Dario Nicoli

Un Istituto tecnico industriale aperto dalle 8:00 alle 16:30, senza smartphone e con attività che aiutano gli studenti ad arginare l’ansia e imparare a stare con gli altri a scuola ed anche nel lavoro una volta diplomati. È quanto ha deciso di fare l’ITI Marconi di Dalmine in provincia di Bergamo e che il dirigente Maurizio Chiappa ha spiegato in una recente intervista.

Tutto nasce da due constatazioni: l’allarme crescente degli insegnanti sullo stato di ansia diffuso tra gli studenti che rende difficili i rapporti con gli altri, riduce l’attenzione ed indebolisce gli apprendimenti. Questo viene messo in relazione alla loro abitudine a trascorrere da soli l’intero pomeriggio a casa, visto che entrambi i genitori lavorano, rischiando così di diventare dipendenti dagli smartphone. Da qui l’aumento di assenze ed i casi preoccupanti di ritiro sociale, che vengono gestiti dalle famiglie cercando di ottenere una diagnosi da legge 104 sperando in tal modo di facilitare il raggiungimento del titolo di studio.

Ma occorre aggiungere anche la voce delle imprese che nelle esperienze di alternanza e di primo ingresso dei diplomati vedono ragazzi molto in gamba, ma incapaci di stare insieme agli altri, tanto da licenziarsi dal lavoro adottando la stessa tattica del ritiro vista a scuola. Le imprese, specie le più attente, si rendono conto di non essere solo luoghi del contratto, ma delle neocomunità in cui le persone aderiscono ad un progetto di cooperazione che mira a fornire alla società prodotti e servizi che rispondono a bisogni reali, migliorano le condizioni di vita, rendono più umana la società ed il rapporto con la natura.

La decisione di trasformare la scuola in un campus, dove i ragazzi possano vivere insieme sviluppando socialità, rivela la mancanza nella loro vita di esperienze significative in cui stare insieme agli altri. Il Dirigente afferma la solitudine della scuola “rimasta l’ultima istituzione che può permettersi” di svolgere il compito educativo.

Il campus prevede una rivoluzione dell’orario: al mattino si farà matematica, inglese e le altre materie, al pomeriggio tanti laboratori e questo richiede una didattica più attiva. Questi ragazzi sono educabili, lo dimostra il fatto che, con il recente aumento dell’intervallo, essi “si mettono a parlare fra di loro, a confrontarsi, cosa che prima non facevano perché erano incollati al loro cellulare”.

Nell’intervista, il Dirigente chiarisce lo scopo del campus: “il ragazzo deve arrivare alla fine del percorso e capire quel che vuole fare”: è questa la vera condizione che gli consente di conquistare una cultura viva. Anche nella frase “facciamo questo mestiere perché vogliamo essere ricordati dai nostri ragazzi” si nota il ritorno nella scuola della parola educazione dopo che per decenni è stata espulsa da un linguaggio sempre più concentrato sulle tecniche di apprendimento.

Gli stessi insegnanti mostrano il desiderio di vivere bene la scuola: a loro è stata offerta un’attività di yoga e una di pilates perché se un’insegnante sta bene farà bene il suo mestiere. Non si dimentica la necessità della semplificazione del lavoro burocratico, specie se consideriamo l’infittirsi da qualche tempo di una soffocante “burocrazia degli apprendimenti” legata a progetti e linee guida che considerano docenti come impiegati della didattica e non soggetti che vanno stimolati a mettere in gioco la propria maestria. Un misto di artigianato e di arte che consente di entrare in sintonia profonda con i propri studenti affinché questi possano maturare vere e proprie virtù morali come la benevolenza, la fortezza, il sapersi fidare, la riconoscenza, la dedizione.

Il compito degli adulti consiste nel replicare all’individualismo infelice contemporaneo – proprio di un soggetto umano fragile perché costantemente impegnato a conservare il proprio equilibrio psichico – con una proposta di vita appassionata del mondo e di sé oltre che aperta al futuro.

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1 commento

  1. Author

    Sentendo molti ex colleghi che ancora lavorano nella scuola, il racconto che ne fanno non è esaltante. Però ci sono realtà in controtendenza. In effetti la scuola può anche diventare un luogo di vita più umano se chi ci lavora e studia lo sente come un angolo di vita buona nel quale riconoscersi. Grazie Dario.

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