Dario Nicoli

«Hai sentito cos’è successo a Trescore?» «No, che cosa?» «Un ragazzo di terza media ha accoltellato la sua professoressa di francese che ora è ricoverata al Papa Giovanni. È grave. Non si sa il motivo che l’ha spinto a compiere questo gesto».

Subito mi vengono alla mente altri casi di violenza, ma erano lontani. Ora il senso di sgomento è ingigantito dalla vicinanza del luogo in cui questa tragedia è accaduta. Una scuola normale che conosco, entro un paese normale di provincia come quello in cui abito, come ce ne sono tanti. Non riesco proprio ad immaginarlo: provo sgomento e dolore.

Cerco di informarmi, perché dev’esserci per forza qualcosa che ha scatenato questa tragedia: forse è un ragazzo con problemi, forse c’è sotto qualcosa di torbido, forse è uno straniero come gli egiziani dell’istituto di Sesto San Giovanni, forse… Niente di tutto questo: lo studente è un tredicenne bergamasco senza alcun precedente di disagio psichico o di violenza, una persona normale, magari un po’ timida (ma chi non lo è a quell’età?) che vive con la mamma perché i genitori sono separati (ma quanti altri ce ne sono nella stessa condizione?). Non andava male a scuola. 

Ma perché ha aggredito proprio la professoressa di francese? I giornali dicono che pochi giorni fa aveva preso un brutto voto (ma chi non ne ha?).

Dicono che è arrivato a scuola con pantaloni della tuta mimetica, con una maglietta in cui aveva scritto “vendetta”, aveva il cellulare appeso al collo per riprendere la scena.

Si scopre che ha lasciato uno scritto in inglese con un titolo raggelante “La soluzione finale”, lo stesso che i nazisti hanno usato per compiere la Shoah. Nel leggere il testo lo sgomento si trasforma in orrore: «Ucciderò la mia insegnante di francese, le piace umiliarmi […] anche quando sono chiaramente la vittima».». Butta lì la frase raggelante «non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre». Descrive così lo stato d’animo che l’ha portato alla terribile decisione: «non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità». Non gli piace stare con i compagni, li trova stupidi, copie di un progetto noioso. Sente un vuoto e vuole riempirlo con un gesto “libero”: “Devi dare un senso alla tua vita e il senso della mia vita è assecondare tutte le mie fantasie, ignorando gli altri e provando il brivido di infrangere le regole, che è il piacere più grande della mia vita».  

È freddo, consapevole di non poter essere perseguito dalla legge perché ha meno di quattordici anni. La sua è una decisione maturata da tempo, alimentata da episodi che, come il pugno recentemente preso da un ragazzino, dimostrano «quanto la scuola stia fallendo».

Noi adulti cerchiamo aiuto nei ragionamenti: la noia e il vittimismo sembrano presi dal linguaggio dei social, la scena pare copiata da un gioco dell’orrore, la solitudine esistenziale come terreno di coltura di una visione delirante del mondo… e molto altro che sicuramente aggiungeranno gli esperti.  

Ma sappiamo bene che sono tentativi per trovare spiegazioni, magari cause, fatti per attenuare l’orrore. Ma è una strada senza uscita, che porta solo al nulla.

Gli studenti di un professore di filosofia appena scomparso, dicono che “non accettava il vuoto di senso”, e cercava in ogni cosa un significato ulteriore, autenticamente umano.

Ma cosa c’è di umano in questo evento?

C’è un’immensa pietà per tutte le persone coinvolte, noi compresi, ferite dal contrasto tra normalità e atrocità del gesto. E c’è la preghiera. Per la professoressa, la mamma ed il papà perché siano protetti dal senso di colpa autodistruttivo, per i compagni perché si sostengano a vicenda nel trovare parole e gesti di vicinanza a questo ragazzo infelice. Per lui stesso, perché quando capirà ciò che ha fatto, trovi quell’aiuto che lo preservi dal sentirsi un mostro e possa trovare sostegno nel fare qualcosa di bene per gli altri. Provando non il brivido, ma la gioia di essere normalmente umano.

Siamo umani se proviamo pietà, se sappiamo pregare.

1 commento

  1. Author

    Caro Dario il tuo articolo, oltre a descrivere molto bene quanto è accaduto e il ” contesto motivazionale / emozionale” che ha spinto ragazzo ad un gesto così grave, credo esprima, soprattutto nell’ultima parte, auspici sinceri e, sicuramente, umanamente condivisibili. In quanto scrivi, ad un certo punto, dici di lasciare agli esperti, immagino sociologi, psicologi ecc., il compito di un approfondimento “più scientifico”. Tuttavia, di tanto in tanto, qualche frase mi pare abbozzi comunque, sia pure implicitamente, un’analisi più esaustiva anche da parte tua. Parli di vuoto, di noia, di banalità, di risentimento, di mancato riconoscimento, di solitudine, della ricerca di senso in un gesto di orgoglio, di prepotenza e, quindi, di libertà assoluta. In breve ci fornisci un elenco dei mali del nostro tempo che, per come la vedo io, fatti come quelli del ragazzo di Trescore, malgrado la tendenza generale a rimuovere, si incaricano, ripetutamente e insistentemente, di ripotare sotto i riflettori della cronaca nella maniera più tragica possibile. Parli poi di fallimento della scuola. Io parlerei, piuttosto, del fallimento di una “cultura dominante” che la scuola, fatalmente, finisce per incarnare a partire dalla sua struttura organizzativa oltre che nei curricoli. Però, tutto questo, lo sappiamo bene, non è tutta la realtà. Ci sono esperienze che possono indicarci la via della guarigione e il compito della nostra associazione credo sia proprio quello di andarle a scovare e, nei limiti di quanto possiamo, valorizzarle e diffonderle.

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