(già pubblicato nel sito della Lega Giovani dei Laghi il 9 agosto ’21)

Dalla “Lega Giovani dei Laghi” riceviamo questo interessante e impegnativo contributo sul tema della comunità che pubblichiamo volentieri

di Alessandro V.

Digitalizzazione della società, gigantismo politico ed economico delle organizzazioni sovranazionali e delle grandi multinazionali, flusso incessante delle informazioni sulle reti telematiche e fine di tutti quei “grandi racconti” che avevano irrorato le grandi ideologie del Novecento le quali, secondo l’interpretazione di Augusto del Noce, rappresentavano la fase sacrale della secolarizzazione: ecco un breve biglietto da visita del Terzo Millennio.

Il soggetto storico della post-modernità – così viene definita l’epoca attuale, a partire da La condizione post-moderna, un saggio risalente al 1979 – è l’individuo atomizzato, estremizzazione dell’individualismo liberale: errante, sciolto dai legami sociali e politici, senza identità e senza Stato.

L’erosione delle identità collettive è, a tutti gli effetti, intimamente legata alla globalizzazione – della quale è difficile dare univoca definizione – intesa come insieme di fenomeni anche sociali e culturali conseguenti alla planetarizzazione dell’economia: in termini politici, per esempio, essa ha un impatto negativo poiché ad una crescente integrazione economica può corrispondere una disintegrazione della sovranità nazionale.

Anche le strutture politiche della modernità vacillano al loro ingresso nel post-moderno: lo Stato-Nazione, il “freddo mostro” delineato da Nietzsche, risulta troppo piccolo per affrontare grandi problemi, e si vede necessaria la sua integrazione in un Grande Spazio sovranazionale, auspicando una sempre nicciana “grande politica”; ma spesso potrebbe rivelarsi troppo grande per la gestione di realtà particolari a livello locale – la cui eventuale autonomia relativa rispetto al centro non deve però intaccare la sovranità statuale – che necessitano di interventi più specifici.

Sia le conseguenze negative del disegno globalizzante, sia la crisi dello Stato Nazionale hanno tuttavia contribuito a riaccendere la riflessione politico-filosofica sul concetto di comunità e sul suo ruolo all’interno della società. Potremmo interpretare questo fenomeno come una reazione identitaria ed istintiva al senso di grande smarrimento; a quella perdita delle radici imputabile all’omologazione sistematica di mercati, produzioni, consumi, modi di vivere e di pensare ed alla percezione di una società sempre più atomizzata e disgregata. A noi non interessa, tuttavia, parlare del comunitarismo: né come approccio filosofico che lega l’individuo ad una comunità; né come tentativo politico che, in opposizione al gigantismo d’ogni sorta, prova a rivitalizzare la dimensione locale. Innanzitutto perché non ci esponiamo sulla fattibilità reale di un progetto simile; non sappiamo quanto sia realmente possibile difendere fattualmente la “piccola economia” – quella al servizio del mondo vivente – dal darwinismo economico delle grandi multinazionali: basti pensare al “peso” dei Big Tech che ormai supera quello di interi stati-nazione. In seconda battuta, lasciamo libero campo agli intellettuali per le eventuali elaborazioni culturali. Basandoci su ciò sui cui noi possiamo agire – e non su ciò su cui noi non possiamo nulla – vogliamo, invece, porre l’attenzione sul concetto stesso di comunità: nella sua accezione pratica, operativa e militante.

Cos’è una comunità? Esiste una comunità quando si sviluppa un comune senso di appartenenza: non si tratta di un’unione meccanica di singoli individui – come ad esempio la società – bensì di una unità organica: per capire la differenza tra comunità e società, occorre rifarsi al modello di Ferdinand Tonnies, il quale definisce la società come una associazione meccanica, artificiale fondata su rapporti del tutto convenzionali tra contraenti; mentre la comunità (Gemeinschaft) si aggrega in base ad un principio organicista, attorno ad un vincolo profondo di sangue, luogo e spirito – e, possiamo aggiungere, attorno ad una Idea. Anche Max Weber in Economia e Società afferma che «una relazione sociale deve essere definita comunità se e nella misura in cui la disposizione dell’agire sociale poggia su una comune appartenenza soggettivamente sentita (affettiva o tradizionale) degli individui che ad essa partecipano». Quando prevale, invece, un agire puramente razionale finalizzato ad uno scopo, si delinea la forma della semplice associazione.

