Google.com/imgres – La bambini portoghese

Dario Eugenio Nicoli

Poeta letterato, cantastorie, fustigatore dei costumi e del mal tempo che corre, compagno di pranzi e bevute e cultore del piccolo borgo natio. Ma in fondo anche sognatore di una condizione di pienezza della vita. Tante sono le personalità di Francesco Guccini, una figura composita, ma certo non armonica, se consideriamo la chiave della sua vita fornitaci da lui stesso nell’Avvelenata: cercare con costanza di “mantenersi vivo”.

L’arte di cui è stato un grande esponente si alimenta della potenza della parola, come ha scritto nel suo ultimo libro Calde le pere!: “le parole sono importanti, ci fanno imparare ad amare”. E Guccini, gran parlatore, non le ha mai sprecate, impegnandosi da artista-artigiano per far sì che i suoi testi potessero dire qualcosa di vero.

E’ soprattutto dalla letteratura che ha trovato ispirazione per le storie che ha cantato: ricordiamo l’Odissea, Madame Bovary, Ophelia ispirata ad una poesia di Arthur Rimbaud. Ma anche don Chisciotte e Cirano di Bergerac. In quest’ultima canzone ha impresso una forte invettiva sull’epoca che stiamo vivendo, piena di “poeti sgangherati e inutili cantanti”. Ma anche “politici rampanti, portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false”.

Sembrerebbe un sessantottino, ma non è così. Con l’Avvelenata, rifiutando l’etichetta di cantautore impegnato insieme a quella di “fascista”, che già allora, come oggi, viene affibbiata a chi non è della parte politica giusta, ha voluto separare canzoni e rivoluzioni. Ne è una chiara testimonianza il contrasto con Massimo D’Alema, il quale ha dichiarato di non avere amato le canzoni di Guccini preferendo ad esse quelle d’amore. Si riferisce espressamente a La locomotiva che ha etichettato come disperata visto che il giovane protagonista, piuttosto che militare nella lotta politica, decide di compiere un gesto estremo autodistruttivo al modo degli anarchici. Ma la politica chiude il cuore e non lascia cogliere il vero intento dell’autore: proporre un’immagine estrema rivelativa dell’impotenza del singolo di fronte alla vastità e profondità del male.

Il nucleo filosofico della sua opera, tuttavia, resta la coscienza della morte. Egli si pone costantemente una domanda: come può una vita essere piena, sapendo che è destinata a finire? In un’importante intervista di tre anni fa ha affermato che il pensiero della morte attraversa il suo percorso e continua a guidare la sua ricerca sul senso ultimo della vita. Nella stessa conversazione spiega anche la sua idea delle “radici”: l’uomo cerca altre vite, la memoria degli antenati, i libri e le storie perché una sola esistenza non basta a saziare il desiderio umano.

Il cercare è insito nella natura umana. “Ci hanno fregato, ci hanno dato l’intelligenza; gli animali non sanno di dover morire, noi sì. È tutto lì. Cerchiamo di capire perché, ma a un certo punto dobbiamo morire per forza. La mia gatta si è spenta a poco a poco, ma non aveva coscienza di dover morire. Noi esseri umani sì, per quello ci arrabattiamo, cerchiamo di fare cose, di capire perché ci è capitato questa cosa”.

L’uomo sa che tutto passa, eppure continua ostinatamente a cercare ciò che non passa: nell’amore, nell’amicizia, nei luoghi dell’origine, nella memoria, nel racconto. Guccini fa dire a Cirano: “Ma dentro di me sento che il grande amore esiste”, ma anche parole che toccano il desiderio di pienezza: “dev’esserci lo sento in terra o in cielo un posto / dove non soffriremo e tutto sarà giusto”. 

Se mi è concesso, lo avvicinerei a Leopardi con il suo pessimismo cosmico, la disillusione per l’utopia illuminista e la insistente ricerca di felicità. Nel Canto notturno dichiara beato il gregge in quanto non sa della sua miseria e quindi non prova tedio per la sua vita, di cui invece il poeta è costantemente pervaso. Ma subito scrive righe struggenti che scaturiscono da un cuore desiderante: “Forse s’avess’io l’ale / Da volar su le nubi / E noverar le stelle ad una ad una, / O come il tuono errar di giogo in giogo, / Più felice sarei, dolce mia greggia, / Più felice sarei, candida luna.”

Guccini aggiunge però un aspetto ulteriore, quando misura i limiti delle parole e comprende il valore del silenzio per lasciar emergere l’ineffabile. La bambina portoghese sente di essere in un luogo gravido di senso, Cabo da Roca, con tutta l’Europa dietro le spalle e tutto l’Atlantico davanti, ed insieme intuisce che c’è un significato in tutto questo, ma non riesce ad afferrarlo: “In questo sentiva / Qualcosa di grande / Che non riusciva a capire / Che non poteva intuire / Che avrebbe spiegato / se avesse capito lei / E l’oceano infinito”.

È così il senso delle radici, parole troppo grandi per un uomo, ma non si può capire, non ci si può arrivare. È qui che Pavana, l’osteria e la donna amata cessano di essere semplicemente temi autobiografici e diventano diverse forme della medesima ricerca di dimora.

La poesia cantata e suonata da Guccini è posta in continua tensione tra due poli, l’inesorabilità del tempo e della morte e la convinzione che alcuni istanti — un amore, una cena con gli amici, una sera a Pavana, un ricordo dell’infanzia, una canzone — contengono qualcosa che sembra eccedere il tempo stesso.

Non si può dire che Guccini è il cantautore della nostalgia se insieme non si aggiunge che lo è anche della gratitudine.

Egli è riuscito a mantenersi vivo, a non spegnere il desiderio. L’ha riconosciuto la figlia Teresa augurando a suo padre “buon viaggio”.

1 commento

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    Un omaggio a Francesco Guccini da parte di PensarBene più che dovuto. Può, infatti, piacere o meno, ma bisogna comunque ammetterlo: Guccini è stato un grande della musica italiana come sono grandi tutte le espressioni artistiche che sanno dare voce ad un’epoca tutta intera o anche ad alcune sue forme significative sapendo andare oltre per ricondurle alla dimensione universale dell’esperienza umana. Grazie Dario

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