La dignità del lavoro, “socialmente utile” per davvero, e molto altro ancora.

di Bruno Perazzolo

Nel suo “Bullshit Jobs”, David Graeber distingue i “lavori di merda” dai “lavori del cavolo”. Quello di Hirayama, un sessantenne giapponese che si occupa della pulizia dei bagni pubblici, rientra, di certo, tra i “lavori di merda”, socialmente poco apprezzati e particolarmente malpagati. Lavori ai quali, malgrado i tanti “lati negativi”, non di rado si dedicano, con meticoloso scrupolo, persone che, pur essendo state abitualmente ben pagate, ad un certo punto della loro vita si stufano di fare “lavori del cavolo”. Cioè, lavori che, per come li intende Graeber, sono spesso dannosi[1] o senza senso e che, in concreto, hanno a che fare con le consulenze aziendali e/o fiscali, oppure con le attività di brokeraggio o di marketing. Alcune sequenze del film e, soprattutto, lo stile ordinato e sobriamente aristocratico del personaggio (interessato alle buone letture, alla fotografia, ai giri in bicicletta e alla buona musica rock ecc.), sembrano includere Hirayama tra quest’ultimo tipo di persone con alle spalle un passato di “stimato borghese infelice” e un presente da colletto blu tanto pieno di dignità e significato quanto generalmente poco riconosciuto dai propri simili. Nella vita di Hirayama, però, c’è molto di più dell’affermazione della dignità del lavoro, di qualsiasi lavoro che sia “basilarmente” utile agli altri. C’è la gentilezza, il rispetto, la buona educazione e la capacità di cogliere “il meraviglioso” dove altri non vede assolutamente nulla. C’è, infine, qualcosa che lo avvicina fortemente a un tipo di esistenza che credo si stia facendo sempre più strada in tutto l’occidente. Qualcosa che, penso, almeno in parte spiega il grande successo di pubblico e di critica che la pellicola ha incontrato. In uno dei suoi rari dialoghi Hirayama confessa alla nipote di vivere in un modo tutto suo, diverso dai molteplici altri mondi nei quali vivono i “comuni mortali”. In altri termini, Hirayama è una persona gentile, persino premurosa, ma non veramente legata a nessuno di cui si possa dire: “questi è il suo prossimo”. Come direbbe Louis Dumont[2] e come attesta il suo “persin comico passatismo”, è una specie di “individuo fuori dal mondo” ordinario. Un “monaco buddhista laico” – tanto compassionevole quanto “disinteressato” alla “società veloce e innovativa” che lo circonda – che ha saputo (cosa nella quale ben pochi sono quelli che, alla fine, hanno successo) dare forma, tramite la sua quotidiana, imperturbabile routine, ad una sua personale enclave, ad una sorta di disciplina di salvezza tanto affascinante quanto esclusiva.

Premiata a Cannes, quest’ultima opera di Wim Wenders rappresenta certo il suo capolavoro sotto molti punti vista tra i quali, credo, spicca la capacità di attribuire alla macchina da presa, alle inquadrature, urbane e non, e alla colonna sonora un linguaggio proprio talmente chiaro e profondo da rendere praticamente inutili le parole vere e proprie. Con attore protagonista Kôji Yakusho, genere drammatico, Giappone – Germania 2023, durata 123 minuti, il film è appena uscito nelle sale cinematografiche.


[1] Dannosi se considerati dal punto di vista dell’interesse collettivo

[2] Louis Dumont, la civiltà indiana e noi, Adelphi 1986

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2 commenti

  1. Molto interessante. Tra le varie cose a cui mi ha fatto ripensare, c’è sicuramente il mio breve lavoro in una certa segreteria, sicuramente un lavoro del cavolo, di cui però i miei colleghi di mostravano orgogliosi.

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  2. Author

    Diversi autori propongono di distinguere la sviluppo dalla crescita, altri, autorevoli studiosi, criticano apertamente il PIL come indicatore di benessere economico e sociale di un paese indicando l’opportunità di sostituirlo con il BIL (indice di benessere Lordo). Ho la sensazione, però, che questo confronto si svolga ancora all’interno di circoli o movimenti troppo ristretti. Come se nulla stesse accadendo, pertanto, la “gente normale” e i mass media proseguono imperterriti a considerare il PIL come un TOTEM (e a dire il vero non si sbagliano poichè di vero TOTEM della società dei consumi si tratta). In questo senso la provocazione di Graeber mi sembra molto stimolante e meriterebbe, certo, più attenzione e un maggiore approfondimento.

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