Cibo spazzatura. Foto di John Hain da Pixabay

di Bruno Perazzolo

Andando oltre la polemica spesso strumentale, cercherò di esprimere cosa non mi piace in un certo modo di fare politica ben rappresentato dal caso dell’intervento del Ministro Lollobrigida al Meeting di Comune e Liberazione di Rimini.

Io penso che chi ha ruoli di responsabilità politica debba parlare chiaramente e, soprattutto, debba parlare senza mai tralasciare le questioni fondamentali. In breve credo che si debbano evitare l’ambiguità – cioè affermazioni che potrebbero dire sia una cosa sia il suo contrario – e la propaganda – cioè mostrare la parte di realtà che più ci piace anche se si tratta di una parte per nulla rappresentativa del fenomeno più grande di cui si sta discutendo.

Premetto che, non essendo presente al Meeting, dell’intervento ho solo letto su alcuni giornali e consultato qualche video che riportava solo frammenti del discorso del Ministro. Aggiungo che ho anche apprezzato le espressioni di stima e amicizia rivolte da Lollobrigida al popolo americano. Cosa, allora, non mi è piaciuto nelle esternazioni del Ministro?

Cosa intendeva dire Lollobrigida affermando “da noi, SPESSO, i poveri mangiano meglio dei ricchi perché, cercando dal produttore l’acquisto a basso costo, comprano qualità …. ”? Intendeva dire che i poveri mangiano MEDIAMENTE meglio dei ricchi? O intendeva dire che, A VOLTE, i poveri mangiano meglio dei ricchi? Nel primo caso l’affermazione è talmente falsa da risultare quasi offensiva di chi, in concreto, fatica a “sbarcare il lunario”. Nel secondo caso si potrebbe dire anche il contrario, cioè che “a VOLTE i ricchi mangiano meglio dei poveri”. Non sorprende, dunque, che l’ambiguità dell’espressione abbia dato luogo ad ogni genere di interpretazione più o meno di parte e, naturalmente, si sia prestata a graffianti  battute che, immediatamente, si sono diffuse nei social e non solo.

E arrivo ora alla propaganda. E’ innegabile che nel nostro paese “molti poveri mangino meglio dei ricchi perché ecc. ecc.”, ma ciò è sufficiente a giustificare l’ottimismo del Ministro quando, addirittura, parla di “educazione alimentare interclassista”? Ahimè no! E, per rendersene conto, non è necessario documentarsi attraverso la lettura dei molteplici studi che attestano una realtà ben diversa e molto meno allegra, basta, per così dire, farsi una camminata in città e, magari, quattro passi anche in periferia. E’ vero, forse gli Stati Uniti sono messi peggio di noi. Ma questo non significa che in Italia, da tempo, non si stiano affermando problematiche e stili alimentari molto simili. Se si considera un arco di tempo adeguato (5 – 10 anni) i dati parlano chiaro: c’è una forte correlazione tra povertà e marginalità sociale e stili alimentari sbagliati che si manifestano prevalentemente nell’obesità e comportano gravi danni alla salute riducendo enormemente la qualità di vita delle persone. Poiché povertà e marginalità non stanno affatto diminuendo, ne deriva che il problema si sta facendo, di anno in anno, sempre più serio.

Tra le parole utilizzate dal Ministro, però, ci sono le tre già citate – “EDUCAZIONE ALIMENTARE INTERCLASSISTA” – che mi sono suonate particolarmente male e che mi pare rappresentino al meglio lo stile proprio della propaganda. Come nel precedente, anche in questo caso è innegabile che alcuni poveri adottino costumi alimentari corretti simili a quelli di molti ricchi, ma dire che in Italia esiste “un’educazione alimentare interclassista” coglie il cuore della realtà o no? Direi proprio di no! Ahimè, ancora una volta, studi ed esperienze diffuse suggeriscono che i fattori maggiormente impattanti nel consumo di cibo scadente siano il reddito e la povertà quando si combinano con un “BASSO LIVELLO CULTURALE”, ovvero quando si combinano con un carattere che, più di ogni altro, evidenzia L’ASSENZA DI INTERCLASSISMO. Quest’ultimo, infatti, presuppone due circostanze che stanno venendo completamente meno nel rapporto tra le nuove forme di ricchezza (le nuove élite) e il popolo: una più equa distribuzione del reddito e, soprattutto, la mescolanza delle classi sociali. Dice bene il Ministro Lollobrigida quando parla degli USA come di un grande popolo. Nell’800 gli Stati Uniti hanno rappresentato al meglio la tradizione INTERCLASSISTA che nel ‘900 hanno completamente perso[1]. Perciò il Ministro Lollobrigida ha di nuovo ragione quando sostiene che, in fatto di educazione alimentare interclassista, non abbiamo nulla da imparare dagli americani. Aggiungo, però, che, purtroppo, non abbiamo neppure nulla da insegnare visto che, in un modo o nell’altro, ci siamo incamminati sulla medesima strada.


