21 dicembre 2020

Introduzione (Dario Nicoli)

Nel titolo scelto per questo incontro abbiamo voluto esprimere la volontà di andare oltre il dibattito “tecnologia sì / tecnologia no”, divenuto oramai stucchevole, la tipica contrapposizione da derby calcistico che impedisce di “pensar bene” e blocca ogni crescita, per offrire qualcosa di più di una riflessione: un momento di risonanza in sintonia con il desiderio di “insegnar bene” che sta nel cuore dei docenti, per conservare nella memoria e fare tesoro di questa preziosa esperienza che stiamo vivendo.

È in questo spirito che intendiamo indicare alcune chiavi di lettura e quelli che riteniamo i fattori di novità del tempo nuovo, come spunti per il confronto secondo lo stile di Pensarbene: lieve, non intellettuale, aperto.

PensarBene significa pensare insieme e dare valore vivo alla cultura: non come un sapere bell’è fatto, chiuso nei suoi contenitori e nelle sue pratiche didattiche convenzionali, ma come materia vivente, condivisa entro una comunità educativa, capace di cogliere il senso profondo delle esperienze, giungere insieme ad un giudizio meditato e indicare il cammino dell’opera scolastica.

L’operazione culturale svolta entro una comunità nasce da un’affezione, e richiede quelle appartenenze che forniscono agli studenti l’esempio “vivente” che l’io non è rinchiuso nei suoi confini individuali, ma è costituito dalle relazioni che ne formano la personalità. La professionalità degli insegnanti e delle altre figure impegnate nell’opera educativa non è un recinto, ma un modo originale di appartenenza e di dedizione alla comunità scolastica, al territorio ed al mondo.

Esiste un’assonanza di stile tra il nostro progetto e l’idea di scuola e di cultura emersa dalla pandemia: la scuola è se stessa quando si costituisce come comunità educativa che si confronta, impara e cresce tramite il potere generativo della cultura come capacità di cogliere il senso iscritto nel reale e di lasciarsi rinnovare da questo. È così che svolge il suo proprio compito di alto valore civico.

Le tre cose che abbiamo imparato (Bruno Perazzolo)

Sono tre i livelli dell’esperienza che stiamo vivendo:

Il primo è esplicito e sta nelle cose che abbiamo imparato, spesso nostro malgrado: nuove tecniche di insegnamento e metodologie di verifica che sarebbe uno spreco non valorizzare e, con il tempo, dimenticare del tutto. La priorità per ciascuna scuola consiste pertanto nel trovare il modo di capitalizzare e routinizzare le nuove competenze acquisite dal personale scolastico.

Un secondo livello, più implicito, sta nel RI – emergere di una visione di scuola che, soprattutto in questi ultimi anni, credo sia tornata ad essere minoritaria e/o recessiva nel senso genetico del termine: quella dell’autonomia e dell’alternanza. Che cosa ha prodotto la pandemia nelle scuole che hanno colto, nel dramma, una sfida? Hanno saputo “fare squadra” con famiglie, alunni e colleghi inventandosi nuove metodologie e acquisendo nuove tecniche. La scuola è stata “SCUOLA DI SE STESSA” nella misura in cui, confrontandosi con famiglie, istituzioni locali, ragazzi ha colto nei loro bisogni altrettanti problemi per affrontare i quali essa stessa ha dovuto imparare, acquisendo nuove competenze. Come possiamo fare in modo che questa idea, che allontana l’istituzione scolastica dalla tradizionale visione centralista e lineare, possa ricondurre il nostro sistema formativo a confrontarsi seriamente con modelli organizzativi piatti e circolari capaci di risposte maggiormente rapide e flessibili all’interno di contesti socio – economici destinati a diventare sempre più mutevoli ed incerti?

Il terzo livello è ancora più profondo. Riguarda la missione educativa della scuola. Una scuola più autonoma e legata al territorio rimanda ad un sistema decisionale maggiormente diffuso e responsabilizzante che – offrendo maggiori opportunità di suscitare forme partecipative e di cittadinanza attiva locali – rappresenta una risorsa preziosa nell’attuale contesto di profonda crisi dei valori democratici.

