Bruno Perazzolo

Un film sul perdono che, sia pure indirettamente, può dare un’idea molto concreta delle atrocità compiute dal regime iraniano contro il suo popolo che, anche in questi giorni e, grossomodo, per gli stessi motivi, trova il coraggio di protestare e scendere per strada.

Vahid è un meccanico. Un giorno si presenta alla sua officina un tizio rimasto per strada per via di  un guasto alla sua automobile. Vahid rimane sbalordito, quasi non crede a ciò che vede. Si tratta proprio del suo aguzzino, dell’agente dei servizi segreti dal quale – in carcere per aver protestato contro il regime degli ayatollah a causa delle dure condizioni economiche cui è sottoposta la popolazione – Vahid ha subito pesanti sevizie che ne hanno compromesso la salute per il resto dei suoi giorni. Inizia da qui, con un ribaltamento dei ruoli, una specie di ossessiva avventura. Una sorta di viaggio a ritroso. Un viaggio nel corso nel quale Vahid – dopo aver ridotto il suo torturatore a suo prigioniero e dopo aver coinvolto nella sua tormentata ricerca della verità, una serie di altre persone, vittime come lui della brutalità del regime – viene progressivamente assalito dal dubbio.

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“C’è un odio di sé dell’Occidente che è strano e che può essere considerato solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì, in maniera lodevole, di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più sé stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro”

Joseph Ratzinger, 2004

Con quest’anno PensarBene compie 4 anni circa e chiude la sua “prima fase di vita”. Abbiamo dedicato questo tempo a conservare uno spazio aperto di dialogo e confronto, a mantenere “una vigile amicizia riflessiva”, in un contesto di “cambiamento d’epoca” particolarmente difficile per l’intero Occidente. In questi anni ci siamo sforzati di guardare in faccia “la patologia” che opprime le nostre società e siamo arrivati alla conclusione che il problema sta “nell’anima”.Continua

Bruno Perazzolo

Ci sono articoli che ti toccano in profondità e ti obbligano a riflettere. Questo, di Dario Nicoli, è uno di quegli articoli. Il giorno successivo alla lettura di “Papa Leone XIV e la speranza credibile”, come in genere mi succede, mi è venuto in mente il mito della Torre di Babele. Dovremmo dedicare più attenzione ai miti. Essi contengono metafore potenti e una saggezza capace di attraversare ogni epoca restando sempre, perfettamente, eguale a sé stessa. La prova? Il mito della Torre di Babele si trova nell’Antico Testamento e, precisamente, nel libro della Genesi, capitolo 11, versetti 1-9 della Bibbia risalente al VI – V sec. a.C. Però, malgrado la sua veneranda età, descrive alla perfezione la nostra epoca e la nostra attuale condizione. Quella dell’Occidente moderno rappresenta, infatti, il “tipo ideale” di una cultura che, nella sua versione egemone, ovvero nella sua versione liberale, si è consegnata integralmente all’impresa ingegneristica di costruire una società senza Dio.

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Dario Nicoli

Quel pomeriggio del 15 maggio, in un istituto comprensivo statale della periferia di Milano era in corso il collegio dei docenti. Qualcuno ha detto “è una fumata bianca!”. Immediatamente tutti i partecipanti si sono alzati in piedi, in silenzio. Un gesto sorprendente, innanzitutto per il dirigente che non sapeva come gestirlo, trovandosi di fronte ad un evento estraneo ai suoi compiti.

Quel gesto, simile a tanti altri accaduti in quel momento, è un segno di riconoscimento per una persona in grado di riempire il vuoto lasciato dalla morte di Papa Francesco, una figura che ha saputo entrare nel cuore di molti. Un gesto, però, accaduto pubblicamente, pur in assenza di parole e segni appropriati ad un evento di natura religiosa che, per convenzione, avrebbe dovuto essere riservato ai soli credenti.

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Dario Nicoli

Con un po’ di approssimazione, possiamo riassumere il messaggio di Michael Sandel nelle seguenti due affermazioni:

L’idea di giustizia diffusa nel nostro tempo, e condivisa sia dalle famiglie politiche più tradizionali, ovvero i conservatori ed i riformisti, sia dai più recenti populisti di destra o di sinistra, è quella del liberalismo, un’ideologia che enfatizza la dimensione economica e concepisce la libertà come possibilità del singolo individuo di accedere ai beni materiali e simbolici concepiti come “merce” di cui ognuno ha pieno diritto al fine di ottenere la propria autorealizzazione;

la lotta per l’affermazione di sé tramite la massimizzazione di merci e di riconoscimenti diffonde un modo di vita proprio di individui in perenne agitazione e perciò condannati allo stress ed alla scontentezza, corrompe la società divenuta mercato a discapito delle forme tradizionali di vita comune, infine amplia lo spazio di intervento dello Stato che invade i mondi di vita in precedenza autoregolati in modo comunitario: le relazioni interumane, la famiglia il territorio, e soprattutto il ciclo dell’esistenza: nascita, crescita, malattia, morte.   Continua

