
Foto di Stefan Schweihofer da Pixabay
La vita, nelle società australiane primitive, passa alternativamente tra due fasi diverse. Talvolta la popolazione è dispersa in piccoli gruppi che, indipendentemente gli uni dagli altri, sono indaffarati nelle loro occupazioni. Ogni famiglia vive allora per conto proprio, cacciando, pescando, cercando, cioè, di procurarsi il nutrimento indispensabile. In questa fase prevale lo spirito laico, l’attività profana, la razionalità, l’economia, lo scambio, l’isolamento. La vita scorre tenendosi il più possibile alla larga dalle grandi emozioni e il più possibile vicina ai propri interessi. Scorre o, meglio, “si trascina”, quasi sempre in modo ordinario, routinario, monotono e, non di rado, faticoso. In altre circostanze, al contrario, la popolazione si concentra, le famiglie e i clan della tribù si riuniscono per giorni o mesi. È in queste occasioni che hanno luogo i corrobori, le feste comunitarie più importanti caratterizzate da tutt’altro tono. Prevale, nella festa, uno stato diffuso di eccitazione, la dimensione simbolica su quella tecnica, la decorazione del corpo e degli ambienti abitati, il teatro, la maschera, la musica, la danza e l’abbondanza di cibo e bevande. Prevale, in una parola, il rito collettivo: il sacro. Quella percezione profonda che, più o meno, ogni uomo prova quando partecipa ad una autentica festa. La percezione di essere portato al di sopra della propria realtà quotidiana, al di sopra delle proprie possibilità, al di là della propria finitezza e mortalità. Di essere portato fuori di sé per divenire parte di qualcosa di più grande. Qualcosa, il Bene Comune maggiore, che ha dell’incantevole e del meraviglioso. Che sa di divino e che radica l’identità di una popolo a partire dalle più piccole comunità che lo costituiscono.
Questo mio testo è ispirato al libro “Le forme elementari della vita religiosa”, Emile Durkheim (1858 – 1917), padre fondatore della sociologia moderna.
Le società australiane primitive risalgono a circa 60.000 anni fa. Durkheim ne scrive nel 1912. Il bell’articolo, semplice e profondo, “l’importanza delle feste di paese” è, invece, stato scritto da Alessandro, Daniele e Marco (i capi della festa di Sant’Antonio Abate celebrata ogni anno a Bedero Valcuvia, un piccolo paesino montano di 600 – 800 anime) l’”altro ieri”, il 23 gennaio 2026, in occasione della tradizionale cerimonia religiosa dedicata al Santo[1]. Tutto ciò a dimostrazione che le epoche cambiano, ma l’anima dell’uomo resta la stessa a dispetto di certo “modernismo” che, pensando di mettere in soffitta la tradizione e la dimensione collettiva dell’agire umano – come se tutto dipendesse esclusivamente da noi stessi, come se tutto fosse assoggettabile al nostro “soggettivo volere” – ha prodotto unicamente individui solitari, immiseriti persino dalla loro stessa opulenza.
[1] L’importanza delle feste di paese, Alessandro, Daniele e Marco – i capi della festa di Bedero Valcuvia 23 gennaio ‘26