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di Dario Nicoli

Si stanno diffondendo nelle aziende e nelle scuole i luoghi “protetti” dove gli studenti o i lavoratori possono ottenere uno stato di benessere specie quando si sentono stressati a causa di avvenimenti sgradevoli o vissuti come tali.

Molte aziende stanno dotandosi di un’area relax dove i dipendenti che vivono condizioni di forte stress possono trovare protezione e quindi rilassarsi. Apple, Deutsche Bank e Google, tra le altre, hanno scelto la formula della Mindfulness, un adattamento della tecnica di meditazione yoga agli ambienti di lavoro allo scopo di aiutare la mente a liberarsi dai pensieri automatici, compulsivi, ansiosi, rendendola lucida e capace di maggiore concentrazione e ricettività, specie quando occorre dedicarsi a risolvere problemi particolarmente critici. È un diritto di tutti: in Apple, ad esempio, ogni dipendente ha a disposizione 30 minuti al giorno per fare meditazione, oltre a corsi di preparazione.

Nelle università americane cresce il numero degli addetti dedicati al benessere degli studenti, visto che uno su tre di questi dichiarano di vivere micro-aggressioni legate alle caratteristiche personali, etniche o culturali. Molte creano i Safe Spaces, ambienti nei quali sentirsi protetti dallo stress derivante da attacchi verbali, comportamentali e ambientali quotidiani, magari brevi e banali, non necessariamente intenzionali, che feriscono la persona o il gruppo preso di mira in quanto fatti oggetto di stigma da parte di altri.

Occorre ricordare che gli studenti di queste università provengono in gran parte da ceti benestanti e da genitori con una cultura elevata, il cui metodo educativo prevede una continua sorveglianza dei figli molto più dei genitori delle classi popolari. Questi ultimi, infatti, consentono ai figli di trascorre più tempo con i compagni, senza la presenza di adulti, abituandoli quindi a regolare da soli le loro controversie.

Si parla, nel primo caso, di Helicopter Parents (“genitori elicottero”) in quanto tendono a sorvegliare in permanenza i figli, selezionando gli ambienti che possono frequentare e le persone che incontrano. Essi ricercano college ed università che adottano lo stesso stile di iper-protezione, ovvero istituzioni che adottano il safetyism, (che si può tradurre con “protettismo”) con l’intento di costruire una comunità universitaria woke in cui gli studenti non siano esposti ad idee contrastanti e offensive, un’esigenza dichiarata importante da quasi il 60% di loro.

Si tratta di una vera e propria regola di vita delle classi privilegiate, motivata dalla “fragilità” psichica del giovane, che sacralizza il benessere psichico e la protezione piuttosto che la realizzazione personale. Una vera ideologia nella quale diversi osservatori vedono un circolo vizioso in quanto il tentativo di allontanare eventi stressanti accentua la fragilità di base e produce continuamente una domanda di super-protezione.

Ma di che tipo di comunità si tratta?

Non certo quella che adotta lo stile di vita democratico, fondato sul dialogo ed il confronto fra opinioni diverse per giungere a intese che riflettono il bene primario della comunità, bensì nuove aggregazioni definite tribali in quanto i loro membri condividono lo stesso modo di pensare e collaborano alacremente all’innalzamento di rigide recinzioni fisiche e culturali tra sé e gli altri.

Quale conversazione avviene in queste nuove tribù?

Nella gran parte dei casi prevale la narrazione di sofferenze che i componenti del gruppo hanno subito da parte di coloro che in vario modo ne hanno offeso la dignità. La loro identità consiste nella condizione di vittima di ingiustizie in quanto componenti delle diverse minoranze presenti nei paesi occidentali.

Il vittimismo e l’esigenza di protezione costituiscono anche gli ingredienti principali di molte sofferenze psichiche tipiche dei nostri tempi. Molti terapeuti dichiarano di incontrare sempre più giovani adulti di buona cultura che vivono il tormento dell’insuccesso ed incolpano gli altri di aver tarpato il loro “sogno”. Se un tempo diventare adulti significava saper reagire al fallimento, cogliere nei propri limiti la direzione della propria esistenza, insomma evitare di autoassolversi e mettere in moto la propria intelligenza e le proprie energie positive, oggi il vento della psiche dei ceti “riflessivi” si orienta verso la postura di vittima e il culto della fragilità come terapia di protezione dal dolore provocato dalle proprie emozioni di tipo primario, mentre quasi nessuna energia viene riservata a fronteggiare con trasparenza e coraggio il mondo delle relazioni e la revisione positiva del proprio corso della vita.

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2 commenti

  1. Articolo importantissimo questo di Dario. La scuola viene solo accennata, ma potrebbe figurare come caso ideale. In questi ultimi anni s’è vista una crescita esponenziale dei BES (Bisogni Educativi Speciali) che sta ulteriormente compromettendo la qualità dell’insegnamento attraverso la crescita di una burocrazia divenuta soffocante. La benchè minima difficoltà incontrata dall’alunno si traduce in un PEI, PDP, procedure di inclusione, incontri con lo psicologo ecc.. L’aumento percentuale del presunto disagio è oramai dell’ordine di diverse decine e inchioda i docenti ad una modulistica che ogni giorno si fa formalmente più voluminosa quanto, sostanzialmente, inefficace. Il fenomeno è probabilmente legato a diversi fattori. Tra questi la crisi della famiglia e delle comunità locali incidono parecchio, credo. Allo stesso modo la crescente precarietà del lavoro e le maggiori difficoltà di orientamento professionale in un mondo in continua trasformazione, per quanto riguarda i lavoratori e gli studenti delle superiori e universitari. Tutti fenomeni che, alimentando l’insicurezza, concorrono a spiegare la fragilità del cittadino medio e l’istanza di più protezione. Sennonché, soprattutto a chi ha avuto modo di frequentare un Istituto Scolastico, non sarà certo mancato di notare la presenza di un altro fattore cruciale che tenderei a definire come “la radicalizzazione dell’ideologia narcisista”. Ovvero l’ideologia del “diritto al sogno” che viene da “dentro di sé” contro ogni imposizione (cattiva) che viene da fuori, dai propri pari in particolare. Questa ideologia ha radicalmente trasformato quelli che un tempo erano i classici luoghi della socializzazione – l’asilo, la scuola, il militare, la fabbrica – in luoghi all’interno dei quali vanno crescendo a dismisura altrettanti “separé per sedute psicologiche” il cui compito, nella maggior parte dei casi (considerato i sogni individuali sono destinati quasi sempre a restare nel cassetto), è quello di dare alle persone l’impressione di controllare una situazione che, di fatto, sfugge loro di mano ogni giorno di più. Insomma, cure per lo più palliative o ad effetto placebo che altro non fanno, alla lunga, che alimentare un circolo vizioso isolando ancora di più le persone e moltiplicandone l’ansia, la fragilità e il bisogno di protezione.

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  2. Articolo molto interessante, ma faccio fatica a tenere insieme i due aspetti: la fragilita’ e la cultura della vittima. La prima condizione puo’ essere provocata da cause diverse, alcune non si possono eliminare e ci si deve convivere come per la disabilita’. La cultura della vittima si puo’ modificare perche’ deriva dalla percezione che si ha di se’ e si esprime agli altri. Certo essere fragili e non essere compresi non aiuta a superare la cultura della vittima! In particolare a scuola non dovrebbe essere necessaria tanta burocrazia per trovare il proprio talento.

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