[1] chi fosse interessato al tema dell’interclassismo populista in America potrà trovare, in questo frammento di video, la lettura di alcuni brani molto significativi tratti da un classico della sociologia americana: “la ribellione delle élite” di C. Lasch”.

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2 commenti

  1. COLTIVARE LA SPERANZA
    Dall’ottobre 2022 il Ministro Lollobrigida è ministro dell’agricoltura, non solo, è anche ministro della “sovranità alimentare”. L’espressione è nata in Belgio negli anni ‘90 grazie ad un gruppo di contadini, denominato “la via campesina” (viacampesina.org), divenuto nel tempo movimento internazionale che ad oggi comprende 182 organizzazioni di 81 paesi del mondo. Per quanto concerne l’Italia, ne fanno parte tre realtà: l’Associazione Rurale Italiana ARI, l’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica AIAB, l’Associazione Lavoratori Produttori Agroalimentari ALPA. Lo scopo era ed è sostenere i piccoli produttori e lavoratori agricoli locali con un’attenzione particolare alle comunità indigene di Asia, Africa, America ed Europa. Se ci fosse sovranità alimentare ogni popolo e ogni comunità avrebbero il diritto di definire come produrre, distribuire e consumare il cibo basandosi sulla piccola e media produzione, in modo sostenibile, ossia soddisfacendo i bisogni della generazione attuale, senza compromettere alla generazione successiva tale possibilità. In quest’ottica un Ministro della sovranità alimentare dovrebbe sostenere le produzioni locali o conoscerne il funzionamento. Questo obiettivo non è conciliabile con la logica della massimizzazione dei profitti, con le coltivazioni e gli allevamenti intensivi. Alimentando la sovranità alimentare, il Ministro dovrebbe sostenere il diritto di tutti di poter scegliere come alimentarsi, come mantenersi in salute. Senza soffermarsi con l’immaginazione su piantagioni di caffè o distese di ananas e rimanendo nel nostro piccolo a cui tanto teniamo, possiamo renderci facilmente conto che nessuno di noi ha realmente diritto di decidere e scegliere che cosa mangiare, né decidere della propria salute, della propria esistenza. Questo diritto non lo abbiamo più, né indigeni, né ricchi, né poveri. Non mi è chiaro a cosa pensasse il Ministro nel parlare di “armocromie” riferendosi alla card di 400 euro per la spesa, ma è il giornalista Feltri, ne “Il Libero Quotidiano” che mi illumina sulla questione citata dal Professor Bruno Perazzolo nel suo articolo. Feltri spiega che Lollobrigida, parlando di poveri che mangiano meglio, voleva dire semplicemente questo: “da noi spesso i poveri mangiano meglio dei ricchi, cercando dal produttore l’acquisto a basso costo spesso comprano qualità. Negli Usa, invece, le classi meno agiate vengono rimpinzate con elementi condizionanti che vanno nell’interesse del venditore più che del consumatore finale». Se davvero questo è stato il suo pensiero, non dimostra di conoscere il reale funzionamento delle produzioni dei contadini locali, né l’agricoltura nel nostro bel paese. Anche in Italia le classi sociali, un po’ tutte, se si rivolgono alle grandi catene alimentari, vengono alimentate principalmente da prodotti di scarsa qualità. Il povero, che viva in città o in campagna, ha perso il diritto di potersi alimentare in modo equilibrato. Ma non solo lui. Abbiamo perso tutti il diritto alla democrazia alimentare. Una dieta equilibrata non comporta solo l’introduzione di frutta e verdura e i “contadini a km zero”, non riforniscono di qualsiasi genere alimentare. Spesso sono specializzati in alcune colture. Sono prodotti che, come è naturale che sia, possono scarseggiare in base al clima o all’età degli animali, al periodo del loro ciclo di vita, se rispettato. Soprattutto, le nostre campagne, purtroppo, non pullulano di “contadini a km zero”, come qualcuno potrebbe pensare, ma di allevamenti e colture intensive e monoculture che hanno distrutto le nostre biodiversità e il diritto di poterne godere. L’acquisto sconsiderato di fragole e pomodori a dicembre alimenta importazioni da altri paesi dove si coltivano altri prodotti (che in realtà avremmo anche noi!) e sempre in maniera intensiva, portando alla fame i nostri contadini che gettano arance e latte. Basti pensare agli agricoltori veneti che orami si arrendono cedendo alla coltivazione di viti da prosecco (grazie alle scelte del Governatore Zaia in tal senso). Il povero che vive in campagna, quindi, se povero realmente, pedala, se può, per recarsi al più vicino Discount poiché il contadino a km zero non può avere prezzi veramente concorrenziali rispetto alle grandi catene più o meno economiche ed è normale che sia così. Eliminare l’uso di antibiotici, di semi ibridi, di pesticidi, di OGM, di diserbanti, di tutte le nefandezze che ci stanno uccidendo, significa, per forza di cose, produrre più varietà, ma in quantità minore, con dei costi che devono poter essere coperti per permettere a chi fa questo mestiere, quello di lavorare la terra e allevare animali, se non di arricchirsi, almeno di poter vivere. Un Ministro per l’agricoltura dovrebbe considerarlo. In questa situazione occorre che si colga che la crisi ecologica, agraria, alimentare, della salute, della nutrizione e quindi della democrazia e della sovranità, non sono crisi separate. La scelta sconsiderata di imporre sostanze chimiche e veleno in nome del “libero commercio” da parte delle sempre più grasse multinazionali del sistema agroalimentare industriale globalizzato non sta permettendo la sopravvivenza del pianeta, della biodiversità e delle popolazioni. Oramai, dopo quasi un secolo di follie, la politica dovrebbe cogliere che il nesso tra la difesa della biodiversità e la sovranità alimentare è inscindibile. Dal dopoguerra ad oggi le colture hanno perso molte delle loro sostanze nutrienti. Questo comporta che ci si ammala di più perchè il nostro microbioma intestinale si ciba di diversità. Le difese immunitarie si indeboliscono perchè i pochi vegetali a disposizione sono sempre più contaminati, così come le carni e l’acqua di mari ed oceani. Non poter acquistare prodotti nati dai nostri semi, ma da semi ibridi immessi nel mercato dal volere dell’agribusiness vuol dire non avere il controllo e l’autonomia di scelta su ciò che produciamo e su ciò che mangiamo. E’ la monocoltura che ha in mano la nostra sovranità alimentare, quella dei supermercati, a basso o alto costo. Da qui l’insensataggine del ragionamento ministeriale. Alcuni hanno colto che l’attuale crisi non è legata alle avversità del fato, è frutto dell’azione dell’uomo nei confronti della natura. Questo modello impostoci da pochi, ad alcuni sta andando sempre più stretto. Sono nati più movimenti volti a sensibilizzare l’opinione pubblica perché faccia leva sulle scelte della politica. Se la politica è così lontana dalla realtà dei fatti, occorre che siano le persone a difendere la terra e con essa il diritto ad una democrazia alimentare e alla sopravvivenza.
    La terra che è divenuta monocolore, uniforme, priva di insetti e di uccelli, di consociazioni e che così com’è ora, ci appare naturale, tanto ne siamo assuefatti. La terra che andrebbe curata e protetta perché nutra, curi e garantisca futuro.
    Occorre ricordare che si è tutti connessi e interdipendenti e ripartire dal basso per coltivare i semi della speranza, che sono i semi della libertà: occorre agire facendo scelte consapevoli negli acquisiti, nei consumi, scelte che proteggano le biodiversità e la possibilità di garantire ad animali e umani, che se ne nutrono, la varietà dei nutrienti. Si favoriranno così non solo le produzioni locali, ma la nostra sopravvivenza e quella di chi verrà, ma il tempo stringe.