Benedetta Nicoli

Tempo fa mi è capitato di intervistare degli scienziati, fisici e biologi, e di chiedere loro se avessero mai vissuto un’esperienza spirituale. Qualcuno di voi resterà forse sorpreso nell’apprendere che non solo diversi dei miei interlocutori hanno risposto di sì – e non senza un certo trasporto, ma hanno anche raccontato di come spesso sia stata proprio la scienza a incoraggiare in loro questo tipo di esperienze. Per esempio, mostrando la connessione tra tutti gli esseri viventi, l’armonia complessiva del cosmo, le “forze all’opera” nell’universo, il “mistero della vita”, per citare alcune espressioni degli intervistati. Questi particolari incontri con la realtà suscitavano in questi scienziati meraviglia, stupore, talvolta anche inquietudine, miste a un senso di appartenenza a qualcosa di più grande, e questi sentimenti andavano a costituire quel nucleo più profondo che rendeva non solo la loro professione, ma anche la loro vita piena di significato.
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Bruno Perazzolo

Mahin è vedova da trent’anni.  Vive a Teheran. La sua vita si sta chiudendo. Figli e nipoti vivono lontano, all’estero. Li sente, per telefono, impegnati in mille cose che lasciano poco spazio alla conversazione. Anche le sue frequentazioni fuori casa si sono ridotte a fare la spesa o poco più. Il giro di amiche con le quali, in passato, condivideva serenamente molto del suo tempo da pensionata, oramai, per vari motivi, riesce a ritrovarsi solo una volta l’anno, in occasione di un pranzo che, a malapena, per qualche ora, riesce a colmare l’amarezza di tanti mesi di separazione. Mahin, però, non è disperata, non intende rinunciare a ciò che di meglio la vita può riservare all’uomo. Mahin ha una grande idea: celebrare una festa con tutto ciò che la festa comporta
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Dario Nicoli

Ho iniziato la lettura dell’Enciclica Dilexit nos (Ci ha amati) di Papa Francesco nella speranza di poter capire meglio il suo pontificato, che fin qui mi è sembrato piuttosto ondivago, e mi sono trovato davanti ad un testo che non solo ha pienamente soddisfatto quell’aspettativa, ma che contiene due altre qualità sorprendenti: è una sorta di manifesto per il risveglio della Chiesa ed inoltre rappresenta la proposta a tutti, credenti e non credenti, per una rinascita del nostro mondo estenuato, spaventato e sull’orlo della disperazione.

Il punto di congiunzione dei tre significati dell’Enciclica sta nel seguente brano: «Il nucleo di ogni essere umano, il suo centro più intimo, non è il nucleo dell’anima ma dell’intera persona nella sua identità unica, che è di anima e corpo. Tutto è unificato nel cuore, sede dell’amore. Se in esso regna l’amore, la persona raggiunge la propria identità in modo pieno e luminoso, perché ogni essere umano è stato creato innanzitutto per l’amore, è fatto nelle sue fibre più profonde per amare ed essere amato».Continua

Bruno Perazzolo

Prendendo spunto dall’articolo di Dario Nicoli “Lusso per l’anima: uno slogan orrendo che rivela il conflitto tra autentico e strumentale” un’ulteriore riflessione sul rapporto tra lusso, anima e festa.

Al solito, l’articolo di Dario stimola toccando temi fondamentali. Siamo alla vigilia del Natale, è nulla risulta più opportuno di questa riflessione sul rapporto tra ciò che è autentico e ciò che è strumentale, tra ciò che è superfluo e ciò che è necessario, tra il lusso e l’anima. In particolare, l’articolo di Dario esprime molto bene, credo, un sentimento diffuso, un “indefinito disagio”, per non dire “una sorta di tradimento” che, più o meno, tutti avvertiamo “appena al di sotto della nostra coscienza”. Un disagio che, in genere, tendiamo presto a rimuovere, per non restarne paralizzati, incapaci proseguire una corsa affannosa che, in coscienza, sappiamo che non porterà da nessuna parte.
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Bruno Perazzolo

Ingrid è una scrittrice di successo che ha “consapevolmente rimosso” la morte della sua vita. Marta è stata un’importante corrispondente di guerra che, dopo “una vita spericolata”, si ritrova ad affrontare il poco tempo che le resta con una figlia, cui non ha mai dedicato molta attenzione, “sadicamente assente” .  Marta e Ingrid sono amiche che si sono quasi perse a causa delle rispettive “vite in movimento”. A tenerle potenzialmente unite resta, tuttavia, la buona carriera professionale di entrambe, la comune appartenenza al ceto medio – alto degli “operatori simbolici” (lavoratori che manipolano significati), e, soprattutto, la sincerità del loro rapporto. Ciascuna ha avuto modo di conquistare, nel corso delle proprie vicende personali, innumerevoli traguardi senza aver mai concepito una chiara finalità. Paradossalmente saranno proprio la malattia e poi la morte di Marta a cambiare radicalmente le cose.

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