Sandel, già oggetto dell’approfondimento della nostra associazione negli scorsi anni. Il punto di incontro è cruciale. Alla fine, l’economista e il filosofo concordano su un concetto fondamentale: l’impossibilità di tenere insieme una società e/o di poter anche solo parlare di crescita economica, a prescindere da una forte condivisione etico – morale di cosa significhi, di cosa comporti una vita buona. Si tratta di un autentico colpo al cuore del pensiero liberale. Non che i liberali neghino la dimensione morale. Il fatto è che la considerano nulla di più che una scelta individuale e, dal momento che ciascuno è libero di fare le scelte di principio che preferisce e che potranno, perciò, anche essere molto differenti dalle scelte degli altri, diventa impossibile anche solo concepire una società o un’economia fondate su un’etica comune. Viene da qui l’idea del contratto, del patto come unico fondamento delle istituzioni civili e di ogni altra relazione umana. Homo oeconomicus altro non è che la proiezione di questa idea inorganica di società nel campo dei rapporti di produzione e di consumo. Non si tratta di un essere universalmente dedito al consumo compulsivo. Homo oeconomicus potrebbe essere, e di fatto spesso è,  anche questo, ma potrebbe anche, in alcuni casi particolare, trattarsi persino di asceti o prodighi filantropi. Il punto è che ciascuno ha diritto di costruirsi la propria morale a proprio piacimento per poi trovare, sul mercato, opportunità di scambio che ottimizzino quello che, dal suo soggettivo punto di vista, rappresenta una vita buona.

Rispetto a questa visione per così dire minimalista di ciò che accomuna gli individui secondo il concetto liberale, Phelps e Sandel sostengono un’idea di dignità umana assai più ricca. Di questa idea più ricca, homo innovaticus, ne costituisce uno dei nuclei fondamentali dal momento che riconosce a tutti gli uomini, oltre alla libertà individuale, il diritto a partecipare all’innovazione e ad essere, perciò, riconosciuti nei propri talenti e/o rispettati nell’esercizio della propria vocazione.

6 commenti

  1. Caro Bruno, hai colto bene il cuore del pensiero di Phelps: la rilevanza del lavoro come luogo del possibile compimento della vocazione della persona, ponendo così la vita economica entro uno spazio pienamente umano, non limitato allo scambio di energie e retribuzione, ma dove assume importanza la dimensione spirituale e religiosa. Al contrario, il lavoro “minimale” fa dell’essere umano una cosa, non riconoscendolo come soggetto. Ma sei andato più avanti individuando il punto di convergenza con il pensiero di Sandel: gli esseri umani si riconoscono nel comune desiderio di partecipare ad opere buone in senso morale. Ne consegue un rovesciamento della narrazione oggi prevalente che attribuisce valore distintivo solo al successo economico e alla reputazione. Dobbiamo approfondire l’idea di creatività, che non va limitata ad un gesto estetico, ma intende quel legame tra persone che emerge quando ci si riconosce mossi dallo stesso fuoco esistenziale. Ma dobbiamo anche cercare il modo in cui quello stesso legame diviene politico, dando vita ad istituzioni che favoriscono un’esistenza protesa verso il compimento delle esigenze profonde dell’anima

    1. Author

      Grazie Dario. Condivido molto il rovesciamento della narrazione e l’approfondimento dell’idea di creatività che proponi.

  2. Se un grande pensatore o più di uno, in ambiti diversi, vanno a confermare quanto alcuni di noi auspicherebbero, oltre a rallegrarmi per qualche ora, mi interrogo su quanto le ultime generazioni possano essere sensibili a questi temi, quanto i più siano consapevoli delle differenti direzioni che si prospettano all’orizzonte e quanto lontani siamo dall’avvicinarci alle prospettive per noi desiderabili… Questo pensando non a un noi come gruppo già interessato ad individuare chiavi di lettura del reale, ma in generale, al genere umano nella sua complessità… In estrema sintesi, forse un po’ brutalmente mi chiedo: quanto sono diffusi e condivisibili questi spunti di riflessione?

    1. Author

      Grazie Silvia per la tua nota critica. Qualcuno, non ricordo chi, ha scritto che i grandi, autentici cambiamenti culturali vengono sempre da molto lontano. Dal lavoro di tanti intellettuali, di molti circoli culturali, piccoli movimenti, riviste ecc…. Poi sono i cambiamenti d’epoca il contesto in cui si può osservare se una crisi si risolve in tragedia oppure in una nuova epoca che spesso può essere persino migliore delle precedente. Però per mettersi dentro queste faccende serve tanta fede ….. fiducia … speranza …. Ciascuno di noi deve interrogare la propria coscienza e …. PenserBene è nata e deve vivere ancora perchè rende concreta questa possibilità di fare e sperare.

  3. Quindi “ai posteri l’ardua sentenza” e a noi “fede, fiducia e speranza”. Perchè la creatività possa aiutare ad individuare e far germogliare la scintilla della propria vocazione, perchè questa sia dedita a ideali di vita buona, occorre sostenerla, facilitarne i processi, coltivarla. Diversamente potrebbe non sussistere o alimentare tutto, tranne che il bene comune. Stai dando una chiave di lettura a quel che molti (anche se rimango dell’idea che si sia in minoranza) fanno ogni giorno, forse senza grande consapevolzza. Mi piace, mi è sempre piaciuta l’immagine della farfalla che sbatte le ali qui e succede di tutto dall’altra parte… del resto la goccia scava la pietra. Mi piace anche l’idea di scavare le pietre. Di usare anche le mani per fare, oltre che pensar troppo. Per cui mi solleva che il cambiamento colletivo richieda sempre dei passi isolati e perseveranza. E, aggiungerei, la possibilità di accorgersi dell’altro che scava la pietra come noi. Con PensarBene penso che si stia andando nella direzione auspicabile. C’è anche chi dichiara che basti il 3,5 per cento della popolazione attiva e pacifica per generare un cambiamento storico e politico (Erica Chenoweth). Ma la minoranza deve sapersi organizzare.

    1. Author

      Grazie Silvia di questo scambio.

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