E’ proprio da questa consapevolezza che PensarBene trae la propria ragion d’essere e il proprio stile cogliendo nella crisi della cittadinanza una sfida culturale da affrontare insieme, come popolo, allargando il più possibile gli spazi di formazione autentica della persona. Spazi che ora sembrerebbero sempre più riservati da un lato ad una ristretta élite accademica e dall’altro alla chiacchiera ingombrante e generalmente vacua dei social.

Guardar bene e coltivare il desiderio (Paolo Ravazzano)

Partiamo da una premessa: è vero che oggi, forse soprattutto tra gli insegnanti, si parla di scuola, ma è come se l’essenziale restasse taciuto, inesprimibile.

Lo stato d’animo emergente tra noi negli ultimi mesi si esprime tramite disagio, impotenza, rabbia ed anche autocensura. Due sono le conseguenze di tutto questo: la cronicizzazione del lamento, una chiacchiera infinita che “dà lo stucco” al problema e la nostalgia per la buona vecchia scuola del passato prossimo che però, se ce ricordiamo bene, non era certo così bella come nel sogno di oggi.

Cosa fare? o meglio: cosa guardare? momenti di scuole e momenti di docenti che invece di arrancare nel tentativo di resistere cercano di esistere come istituzioni e persone che vivono proattivamente, sperando e progettando. Guardando bene, emerge un positivo in atto; ma se evitiamo di guardarlo, la nostra vocazione di insegnanti diventa autodistruttiva, si sterilizza.

Il nostro proposito non consiste nella ricostruzione di un’ideologia o in un messaggio di generica moderazione, ma rappresenta un tentativo volto a comprendere la scuola e il nostro tempo guardando i fatti e cogliendone i motivi di speranza. Questo, detto in una sola parola, si chiama pensare, cioè non urlare un proprio punto di vista particolare, non ripetere solo formule, non appiattirsi sulla richiesta di ricette pratiche per poi tornare a rinchiuderci nel nostro doloroso ma ineluttabile isolamento.

Pensare rappresenta una sfida quotidiana contro la polverizzazione, la polarizzazione e la disumanizzazione. Per pensare bene occorre uno sguardo buono che è anche uno sguardo giusto: non cieco verso il male, ma neppure verso il bene.

Pensare significa pensare insieme (logos come dia-logos), tornare a parlarci in modo personale e non solo settoriale per riconoscerci come persone e non come momenti di un processo.

Ciò che dobbiamo coltivare non è il sogno, ma il desiderio. Mentre il primo consiste in un’evasione dalla realtà, il desiderio ci muove nel ritrovare il senso dell’essere diventati insegnanti.

Una delle Leggi di Murphy recita così: “se ci troviamo in una buca, la prima cosa da fare è smettere di scavare”. È una condizione che ci permette di riconoscere la dimensione della generatività che stavamo perdendo già prima della pandemia, e che quest’ultima ha reso più urgente, a condizione che sappiamo guardar bene.

Siamo parte di un’unità (Daniela Mario)

Pur rimpiangendo la scuola di prima (anche se non tutto era buono), non potremo farvi ritorno tout court perché un’esperienza così tragica quanto impensabile non ci permette di continuare ad ignorare le debolezze del sistema-scuola come invece facevamo perlopiù prima. Ma l’esperienza ci migliora proprio perché ci ha fatto provare la mancanza, facendone comprendere l’importanza.

