Esiste un legame tra disperazione e fede?

Bruno Perazzolo

Gustav è un famoso regista avanti con gli anni. Nora, la prima delle due figlie, è un’attrice di teatro, di talento e successo. Qualcosa di fondamentale, nelle e tra le loro vite, si è spezzato. La madre di Gustav, partigiana, internata e torturata in un campo di concentramento nella seconda guerra mondiale, una volta tornata a casa, si è poi suicidata. Il figlio, Gustav, dopo innumerevoli, violente liti, ha divorziato dalla moglie e lasciato famiglia e figlie per concentrarsi sul lavoro e, con ogni probabilità, dedicandosi a coltivare altri rapporti con l’altro sesso nei confronti del quale si dimostra decisamente interessato. A pagare il prezzo più alto di questa separazione è stata Nora cui il prendersi cura della sorella minore non è servito a colmare la separazione dei genitori e, soprattutto, l’abbandono del padre. Il funerale della madre di Nora farà rincontrare Nora e il Padre facendone emergere le rispettive disperazioni. Sennonchè due disperazioni che si incontrano, l’una analoga e intimamente collegata all’altra, possono generare, inaspettatamente, una nuova vita. Bisogni elementari e sentimenti nuovi, una nuova consapevolezza, un modo diverso di sentire e di vedere il mondo. Un’esperienza che, forse, non si potrà dire ancora di vera e propria fede, ma che, tuttavia, alla fede più genuina si avvicina moltissimo. Val la pena, a questo punto, riportare integralmente il testo della scena più toccante del film, quando Nora, praticamente forzata dalla sorella Agnes, legge una parte del copione del film che il padre, Gustav, aveva scritto per lei. Legge, Nora, la parte in cui, nel film, il padre racconta di sé stesso, della sua vita. In altre parole, nel brano che segue, è importante capire che è Gustav che parla di sé.

“Sai, non credo affatto in Dio. Venivamo da una casa dove tutto ciò era irrilevante. Non siamo stati battezzati. Io e mia sorella abbiamo fatto una cresima civile solo per i soldi. Poi ho avuto una specie di crisi. Ero di nuovo solo in casa, sdraiato a letto, a piangere. So che tutti a un certo punto piangono a letto, ma……… Qualcuno ha detto che pregare non è davvero parlare con Dio. È riconoscere la disperazione. Gettarsi a terra perché è tutto ciò che puoi fare. Non diversamente da un crepacuore: “Chiamami. Per favore, ripensaci.” “Riprendimi.” Ed eccomi lì. Avevo rovinato tutto. Ero solo, sdraiato lì, a piangere. E poi, per la prima volta, mi sono seduto e ho pregato. È difficile da spiegare. Non so a chi ho pregato, ma l’ho detto ad alta voce: “Aiutami. Non ce la faccio. Non posso farcela da solo. Voglio una casa.”

Con una certa sorpresa, ho notato come, in maniera pressochè unanime, la critica si sia prontamente attivata per escludere ogni significativo rapporto tra il film e la religione. Però, pensandoci bene, la cosa non avrebbe dovuto affatto sorprendermi dal momento che l’ideologia, da secoli dominante in Occidente, sembra aver ridotto la religione, se va proprio bene, a qualcosa di opzionale. Ne più ne meno di una scelta soggettiva. Da qui la necessità di rimuovere ogni evidenza del contrario. Il bisogno di negare tutto ciò che, nella realtà, attesta abbondantemente l’opposto di quanto l’ideologia afferma, ovvero, attesta l’universalità del sentimento religioso. Una universalità che, credo, derivi proprio dalla disperazione che tutti – belli o brutti, buoni o cattivi, talentuosi o ignoranti, atei o agnostici o credenti  – più o meno consapevolmente, prima o poi proviamo: la disperazione che ti assale quando ti senti solo e gettato, a caso e per caso, in un mondo sconosciuto e ostile: inabitabile.

Pellicola pluripremiata e pluricandidata, “Sentimental Value” si avvale di una recitazione che dire magistrale è dire ancora poco. Puro cinema nel cinema dove, a tratti, si fatica persino a distinguere la scena girata da Gustav – il personaggio co-protagonista con Nora – dalle riprese del vero e proprio regista del film. Il tutto senza che lo spettatore avverta la benchè  minima distrazione nel cogliere il senso dell’opera che, al contrario, trae da questi continui rimandi una maggiore limpidezza.

Regia di Joachim Trier con Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas, Elle Fanning, genere commedia – drammatico, Norvegia, Germania, Francia e Svezia, 2025, durata 132 minuti, il film è uscito sul grande scherno da qualche mese e si può vedere anche su alcune piattaforme tipo Prime Video, Google Play ecc..

1 commento

  1. Caro Bruno, la riconciliazione tra figlia e padre è già il frutto misterioso di una vera preghiera che, come spieghi bene, nasce dal riconoscersi in una stessa disperazione. Nessuno sforzo umano può produrre tanto: portare vita e rinascita là dove c’è solo risentimento e incomunicabilità

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