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Dario Eugenio Nicoli

L’Odissea fa parte delle opere classiche, quelle che non propongono solo una storia, ma hanno un potere rivelativo che costringe ogni epoca e a esplicitare quale idea abbia dell’uomo, del bene, della libertà e della verità.

Il confronto tra l’Odissea di Christopher Nolan (2026) e quella The Return di Uberto Pasolini (2024) è estremamente significativo. Ogni film è sempre un adattamento, a condizione che conservi il nucleo dell’opera, con buona pace dei filologi sempre in lite sull’autenticità storica dei due capolavori di Omero; ciò che emerge in queste due versioni è però il contrasto tra due antropologie, segno del tormento che ci attraversa nel tempo che stiamo vivendo. 

Nolan dedica meno spazio alla narrazione ed accentua gli aspetti traumatici della guerra, secondo la sensibilità contemporanea e la sua comprovata capacità del produrre opere “popolari”, facoltà confermata anche questa volta dal successo di pubblico. Ma egli, come è stato detto da un critico, “lascia in gran parte che Omero sia Omero” non modificando l’architettura morale del poema, al cui centro vi è l’idea del male e della giustizia. Nel film, infatti, ritroviamo la fedeltà di Penelope, la differenza tra l’usurpazione dei Proci compreso il progetto di assassinare l’erede Telemaco, e il diritto alla vendetta finale del legittimo re che rimette in ordine l’universo. Infine ripropone il limite alla violenza imposto dall’intervento di Atena. La chiave di volta è quella del testo omerico: il male è l’esito di una scelta volontaria degli usurpatori, non è relativizzato dall’analisi psicologica dei protagonisti: è la loro sete di potere che li conduce alla rovina. A contrastare il male troviamo persone accomunate dalla fedeltà e dall’integrità. Il personaggio di Ulisse non è idealizzato: egli si appella alla xenia, la legge dell’ospitalità della Grecia antica, ma la contraddice con l’inganno del cavallo. Non è un eroe perfetto neppure nell’evento centrale del ritorno ad Itaca, in quanto utilizza l’astuzia e la menzogna per portare a termine la sua missione di ricostruire la giustizia.

Il film di Uberto Pasolini, invece, non si limita ad un adattamento del testo, ma compie una scelta radicale: eliminare quasi completamente il soprannaturale, una componente fondamentale del testo originale. Qui invece non ci sono gli dèi e nemmeno i mostri; in poche parole, Pasolini ha cancellato il cosmo omerico producendo una mutilazione che modifica radicalmente il senso dell’epopea. Egli ha dichiarato di aver voluto raccontare soltanto gli esseri umani, la loro psicologia e la difficoltà – o meglio il tormento – di essere uomini, totalmente responsabili delle proprie azioni senza alcuna influenza da parte del mondo degli dèi. Ne deriva un racconto cupo, un’Odissea completamente diversa nella quale il ritorno non avviene entro un ordine cosmico fondato su una morale dove il bene sconfigge il male. Nel suo film Ulisse è rappresentato come un reduce del Novecento, devastato dall’orrore delle grandi guerre, consapevole di aver partecipato ad una distruzione di massa, il cui cielo è gravato dal peso di una violenza senza limiti. A differenza dell’Ulisse di Omero che si pone la domanda “Come si ristabilisce la giustizia?”, questo reduce annientato fino nel profondo dell’anima è ossessionato da un’altra domanda: “È ancora possibile vivere dopo tutto ciò che abbiamo fatto?”. Una domanda terribilmente moderna.

Tra i due film, balza agli occhi una differenza antropologica decisiva. Se l’Odisseo di Omero, pur essendo segnato dalla sofferenza, avverte su di sé una responsabilità morale di ricostruzione della condizione di giustizia, nel film di Pasolini, invece, tutto ciò che accade è immerso in un trauma: il cosmo non è proiettato verso un ordine morale, ma rimane soffocato dal male, annichilito entro l’orrore di una ferita esistenziale. Non è più l’esito di una colpa che impone la mobilitazione dei custodi del bene; siamo di fronte ad una sostituzione del linguaggio morale con quello psicologico, immerso in una cultura che conosce bene il dolore sotto tutte le sue sfaccettature, ma non comprende affatto il giudizio e la responsabilità, ed inoltre non spera in una vera pace.

La differenza si fa qui più profonda: tutta l’Odissea si svolge entro una certezza: esiste una verità dell’uomo. Ulisse si smarrisce, sbaglia, agisce in ritardo, ma finalmente si pone in conformità al suo destino, iscritto non solo nella sua vicenda personale, ma nella civiltà cui appartiene. Il mondo è pieno di realtà sacre: la casa, la moglie, la terra, la fedeltà. Il ritorno narrato da Nolan è vero, è un movimento verso uno scopo riparativo. Nel film di Pasolini, invece, la verità appare decisamente fragile: è un’esperienza interiore scossa dai continui cambi d’umore che segnalano un io tormentato ed in cerca di una difficile ricostruzione di sé. Lo spazio pubblico è solo la scena teatrale nella quale si svolge un dramma individuale: non è segnato da una fedeltà a dei valori fondamentali, ma da tante piccole storie che trovano senso esclusivamente per chi le vive. La cultura del destino lascia il posto ad una cultura delle piccole identità dei singoli. 

Il nucleo di fedeltà al testo omerico dell’opera di Nolan sta in un cosmo ordinato da alcune verità fondamentali che richiede gesti comuni di bene: l’essere umano è libero, più grande die suoi mutevoli stati d’animo. L’uomo contemporaneo rappresentato da Pasolini, invece, ha abbandonato il problema del giudizio circa il bene ed il male e del compito che ne consegue: egli cerca semplicemente di sopravvivere cercando momenti di equilibrio interiore, per non essere travolto dall’orrore. Il film di Pasolini si allontana radicalmente dal testo originario, incarcerato com’è dal dramma spirituale dell’Occidente contemporaneo: se non esista più un ordine condiviso, la vita è solo il racconto di tante persone ferite che cercano, senza una vera speranza, un significato. L’essere umano è tormentato da un dubbio cosmico ed insieme esistenziale. È qui la forza del suo film, ma è anche il suo grave limite: l’impossibilità di comprendere l’Odissea, là dove ci ricorda che la libertà non consiste nell’inventare continuamente il bene e il male, bensì nel riconoscerli e nell’aderire al proprio compito. La verità è legata alla libertà: le azioni umane costruiscono o distruggono la casa comune, la fedeltà e la giustizia sono le luci di una vera ricostruzione. La pace non è l’esito di un sit in senza responsabilità, senza crederci davvero. Se il primo tempo, l’agire per il male, mira alla dissoluzione dei legami che rendono possibile una vita umana, ad esso segue il secondo tempo della riparazione, e solo questa può concludere con una vera riconciliazione tra le parti.

1 commento

  1. Author

    Non ho visto i due film, cosa che farò certamente, però questa introduzione di Dario mi sembra già, per conto suo, un buon argomento di riflessione per il nostro percorso in PensarBene. La sua lettura, al netto della legittimità di reinterpretare un’opera classica in maniera completamente avulsa dal suo originale significato, credo illustri, tramite la differenza tra le due pellicole, una fondamentale sconnessione tra la nostra civiltà e quella greca. Mentre i greci, dopo aver lungamente ragionato sul nulla (il famoso “panta rei” di Eraclio) “scelsero” di starne alla larga, la nostra civiltà tardo-moderna e postmoderna (decadentismo, superomismo, esistenzialismo) ha “scelto” di abbracciarlo il nulla sino a farlo diventare parte di sè.

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