Se pure all’inizio ci sono ragioni, vengono cancellate dalla violenza

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Dario Eugenio Nicoli

Oramai i disordini di piazza che puntualmente si ripetono nei nostri autunni, specie quelli studenteschi, seguono un canovaccio sempre uguale: sulla scia di eventi che stanno accadendo in altri paesi, viene convocata una manifestazione da sigle riconducibili in gran parte a partiti e sindacati della sinistra, con parole d’ordine simili a quelle d’oltralpe. La procedura iniziale è quella legale: una domanda in prefettura dove viene indicata la piazza dei raduni, gli orari ed il percorso. Da qui parte una mobilitazione dentro le scuole e sui social.

L’evento avviene inizialmente in modo pacifico con cortei, alcuni cartelli, slogan, qualche bandiera, discorsi con i megafoni e una grande presenza di giornalisti e gente comune che riprende ciò che sta accadendo. Ai lati del percorso si raggruppano i poliziotti antisommossa che si limitano ad osservare.  Ma sempre più spesso si notano qua e là gruppetti di ragazzi con il volto coperto che dopo una fase sostanzialmente pacifica, iniziano a far rotolare ed incendiare i contenitori della spazzatura, far cadere bici, monopattini e motociclette, divellere parti dell’arredo urbano che incontrano sul cammino e lanciarli contro negozi ed auto della polizia e dei vigili. Come appare dalle numerose immagini, queste presenze non vengono contrastate dalla massa degli studenti pacifici, quasi facessero parte integrante della scena che si sta rappresentando; dopotutto non vi sono quelli che nel passato si chiamavano “servizi d’ordine” anche perché non esiste alcuna forma di organizzazione strutturata: i partecipanti sono in prevalenza singoli individui, semmai aggregati in gruppi di studenti della stessa classe.

I poliziotti iniziano a muoversi per impedire questi atti di vandalismo con brevi azioni di contenimento come gli è stato insegnato nei corsi di formazione e come viene loro ordinato dai numerosi funzionari presenti qua e là, in divisa o in abiti civili. Il loro intento consiste nel mantenere sotto controllo il corteo, evitare che fuoriescano nelle vie laterali gruppi di violenti e tutto possa terminare come previsto senza eventi drammatici, anche per proteggere la massa dei manifestanti che, muovendosi come un flusso di individui e di piccoli gruppi, risultano decisamente vulnerabili.

Sia pure con alcune distruzioni, l’evento ha termine come previsto ed i partecipanti cominciano a sciamare ognuno nella propria strada. È questo il momento in cui inizia la seconda scena del dramma. Senza farsi notare, i piccoli gruppi di incappucciati, a cui si sono aggiunti altri lungo il percorso, si muovono velocemente secondo un disegno che pare concordato per riunirsi in stradine secondarie da dove iniziano a dare vita ad un’opera sistematica di devastazione secondo la tecnica della guerriglia, inseguiti dai poliziotti che fanno uso di idranti e lacrimogeni. I primi attaccano i secondi in scontri fisici con armi improprie (bastoni, bidoni, pietre, bombe carta) cercando di isolare singoli agenti per poi accanendosi su di esso con bastonate, calci e pugni in tutto il corpo. I colleghi di questi cercano di proteggere la vittima ingaggiando lotte corpo a corpo e respingendo gli aggressori con scudi e manganelli, ma nella gran parte dei casi ne escono più malconci proprio perché la tecnica della guerriglia favorisce chi la adotta.

Fino a pochi anni fa, sia pure con danni anche gravi e molti feriti specie tra le forze dell’ordine, questo secondo tempo di devastazione ha fine. Recentemente invece si è aggiunto un terzo tempo, ancora più distruttivo, appena cala la notte. Sempre aggregandosi per piccoli gruppi, si forma in una piazza del centro un assembramento di un migliaio di incappucciati che mettono a ferro e fuoco la città con incendi, assalti ai negozi con saccheggi. Gli scontro si fanno ancora più cruenti, cresce il numero dei feriti, anche seriamente, tra le forze dell’ordine. Vengono fermati alcuni facinorosi (nell’ultimo caso solo una decina).

All’esterno si svolge il solito siparietto: le forze politiche che hanno sostenuto la manifestazione dichiarano che sì, loro sono contrarie alla violenza, ma le ragioni dei ragazzi sono fondate, criticano il governo perché “non riesce a garantire l’ordine pubblico” e chiedono più agenti, magari l’esercito, paradossalmente lo stesso rimedio sostenuto dalle forze politiche di destra. Mentre sui social e nei talk show i genitori dichiarano che i loro ragazzi (ma cosa ne sanno davvero?) non hanno fatto nulla di male e che tornando a casa hanno detto che piuttosto è stata la polizia ad averli aggrediti.  Dei motivi iniziali della manifestazione, indubbiamente legittimi, nessuno si ricorderà più: sono stati cancellati dalla violenza gratuita che dominerà la scena per lungo tempo, fino all’inevitabile replica del prossimo autunno. Presumibilmente, non vi saranno vantaggi elettorali per la sinistra, semmai aumenteranno i consensi delle forze populiste. Intanto in città aumenta la paura, le persone tendono a non uscire più di casa perché di notte è pericoloso, le piccole o grandi soddisfazioni sono sempre più insipide: da tempo non se ne prova più gusto.

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