La “comunità politica” – un gruppo di persone che, unite da una comune Weltanschauung (visione del mondo) fanno attività di militanza – è un esempio concreto di quella che potremmo definire comunità organica di destino, la quale, per potersi dire tale, necessita di tre elementi: una identità comunitaria, la percezione di un destino comune e l’organicità. L’identità comunitaria è il legame profondo che unisce i membri sulla base di un’Idea. Il militante politico, ad esempio, è colui nel quale, più che in altri, dovrebbe essere viva ed operante la consapevolezza di una causa superiore, che trascenda la propria singolare individualità e per la quale impegnarsi attivamente. Due militanti politici non sono uniti da un semplice legame di amicizia personale o da reciproca simpatia, né dall’appartenenza al medesimo status sociale, piuttosto che dall’abitare nello stesso quartiere o provenire dallo stesso territorio, perché tutto ciò viene superato: essi sono uniti in funzione di un terzo elemento, ovvero l’Idea, che traccia il solco di una meta comune, raggiungibile dalle varie strade che si ramificheranno a seconda del percorso specifico ed individuale di ciascun membro. Il destino comunitario è la proiezione di questa particolare identità nel tempo, nel susseguirsi degli eventi e delle contingenze storiche in balia delle quali è fondamentale cercare di tenere fissa ed immutabile la propria identità. L’organicità, ultima ma non per importanza, è la relazione tra le forze interne al gruppo: alla diversità dei tipi, dei caratteri e delle competenze corrispondono differenti ruoli tra di loro complementari. Questo presuppone l’esistenza di una gerarchia – che distingue la comunità di liberi uomini e donne da altre forme di collettivismo – nella quale chi è più in alto, anche quando interessato ad una carriera personale, deve agire con la massima impersonalità, lasciando da parte ego e protagonismo, e dando costantemente l’esempio in prima persona. A prescindere dalla dimensione puramente partitica e al di là di eventuali prospettive carrieristiche, essere comunità significa uscire dal rapporto meccanico e contrattuale del “do ut des”, imparando a dare ed offrire il proprio servizio, grande o piccolo che sia, e a prescindere da risultati, ricompense e riscontri personali: offrire il proprio tempo per uno scopo comune – sacrificando fidanzate, amici e tempo libero – è un atto militante di grande valore. In questa prospettiva, tornando a Weber, la comunità appare come un gruppo di esseri umani contraddistinti da una disposizione d’animo innanzitutto partecipativa: non c’è comunità senza impegno attivo. Siamo ben lontani, tuttavia, dall’incoraggiare all’attivismo puro è semplice, poiché esso può essere anche mosso da agitazione momentanea e confusa, volta ad immortalare artificialmente momenti di vita reale da cristallizzare immediatamente sui propri profili virtuali, tramite foto e video. Si vuole, invece, incoraggiare all’azione, allo sforzo comune, ad una “stoica” etica del dovere come antitesi alla società disgregata, atomizzata ed edonista. Oltre alla formazione politica e alle attività di militanza previste, è importante altresì condividere fatica e compiti: che si tratti di pulire la propria sezione di partito – come se fosse il bagno di casa propria – o che si tratti di ridipingerla. Nondimeno, è fondamentale la condivisione della ricreazione: non solo la birra al pub, ma anche un piccolo “viaggio” può essere di grande importanza per rinsaldare il vincolo comunitario: che sia un’escursione alla riscoperta dei sentieri neri della propria Heimat – magari resistendo per qualche ora all’ansia di connessione alla rete – o che sia un itinerario oltre i confini nazionali, verso altri paesi europei per ritrovare – usando le parole di Dominique Venner – “i luoghi della nostra civiltà celtica, slava e germanica, irrigata dal flusso della tradizione greca e romana”.

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3 commenti

  1. Author

    Ringrazio i giovani della Lega dei Laghi per questo contributo molto stimolante e approfondito che credo meriti una risposta articolata. Da qui l’intenzione di partecipare al confronto non con un semplice commento, ma con un paio di articoli che spero possano arricchire in maniera costruttiva il dialogo intorno ad un tema che considero sempre più rilevante per la “sopravvivenza” della stessa democrazia.

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    1. Caro Bruno,
      Siamo ben contenti che hai apprezzato il nostro piccolo contributo.
      Il confronto è l’unica ancora di salvezza per la nostra società, la quale si dimostra purtroppo sempre meno unita e individualista.
      Il concetto di Comunità deve prevalere assolutamente su quello di società perché solo così facendo potremo sperare in un futuro degno per le nuove generazioni.

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  2. Il contributo è molto stimolante soprattutto perché si pone in termini propositivi rispetto al conflitto che interessa le società a “democrazia matura” come la nostra, quello tra disincantamento globalizzato e desiderio-nostalgia di un’appartenenza che susciti le energie donative delle persone e dei gruppi.
    riservandomi di affrontare il tema in un prossimo articolo, segnalo tre questioni chiave: 1) le comunità non sono autosufficienti, ma vivono entro una società democratica che non si esaurisce in un ordinamento ma presenta anche un’affezione e proprie virtù incentrate sul rispetto e sulla valorizzazione dell’altro (comprese le altre comunità) che la pensa diversamente e sulla conversazione come via per “uscirne insieme”. 2) La militanza è una condotta virtuosa ma non è l’unico modo di stare nella comunità, vi è anche il vicinato, la partecipazione alla vita del quartiere-borgo, il lavoro come servizio, la cura dell’ambiente. 3) Infine il tema più profondo: l’esaurimento del carattere generativo della vita non è l’effetto di una generica “modernità globalizzata”, ma della scomparsa del senso religioso come modo di apprensione e legame personale e comunitario con Dio. Ciò porta a individui ciechi circa la propria anima e le sue esigenze, esageratamente introspettivi e vulnerabili, incapaci di resistere con le proprie forze all’accelerazione ed all’eterodirezione cui sono perennemente soggetti, illudendosi peraltro di fare scelte libere. Ma porta anche ad ideologie in contrasto con la tradizione culturale ed il buon senso popolare come il pulviscolo delle teorie complottiste e quella basata sul genere sostenute dai ceti intellettuali e dalle grandi burocrazie.

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