Abbiamo capito, per esempio, quanto sia importante privilegiare e coltivare in primis la relazione con gli allievi, in presenza come a distanza, e non tanto per un bisogno affettivo-emozionale, quanto perché la natura umana è intersoggettiva, ovvero per esprimersi e riconoscersi ha bisogno dell’altro; ed è proprio perché funzioniamo in termini di intercorporeità che siamo tutti “interconnessi”, già a livello di reti neurali, e  non solo attraverso la rete di internet. Se non risuoniamo, non ci comprenderemo: non tenerne conto porta alla disumanizzazione. La consapevolezza di una tale interconnessione “naturale”, questo percepirsi parte di un’unità d’insieme risonante, porta con sé il rispetto e la fiducia reciproca, ingredienti base per smuovere la motivazione ad apprendere e ad insegnare, oltre che a renderci più resilienti.

Come ha affermato Kojève, la natura umana è desiderio di riconoscimento: essa implica il bisogno incessante di essere riconosciuto nella propria dignità, e ciò vale innanzitutto per gli alunni.

Altri aspetti che non possiamo più trascurare, anche in vista di una didattica integrata: l’essenzialità di obiettivi e contenuti, in presenza come a distanza; l’uso formativo degli strumenti digitali, che offrono grandi potenzialità se impariamo a conoscerli e ad usarli insieme ai nostri allievi; l’uso formativo della valutazione, che equivale a raccontare allo studente una storia positiva del percorso intrapreso; insegnare per problemi, o per compiti di realtà, diversi per gruppo, per mettere al centro l’allievo, affinché partecipi alla costruzione del proprio sapere e ne colga un “senso per sé”, sia in presenza che a distanza.

Una tecnologia trasparente per studenti protagonisti (Laura Cesaro)

Uno degli argomenti più dibattuti di questo periodo riguarda l’impossibilità di costruire una relazione a distanza. Ma è proprio vero che il digitale è freddo e impedisce la relazione?

Una relazione ha bisogno di tempo, cura, attenzione, reciprocità, rispetto e stima, interazione. Alcuni di questi elementi valgono a prescindere dal mezzo attraverso cui comunichiamo, ad altri il digitale offre occasioni e opportunità che ampliano le modalità di interazione a cui siamo abituati. Più semplicemente possiamo dire che la rende diversa: opportunità di espressione attraverso canali diversi, spazi e tempi ampliati e diversificati, valorizzazione dei talenti sono alcune delle caratteristiche di una didattica aumentata dal digitale.

In quest’ottica la tecnologia non va vista come disciplina a sé stante, ma come un mezzo il più possibile trasparente che aiuta i docenti a rendere gli studenti protagonisti del loro percorso di apprendimento, abituandoli ad un atteggiamento di ricerca, di confronto, di verifica dei fatti e delle fonti.

Collaborare a progetti pensati in chiave interdisciplinare, risolvere problemi sfidanti e visti come utili, incornicia di significato l’esperienza integrando scuola e vita, spingendo i ragazzi ad un continuo processo di miglioramento che favorisce la consapevolezza e l’autonomia.

Usare la tecnologia a scuola chiede ai docenti di avere un atteggiamento di curiosa scoperta sulle potenzialità che offre a tutti e a ciascuno, aiuta ad avere uno sguardo nuovo sui ragazzi e sul loro mondo, esige di esercitare quella fiducia che sola può tirar fuori il meglio di ognuno per ritrovare quella passione per il compito educativo che non può mancare nel nostro lavoro.

La politica dell’autonomia (Dario Nicoli)

L’emergenza ha rivelato una ricchezza di capacità delle scuole che in precedenza non venivano riconosciute appieno; nei periodi liminali i soggetti che hanno una presa diretta sulla realtà in quanto erogatori di servizi “sensibili” o “etici”, possiedono un sovrappiù di intelligenza che rende loro chiari i bisogni, ne sollecita la messa in gioco efficace delle risorse e ne favorisce una visione culturale più attuale.

È la realtà stessa, e non un’astrazione, che rende attuale, e indispensabile, quella scuola dell’autonomia che è stata sancita nel 1999 ma che ha visto progressivamente crescere una reazione contraria evidenziata dall’aumento progressivo della stratificazione delle norme che hanno reso sempre meno fluida la dinamica “naturale” delle scuole.

