Dario Nicoli

Si dice che le cose si vedono, o non si vedono, a seconda delle idee che abbiamo in testa. Questo spiega perché spesso il mondo che sta nei nostri pensieri si sostituisce ai dati di realtà: vediamo ciò che conferma la nostra visione e cancelliamo quello che la smentisce.
È questo il caso di Bauman che nel suo libro “Voglia di comunità”, ha svolto una dotta trattazione assumendo come stella fissa la definizione di Tönnies secondo cui la comunità si distingue dalla società per la “reciproca comprensione di tutti i suoi membri”. Non per un consenso o un accordo, due esiti propri della società, che si possono raggiungere solo a seguito di uno sforzo laborioso, mentre a rendere uniti i membri di una comunità è un sentimento reciprocamente vincolante, qualcosa che esiste già e che ci permette di capirci al volo.
Bauman rinforza questo concetto riprendendo l’immagine della comunità come “cerchio caldo” cui è estraneo il calcolo razionale proprio di chi dall’interazione con gli altri ricerca il proprio esclusivo vantaggio ………………..
Ma qualcosa avrebbe interrotto – sembra definitivamente – questo idillio …..Continua

Dario Nicoli

Una dipendente di un’università americana racconta ciò che le è accaduto dopo che il compagno era stato improvvisamente ricoverato: «non avendo figli o parenti nella zona, ero spaventata e sola mentre aspettavo in ospedale. All’improvviso ho visto arrivare la mia nuova supervisore. Si è seduta accanto a me, ha parlato tranquillamente e ogni tanto mi ha tenuto la mano. Quando è arrivato il medico lei ha fatto domande che io non avrei saputo fare… Non mi conosceva ancora bene, eppure ha preso tempo per starmi vicino. Quell’atto di gentilezza ha cementato il nostro rapporto come ‘famiglia’ ancora oggi». …………

Ci sono situazioni estreme, come l’esperienza nei lavori forzati in Siberia di cui parla Fëdor Dostoevskij. In Memorie da una casa di morti; nel racconto, egli descrive piccoli gesti tra detenuti: «un gesto umano, una parola detta senza scherno, bastavano talvolta a ridare a un uomo il senso di sé.» Continua

Bruno Perazzolo

Bahram è un regista di successo che desidera, sopra ogni cosa “il paradiso”, ovvero proiettare a Teheran il suo ultimo film tanto apprezzato dalla critica estera. La pellicola che Bahram vorrebbe ardentemente far vedere ai suoi concittadini iraniani non presenta contenuti particolarmente critici verso il regime degli  ayatollah. Ciò malgrado, il regista e la sua compagna, che è anche produttrice dell’opera, dovranno affrontare una specie di odissea. Un’odissea punteggiata tanto da sovrabbondanti lusinghe quanto da una serie di insidiose richieste della censura volte ad imporre, pena la mancata concessione dei permessi per la proiezione, alcune “innocenti revisioni” della sceneggiatura. Modifiche che, però, proprio in forza della loro apparente insignificanza, lasciano intravvedere come la vera posta in gioco sia ben altra e ben più pesante.Continua

Sara Parola

Leggendo lo scorso articolo-sintesi pubblicato a ottobre (Argomenti per un modo di vita più umano), mi ha attirato molto il tema della dilagante cultura che disprezza ogni senso di appartenenza (alla famiglia, al territorio…), e della conseguente perdita di dimensione comunitaria; e ho potuto notare che lì si dava la maggiore responsabilità di questo fenomeno a una ideologia meritocratica. Tuttavia, secondo me, delegare tutte le cause della separazione delle élite e dello “slegame sociale” a una ideologia meritocratica, vorrebbe dire aver ricercato questi fenomeni consapevolmente, quasi malvagiamente, e soprattutto significherebbe attribuire troppo potere al semplice fatto di “pensare di avercela fatta solo con le proprie forze”. Anche perché mi pare che a disprezzare i legami di appartenenza, non siano solo le classi elitarie – almeno oggigiorno. ……..
Vorrei portare una mia testimonianza: Quest’estate mi trovavo con un gruppo di giovani ……….Continua

Bruno Perazzolo

Un film sul perdono che, sia pure indirettamente, può dare un’idea molto concreta delle atrocità compiute dal regime iraniano contro il suo popolo che, anche in questi giorni e, grossomodo, per gli stessi motivi, trova il coraggio di protestare e scendere per strada.

Vahid è un meccanico. Un giorno si presenta alla sua officina un tizio rimasto per strada per via di  un guasto alla sua automobile. Vahid rimane sbalordito, quasi non crede a ciò che vede. Si tratta proprio del suo aguzzino, dell’agente dei servizi segreti dal quale – in carcere per aver protestato contro il regime degli ayatollah a causa delle dure condizioni economiche cui è sottoposta la popolazione – Vahid ha subito pesanti sevizie che ne hanno compromesso la salute per il resto dei suoi giorni. Inizia da qui, con un ribaltamento dei ruoli, una specie di ossessiva avventura. Una sorta di viaggio a ritroso. Un viaggio nel corso nel quale Vahid – dopo aver ridotto il suo torturatore a suo prigioniero e dopo aver coinvolto nella sua tormentata ricerca della verità, una serie di altre persone, vittime come lui della brutalità del regime – viene progressivamente assalito dal dubbio.

