Dario Eugenio Nicoli

Il secondo passo terapeutico proposto nel Manifesto per un modo di vita più umano riguardante l’insediamento nel territorio, a differenza degli altri due, suggerisce un quesito di natura politica ed istituzionale: è possibile un governo dal basso?

Infatti, la possibilità di vivere il territorio come un’appartenenza che stabilisce un legame e dona alimento all’anima non è qualcosa di etereo, ma è un’esperienza sociale che richiede un’organizzazione peculiare data dall’incontro di due parole: Comune e Municipio.

Il termine Comune deriva dal latino communis ed indica ciò che appartiene a tutti e che viene condiviso. Oggi il comune è visto solo come un ente amministrativo, ma nella tradizione italiana esso era una forma concreta di vita collettiva, mediante la quale persone diverse hanno imparato a riconoscersi parte di una medesima comunità di destino. Questo perché era un’istituzione di autogoverno locale: cittadini, arti, corporazioni e famiglie partecipavano alla gestione della città, delle opere pubbliche, della sicurezza, dei mercati, dell’assistenza ai poveri. Il comune era la “casa civile” di una popolazione. Il termine Municipio, dal latino munus (compito, dono, obbligo condiviso) e capere (assumere), non indica solo il palazzo in cui ha sede il comune, ma il principio morale (ethos municipale) che regge la vita condivisa: l’assunzione da parte di ogni cittadino dei doveri di aiuto vicendevole specie per chi ha più bisogno, di cura del territorio e di partecipazione alla vita pubblica.

Sono queste le caratteristiche che fanno del comune-municipio il luogo in cui il cittadino non è una figura astratta, ma una persona concreta che incontra altre persone e sperimenta quotidianamente il nesso vitale che esiste tra libertà personale e bene collettivo. La condizione che consente di vivere in modo pienamente umano, togliendoci dalla libertà come ricerca compulsiva di esperienze soggettive mutevoli, senza alcuna appartenenza. Ciò richiama bisogno umano di radicamento che, come ha scritto Simone Weil rappresenta la necessità, propria dell’anima, di sentirsi parte di una comunità reale, inserita in una storia e in un luogo: «l’essere umano ha una radice attraverso la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività… ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente.».

L’unico tentativo della storia della nostra Repubblica di dare una forma municipale al Comune è quello della Lega Lombarda di Bossi, un’esperienza sostanzialmente fallita che può però aiutarci a comprenderne gli errori e delineare una nuova possibilità di municipalismo nel nostro Paese.

Il disegno originario lo si può trovare in un articolo del 1998 di Roberto Ronchi, deputato dei Cattolici Padani, una componente della Lega Nord. Egli annunciava innanzitutto «il primato della società sulle istituzioni. Queste devono essere buone servitrici della libertà dei cittadini, delle loro famiglie, delle loro scuole». Ronchi indica quindi nel Comune l’istituzione più vicina alla società; concepito non più come “ente locale”, ma “ente centrale”, il Comune deve possedere «la più ampia libertà di autogoverno, di amministrazione, di autonomia impositiva fiscale, con solo pochi ed essenziali divieti». Le funzioni delle istituzioni maggiori sarebbero quindi regolate secondo il principio di sussidiarietà, ridotte a “ciò che non può essere attuato dalla singola istituzione comunale”.

È un’impostazione piuttosto ardita secondo cui i “liberi popoli” comunali sono federati in nazioni di nuovo conio (com’è il caso della Padania), e ciò sarebbe dovuto avvenire con un cambio radicale della nostra Costituzione.

Prima che utopistico, è un programma ingenuo, che non ha funzionato per mancanza di realismo e di gradualità. È un disegno avulso dalla tradizione politica dell’Italia che è sorta dall’unificazione di antichi stati e che si è organizzata secondo il principio dell’unità e dell’autonomia progressiva. Questo movimento (detto anche “devoluzione”) non rompe l’unità nazionale, ma la articola, mentre il “federalismo” così come è stato inteso prevede uno svuotamento progressivo delle competenze dello Stato introducendo un rapporto competitivo tra questo e le nazioni territoriali.

Ma quella strategia era pensata per una forza politica, com’era allora la Lega, fortemente radicata nei territori con un profilo inedito da “sindacato dei comuni”. Nessun partito nazionale (tutti gli altri lo erano) avrebbe potuto condividere una proposta di cambiamento radicale della natura dello Stato. La trasformazione della Lega in un partito nazionale rappresenta l’esito logico della sconfitta di quella linea

L’esperienza di ognuno di noi, unita ad una vasta  letteratura, dimostra che siamo entrati in una nuova stagione segnata dalla crisi della democrazia come adesione individuale a partiti nazionali, ma anche dalla nuova vitalità dei territori e delle loro tradizioni: la crescita del senso di appartenenza e della vivacità della partecipazione locale evidenziano la presenza nel nostro Paese di un fecondo movimento sociale di rigenerazione della vita civica locale a stampo democratico come spazio di corresponsabilità tra istituzioni e cittadini.

Ciò che serve in primo luogo è un’associazione di forze territoriali vive e radicate, che sostengano un programma municipalistico graduale. È un cammino progressivo che tende ad una Repubblica delle comunità e che prevede in seguito, e con intelligenza, questi passi: rafforzare gli strumenti di partecipazione civica locale, riconoscere giuridicamente i beni comuni territoriali, riformare la finanza locale in senso solidaristico e territoriale, valorizzare le comunità intermedie e la prossimità sociale, rigenerare i quartieri e le aree interne, introdurre una cultura amministrativa della cura dei legami sociali e dell’ambiente.

Le forze politiche che sosterranno il nuovo municipalismo dovranno essere a loro volta municipaliste, sorgere da quel radicamento che è proprio di una comunità reale, entro una storia viva.

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1 commento

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    Penso che la nostra stanca democrazia, per riprendere fiato e futuro, richieda contributi come questi, capaci di alimentare un confronto utile e costruttivo. Grazie Dario

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