Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose

di Bruno Perazzolo e Emanuela Gervasini

Regia di Sydney Sibilia, Italia2020. Tratto da una storia vera che rappresenta un’”icona” del ’68 italiano nella sua versione più universale: quella giovanile e libertaria. Un film che consigliamo vivamente, lo si può vedere in streaming su Netflix. A tratti comico, al limite del grottesco, illustra bene un momento cruciale della storia del costume delle democrazie occidentali in generale e di quella del nostro paese in particolare, nella seconda metà del ‘900.

Centrale la figura dell’Ing. Giorgio Rosa (Elio Germano) il cui genio – giovane, ingenuo, visionario, anarchico ed eversivo – induce i più a simpatizzare con il personaggio che vuole “rifare il mondo da capo” partendo da un sogno “realizzare la LIBERTA ASSOLUTA” istituendo uno Stato indipendente su una piattaforma costruita in acque internazionali. La simpatia tende poi, nella quasi generalità degli spettatori, a trasformarsi in pura fascinazione quando, il richiamo alla cronaca di allora, ci racconta di una persona, sempre l’Ing. Giorgio Rosa, intento a realizzare “cotanta opera” armato di tanto ingegno e entusiasmo quanto povero di mezzi e di “compagni di ventura”.  Sono, invece, decisamente meno seducenti, al limite della caricaturale, le figure dell’allora Presidente del Consiglio, Giovanni Leone (Luca Zingaretti) e del Ministro degli Interni Franco Restivo ( Fabrizio Bentivoglio) che, in ogni caso, ben rappresentano, a nostro giudizio, la “SORDA” reazione di un sistema politico incapace di cogliere nella critica dei giovani, l’opportunità di un salutare, quanto urgente “RINNOVAMENTO DEMOCRATICO”. La fine drammatica dell’intera vicenda, l’isola attaccata con una nave militare e fatta esplodere con la dinamite dalla Stato italiano, ha così potuto attribuire alla storia una patina di mitico eroismo che, molto probabilmente, il solo decorso del tempo avrebbe potuto sbiadire allo stesso modo in cui si sono velocemente sgonfiate molte utopie comunitarie sessantottine.

Purtroppo, il film non esplicita bene come “la nostra compagnia di ventura”, autoproclamatasi “ Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose”, sia riuscita a superare i primi conflitti interni riguardanti il tipo di attività da svolgere nella piattaforma, le decisioni sulle modalità di concessione della cittadinanza ecc.. Solo alcuni distratti cenni. Un vero peccato. Avremmo potuto, in tal caso, comprendere appieno l’argomento dell’impossibilità dell’anarchia come fatto collettivo oggetto della “dimostrazione apodittica” del “Banchiere Anarchico” di Fernando Pessoa (1922). Il banchiere, infatti, rivendica a sè, e a pochi altri come lui, l’autenticità dell’anarchia poichè, se non proprio la libertà assoluta, almeno la massima libertà realizzabile in questo mondo, può essere conquistata solo individualmente e, legittimamente, con ogni mezzo possibile, speculazione e truffa comprese. Il motivo è assai semplice: una comunità anarchica (ma anche un più umile condominio), se intende sopravvivere, non può fare a meno di regole, cioè di convenzioni sociali che, inevitabilmente, sanciscono gerarchie e disuguaglianze che limitano artificialmente la “naturale libertà umana”, ovvero la LIBERTA’ ASSOLUTA. La cosa intrigante dell’argomento del banchiere, al pari del nostro Giorgio Rosa intento ad inseguire il sogno della “massima libertà possibile”, è rilevare come la sua dimostrazione perfettamente razionale assomigli “maledettamente” alle teorie economiche sviluppate dai monetaristi a partire dagli anni 60 e balzate alla ribalta della politica a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 (A. Carr, Is Business Bluffing Ethical?). In base a questo approccio, per farla breve, IMBROGLIARE GLI ALTRI PER ARRICCHIRSI È SEMPRE LECITO SE LA LEGGE – e, aggiungeremmo noi, le relazione di potere – LO CONSENTE. Nel film “WALL STREET”, regia di Oliver Stone, USA1987, la visione monetarista trova una sua ottima rappresentazione cinematografica nel personaggio di Gordon Gekko (Michael Douglas)  e del suo “tirocinante” Bud Fox  (Charlie Sheen), entrambi una sorta di “Banchieri Anarchici” alla ricerca di quel genere di libertà che solo la ricchezza può dare in virtù del potere che consente di esercitare su cose e persone. La pellicola è profetica in quanto, per molti versi, coglie appieno le basi economiche, politiche e morali di quella che sarà la peggiore crisi finanziaria dopo quella del ’29: la crisi dei Subprime del 2007 – ’10. Crisi a sua volta immortalata da Martin Scorsese (ma anche da molti altri registi) nel film “the Wolf of Wall Street” ispirato dalla biografia anni ’80 di Jordan Belfort.  Anche qui il trama descrive un personaggio realmente esistito ed i suoi accoliti, intenti ad acquisire quell’arricchimento senza scrupoli e senza limiti che può dare accesso alla soddisfazione di ogni desiderio egocentrico precursore della liberta che inebria, frutto della VERA ANARCHIA di cui parla il banchiere di Pessoa.