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Bruno Perazzolo

La vita nelle società australiane primitive passa alternativamente tra due fasi diverse. Talvolta la popolazione è dispersa in piccoli gruppi che, indipendentemente gli uni dagli altri, sono indaffarati nelle loro occupazioni. Ogni famiglia vive allora per conto proprio, cacciando, pescando, cercando, cioè, di procurarsi il nutrimento indispensabile. In questa fase prevale lo spirito laico, l’attività profana, la razionalità, l’economia, lo scambio, l’isolamento. La vita scorre tenendosi il più possibile alla larga dalle emozioni e il più possibile vicina ai propri interessi. Scorre o, meglio, “si trascina”, quasi sempre in modo ordinario, routinario, monotono e, non di rado, faticoso. In altre circostanze, al contrario, la popolazione si concentra, le famiglie e i clan della tribù si riuniscono per giorni o mesi. È in queste occasioni che hanno luogo i corrobori, le feste comunitarie più importanti caratterizzate da tutt’altro tono.
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“C’è un odio di sé dell’Occidente che è strano e che può essere considerato solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì, in maniera lodevole, di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più sé stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro”

Joseph Ratzinger, 2004

Con quest’anno PensarBene compie 4 anni circa e chiude la sua “prima fase di vita”. Abbiamo dedicato questo tempo a conservare uno spazio aperto di dialogo e confronto, a mantenere “una vigile amicizia riflessiva”, in un contesto di “cambiamento d’epoca” particolarmente difficile per l’intero Occidente. In questi anni ci siamo sforzati di guardare in faccia “la patologia” che opprime le nostre società e siamo arrivati alla conclusione che il problema sta “nell’anima”.Continua

Bruno Perazzolo

Tom Waits interpreta un padre che vive, isolato e lontano dai figli, intento a rappresentare una falsa condizione di povertà e decadenza fisica allo scopo di estorcere loro del danaro. Charlotte Rampling mette in scena una madre, scrittrice semi-autistica, tutta forma e nessuna sostanza, che viene ripagata dalle figlie pressappoco con la “stessa moneta”.  Skye (Indya Moore) e Billy (Luka Sabbat) sono fratelli gemelli che si ritrovano a Parigi per gestire quanto lasciato dai genitori improvvisamente deceduti in un incidente aereo che rappresenta il naturale epilogo di una specie di “vita spericolata e suicida”. La scenografia si sviluppa su tre paesi: Stati Uniti, Irlanda e Francia. Alcuni ambigui particolari tengono significativamente insieme le storie raccontate …Continua

Bruno Perazzolo

Jessica, neonata, è stata abbandonata dalla madre. Desidera la figlia che porta in grembo, ma non prova nulla quando, appena nata, la prende in braccio. Perla è alla ricerca di una famiglia che non ha mai avuto. Arianne, da piccola, ha subito abusi e violenze dai genitori, da chi avrebbe dovuto, per “legge di natura”, proteggerla. Idem Julie che, per giunta, ha anche alle spalle una pesante vicenda di droga. Tanti vissuti drammatici che la regia raccoglie ispirandosi all’osservazione di casi reali. Casi che accadono “là fuori”, in un universo quotidiano fatto di relazioni sempre più sfilacciate, fluide, frammentarie e impersonali. Relazioni senza “reti di protezione” per chi, per mille ragioni, può avvertirne l’urgente bisogno. Storie che, però, trovano, nella casa-famiglia e nelle persone che “queste storie e chi ne è portatore” accolgono, una specie di refrigerio …..Continua

Valerio Corradi (Docente di Sociologia del territorio, Università Cattolica di Brescia)

La globalizzazione che abbiamo conosciuto tra la fine del Novecento e l’inizio del XXI secolo, superficialmente fatta coincidere con processi come la modernizzazione, l’occidentalizzazione, l’estensione planetaria dell’economia di mercato, è entrata in una nuova fase che al momento è difficile da decifrare ma che ha ricadute importanti sul rapporto tra locale e globale.

Uno dei segnali più evidenti di questa transizione è il ritorno in gioco dei territori dopo che essi sembravano essere irrimediabilmente in crisi sotto l’influenza dei flussi e delle dinamiche planetarie. Oggi non solo i territori recuperano centralità, ma si risvegliano identità di luogo e vengono riscoperte specificità e saperi locali che sembravano ormai quasi dimenticati.

Un altro aspetto apparentemente paradossale della nuova globalizzazione è l’attenzione allo spazio dei luoghi ovvero ai contesti concreti di vita dove c’è vicinanza fisica, identità, storia, come possono essere una porzione di territorio, un quartiere, un borgo, una frazione, una località.Continua