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Dopo i grandi nomi, e gli exploit italiani, delle Olimpiadi di Tokio, riconosciamo di aver lanciato uno sguardo di sufficienza alle immagini dei XVI Giochi paralimpici estivi. Ma col passare dei giorni, ci siamo accorti che l’evento sotto i nostri occhi non si limitava al solo ambito sportivo, ma era arricchito dalle storie personali di questi atleti, un fattore che ci ha stupiti, ed avvinti, regalandoci momenti di commozione più intensa rispetto alle gare precedenti. Avevamo di fronte persone – in maggioranza donne nella delegazione italiana – che hanno mostrato un’umanità più profonda, avendo saputo replicare anche ai colpi più duri della vita mostrando doti straordinarie di forza e tenacia.

Non solo Bebe Vio che abbiamo imparato ad apprezzare, e ad amare, anche per il sorriso e lo spirito coinvolgente, ma anche altri che non conoscevamo. 

Enza Petrilli di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, medaglia d’argento nel tiro con l’arco ricurvo, a venticinque anni ha subito un grave incidente stradale che le ha tolto l’uso delle gambe, un colpo durissimo a cui ha risposto facendone un’occasione per comprendere più a fondo se stessa: «Dopo l’incidente ho scoperto la mia persona, perché prima forse non mi conoscevo nemmeno io. E non sapevo di avere tutta la forza che alla fine ho avuto».

Monica Contraffatto, di Gela, ha perso l’uso di una gamba nel 2012 per un colpo di mortaio mentre era in missione in Afghanistan con altri soldati italiani. Dopo aver vinto la medaglia di bronzo nella storica finale tutta italiana dei 100 metri, l’abbiamo sentita dedicare il risultato proprio a questo Paese – sono le sue stesse parole «che mi ha tolto qualcosa ma che mi ha anche dato tanto». E spiega: «Io mi sono innamorata dell’Afghanistan la prima volta che sono andata e non vedevo l’ora di ritornarci non per il bene che facevamo, ma il bene che loro facevano a me. Sono partita vuota e sono rientrata piena dentro».

Le vicende di questi atleti, e delle loro splendide famiglie, hanno scombussolato i nostri pensieri: non è questo il tempo di personalità liquide, fragili e iperprotette? Al contrario, ci troviamo di fronte ad esempi di forte umanità, amore per la vita e capacità di sostenere grandi sacrifici. Diciamolo: sembrano persone “antiche”, ma sono nostri contemporanei. È stato scritto che rappresentano un esempio per i 3 milioni e 150 mila italiani disabili, ma non è stato detto bene, perché in realtà sono un esempio, ed un motivo di orgoglio, per tutti noi che forse amiamo la vita con minore passione rispetto a loro.

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