Il tempo nuovo non riguarda solo la dimensione interna dell’azione educativa, ma richiede anche una svolta della politica scolastica improntata al principio dell’autonomia e dell’essenzialità.

Occorre mettere mano ad una legge quadro che indichi la missione delle scuole, il modello dei servizi ed i criteri di qualità (attrazione dell’utenza, apprendimenti, successo ex post degli alunni, reputazione), i vincoli (pochi ed essenziali) e le risorse, oltre al processo di miglioramento compartecipato e progressivo, interrompendo quella pratica della “riforma” interrotta, rigidamente top-down, che fa dell’Italia un caso unico tra i Paesi avanzati.

È quindi necessario un modo di perseguire l’innovazione ancorato alla capacità delle scuole di svolgere una vera ricerca-azione, sostenuta dalla disponibilità non su interventi parziali, ma su piani unitari e pluriennali di miglioramento, sottoposti ad un monitoraggio attento da parte di équipe di persone competenti.

Autonomia o avvenimento educativo?

Il dibattito, molto ricco, può essere rappresentato dalla tensione positiva che qualifica la scuola del tempo nuovo, quella tra l’autonomia e la vivezza dell’avvenimento educativo.

L’autonomia, in un tempo di cambiamento che non può essere governato fino in fondo, richiede un deciso protagonismo delle scuole e degli insegnanti, portatori di una più forte coscienza di sé, dell’essere parte di una sfida che non può essere affrontata da soli. Sicuramente serve una governance leggera e insieme salda, con poche regole, snelle ed efficaci. Fa parte di questo aspetto il tema del rinnovamento o superamento degli organi collegiali, oltre alla essenzializzazione del curricolo ed al rinnovamento del contratto, centrato ancora su una visione superata della professionalità docente.

L’autonomia non è sovranismo né indipendentismo, ma riscoperta del carattere relazionale delle scuole. Non “più scuole meno stato”, ma “più scuole e più stato”. Infatti, l’attuale governance è debole, si vive in una condizione di marasma normativo ed organizzativo, mentre il personale è preda della paura.

Quello della scuola è un mestiere fatto di connessioni, ma la rete entro cui opera risulta oggi piuttosto sfilacciata. Occorre porre mano ad un rammendo di questi legami ed anche ad un aumento del numero di insegnanti che si fanno carico di ciò al fine di fornire agli allievi una bussola che li orienti nel proprio percorso.

Un’idea interessante viene dalla proposta di papa Francesco di un Patto educativo globale per costruire nuovi paradigmi capaci di rispondere alle sfide e alle emergenze del mondo contemporaneo, dove l’educazione diviene “il naturale antidoto alla cultura individualistica, che a volte degenera in vero e proprio culto dell’io e nel primato dell’indifferenza”. Il Patto mira a costruire un futuro non di divisione, di impoverimento delle facoltà di pensiero e d’immaginazione, ma di ascolto, di dialogo e di mutua comprensione.

Serve un cambiamento culturale fondato su una visione di insieme del compito della scuola; servono risorse e strumenti più pratici anche sul piano amministrativo, che consentano di porre veramente lo studente al centro dell’opera comune.

Questo cambiamento trae linfa dalla vivezza delle relazioni educative e dalla capacità di cogliere il senso dell’opera della scuola. Occorrono risorse ed un’organizzazione che favoriscano l’innovazione nel suo momento primario, ovvero quello che accade dentro di noi quando diamo fiducia ai ragazzi e condividiamo con loro un sapere vivo, risonante. Lo slancio “liberato” dalla crisi va indirizzato primariamente verso lo scopo della scuola: dare valore a quello che i ragazzi sanno fare e sanno essere, quando vengono sollecitati da un’esperienza gioiosa, aperta, buona, svolta in comune. È a partire da questo momento fondativo che gli insegnanti possono riconoscersi, riprendere motivazione, abbandonare chiusure e paure per assumere una disposizione generativa.

È partendo da qui che continueremo il confronto qui sul sito www.pensarbene.it e nel prossimo appuntamento.  

Loading spinner

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.