A questo punto del discorso, qualcuno potrebbe obiettare che le nostre siano solo associazioni arbitrarie. C’è però, per nostra fortuna, nella vicenda dell’Isola delle Rose, un fatto che sembrerebbe darci ragione: l’impresa dell’isola, la conquista della liberta come valore assoluto, si fonda sul furto iniziale degli stipendi di “calabresi e lavoratori immigrati”. Gente che, certo, al pari dei piccoli risparmiatori truffati dalla finanza creativa di fine ‘900, non se la passava bene.

L’Isola delle Rose è sicuramente incentrata sulla figura dell’Ing. Giorgio Rosa. E’ però ricorrente nel film, sia pure in veste più marginale, un’altra figura nettamente delineata che sembra appartenere ad un altro universo. Come in Wall Street del 1987, si tratta del padre del giovane protagonista rampante. Persona di enorme umiltà che, alla fine, nel contrapporsi alle ambizioni  “utopico – borghesi” del figlio, ne mitiga l’impatto “anarco – rivoluzionario” testimoniando, con l’esempio di un’intera vita, come, piuttosto che rincorrere la libertà assoluta, ci si possa ragionevolmente accontentare di un lavoro onesto, di una solida famiglia e di amici onorevoli. In altre parole “DI UNA VITA BUONA”.

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3 commenti

  1. Davvero un commento stimolante. Mi ha ricordato una vecchia definizione che si usava negli anni ’70 nei confronti dei vari radicalismi che vagheggiavano l’idea del gesto liberatorio più o meno insurrezionale: “infantilismo politico”. Nel film la fine dell’avventura è causata dall’intervento dello Stato, ma proviamo a pensare al caso in cui i ragazzi ingenui e generosi dell’Isola delle Rose (ma anche colpevoli di un furto particolarmente odioso, come avete giustamente ricordato) fossero stati rapinati di notte di tutti i loro beni ed incassi: a chi si sarebbero potuti rivolgere? non certo alla polizia ed alla magistratura dello Stato italiano. Sarebbe stato un caso da manuale di scontro tra due anarchie, entrambe ugualmente leggittimate dal bisogno, senza alcuna possibilità di accordo che potesse frenare l’inevitabile parabola dell’autodistruzione.

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  2. L’articolo e il commento sono stimolanti ma ripensando al film io lo ricordo anche come un film sull’amore: per un mondo un mondo diverso e amore di coppia. Mi piace pensare che se la vicenda non fosse finita per la SORDA reazione del sistema non si sarebbe dissolta come le utopie del sessantotto ma si sarebbe evoluta come è successo al giovane ing. e alla sua ex fidanzata

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  3. Certo Clelia, ogni film è una fonte inesauribile di significati come ogni altra opera d’arte. Il senso che attribuiamo credo dipenda dalla nostra esperienza personale, dalla situazione particolare che stiamo vivendo ecc. Nel film c’è anche il bel rapporto tra il giovane ingegnere e la giovane avvocatessa entrambi figure di grande rilievo umano. Grazie mille per il commento che hai lasciato e, naturalmente, grazie anche all’amico Dario che, “come volevasi dimostrare”, ha colto altri aspetti dell’opera: quello giuridico e, mi par di capire, anche gli effetti devastanti del relativismo etico.

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