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  2. Author

    Cara Silvia, ti ringrazio per il tuo contributo molto ricco e che, per questo, sarebbe benissimo potuto essere un articolo a parte. I tuoi argomenti sono molteplici e mi è impossibile entrare nel dettaglio. Nel complesso posso però dire di condividerli. In particolare condivido il discorso sui riflessi della globalizzazione in campo alimentare e sull’ambiente, dove, in maniera più drammatica, si possono rilevare i danni prodotti da una visione economicistica – mercantilista dei rapporti umani, che mette in secondo piano la politica e quindi, oltre alla sostenibilità umana ed ecologica, la stessa sovranità in generale e quella popolare in particolare. Sotto questo aspetto il tuo contributo costituisce un valido e originale arricchimento rispetto alle mie riflessioni più centrate sull’esperienza comune, il dato statistico e sulla qualità della politica. Rispetto alle tue considerazioni e a quelle degli altri amici lette in chat, per come la vedo io, non mi resta dunque che aggiungere una nota. Siamo così sicuri che il fattore culturale – educativo incida poco o nulla? Passeggiando per le strade di Colonia durante queste mie ultime vacanze in poche centinaia di metri ho visto ben tre negozi di cibo spazzatura pieni di giovani e non faccio nomi su quello che vedo in Italia riguardo alla frequentazione di certi locali che espongono marchi conosciutissimi. Poi ci sono i dati statistici che dicono chiaramente come il costume alimentare poco sano sia certo un fatto economico, ma non solo. Anche il ceto e la marginalità sociale e, soprattutto, la cultura sembrano incidere parecchio. In altre parole i poveri mangiano mediamente peggio dei ricchi. In questo incidono i livelli dei salari e dei prezzi, ma, a parità dei fattori economici, anche la cultura e l’integrazione sociale. Di nuovo grazie

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