Tesi di Laurea: sintesi

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Dalla nostra giovane amica, Sara Parola, riceviamo e volentieri pubblichiamo, una sintesi della sua tesi di laurea che tratta, sia pure da un’angolatura particolare, un tema di notevole interesse per la nostra associazione: quello del rapporto tra Identità e Cambiamento, tra Istituzione e Realtà.

di Sara Parola

Per spiegare cosa sia l’umorismo (che è l’argomento della mia tesi), bisogna che ci immaginiamo la situazione che c’è a una discussione di laurea. E cioè, noi quel giorno, noi che siamo lì, potremmo sforzarci di incorniciare quel momento al meglio possibile, con le belle foto, con i riti simpatici come i brindisi, i confetti, il lancio della corona d’alloro… Tutto lecito, ma tutto ciò che sta inframmezzato a questi singoli istanti, è ancora la vita. La vita non sono solo gli aspetti emblematici, o “iconici”. La vita è tutto, è un susseguirsi di fatti ordinari e di pensieri discordanti e inappropriati, che sorgono nel pubblico anche mentre io (o tu) sono lì a pronunciare il mio discorso di laurea; ad esempio, considerazioni sul fatto che le poltrone che ci sono siano comode o scomode, a seconda dei gusti. Ecco, l’umorismo è proprio così: dentro di noi c’è un sentimento, ma un momento dopo, oppure, tutto intorno a noi, c’è tutto l’opposto, qualcosa che si fa beffa di quello che sentiamo in quel momento. Cos’è dunque un’opera umoristica? È un’opera in cui il sentimento viene smontato dalla riflessione. Noi infatti (come ho appena accennato nell’esempio) tendiamo a farci delle idealizzazioni, cioè, tendiamo a crearci un’ immagine immobile delle persone che vediamo, di un fatto, di una situazione, e anche di noi stessi. Questo è, cioè, un sentimento a cui tentiamo di accostare idee che si accordino, che siano appropriate, in modo da restare coerenti al sentimento, integerrimi. Ed è così che si forma una normale opera d’arte. Ma, in quella particolare forma d’arte che è l’umorismo, la “riflessione” si diverte a scardinare queste forme immobili in cui crediamo di inscrivere la vita. E come fa? La “riflessione” prende il sentimento e invece di accostarci idee in accordo con esso; lo scompone e ci accosta idee e immagini in contrasto, che lo riportano a terra. E quando noi ci rendiamo conto che questo sconvolgimento dell’ idealizzazione, questa disarmonia, è la vera realtà, allora abbiamo il sentimento del contrario, cioè l’umorismo; ed ecco perchè il riso umoristico è “amaro”. Comico è invece l’ avvertimento di questo contrario. La mia tesi ha lo scopo di confrontare questo, che è teorizzato da Pirandello nel saggio L’umorismo, con la teoria del riso di Henri Bergson, un filosofo francese anche lui a cavallo tra ottocento e novecento. Infatti, in entrambe le teorie ciò di cui si ride è qualcosa di rigido, immobile, nel senso che si contrappone all’agilità del principio vitale. Però mentre il riso umoristico rompe con la società perché è per vivere nella società che ci si costruisce una forma; il riso di Bergson serve a riportare l’individuo nella società perché essa richiede un continuo sforzo di adattamento e però l’individuo, anche secondo lui, tende a definirsi. Non nel senso pirandelliano, ma, nel senso che nella vita individuale si depositano abitudini e comportamenti e, il corpo pure tende a ripetere gli stessi gesti, espressioni… ossia ci si comporta in modo automatico, rigido, e questo è in contrasto con il fatto di essere vivi. Invero il motivo di una funzione tanto diversa tra i due tipi di riso, sta nel fatto che il “principio vitale” è visto in maniera diversa dai due autori: Per Pirandello esso è l’anima, il movimento interiore, cioè il nostro continuo e spontaneo avere sentimenti, desideri, idee, atteggiamenti diversi, di conseguenza la rigidità è appunto “l’idealizzazione”, il fatto di decidere per sé (che ci si illude sia anche per gli altri) una forma, cioè volersi mantenere coerenti a un sentimento, a un ideale, a un modo di essere conforme alla convenienza sociale. Per Bergson invece il principio vitale è la capacità di agire a seconda delle necessità sociali e delle condizioni circostanti che cambiano da un momento all’altro. Rigidità è dunque l’opposto di questo, cioè, comportarsi in modo automatico, secondo un’abitudine o un atteggiamento in cui abbiamo finito per assuefarci. Un modo di comportarsi cioè, che è detto meccanico perché è quello proprio delle macchine e non degli esseri viventi, che hanno la facoltà di interagire consapevolmente – e con la responsabilità del libero arbitrio – con la realtà intorno a loro. Quando diventa palese che ciò che è vivo, è ostacolato da questi meccanismi, allora si ha la risata, la comicità. Quello meccanico è infatti un comportamento che devia dal vivere sociale, che isola l’individuo e perciò va corretto con il riso. Ridere serve a scoraggiare tale comportamento, a rendere conscio l’individuo della sua ridicolezza. Quindi cosa significa comico? Nell’opera di Bergson per comico si intende tutto ciò che fa ridere, quindi la parodia, l’equivoco, e varie figure retoriche come l’ironia ..e anche l’umorismo, inteso però in un senso del tutto diverso da quello di Pirandello, che ha a sua volta la sua concezione di comico, come ho accennato, e anche di ironia. Dunque, la tesi fa un confronto a più livelli tra le due teorie, perché ci sono delle questioni che vengono affrontate da entrambe le opere, e anche delle figure retoriche che vengono trattate da entrambi, ma che però hanno accezioni diverse tra un autore e l’altro, come ad esempio la questione di cosa sia l’arte (perchè sia l’umorismo che la commedia sono forme d’arte), o il tema della rigidità. Invece, l’ultimo capitolo vuole vedere come l’umorismo sia presente a vari livelli nell’opera Uno nessuno e centomila, sia a livello di vicende umoristiche, sia a livello di come le vicende sono narrate (interruzioni della narrazione, meta-narrazione, uso di un linguaggio volutamente inappropriato, indulgenza del narratore verso se stesso). E inoltre vuole riscontrare la presenza di alcuni elementi riconducibili all’opposizione meccanico vivente materia-spirito teorizzata da Bergson. Infine, la tesi si sofferma sulla teoria dell’inesistenza di una identità personale, che completa l’umorismo. Uno nessuno e centomila è la storia di un uomo, Moscarda, che intuisce che l’identità non è che una di quelle idealizzazioni che ci costruiamo, perchè in realtà ogni persona esterna ha di noi un’idea che non corrisponde a come noi ci consideriamo, e noi stessi siamo sempre diversi ad ogni azione che compiamo. Ecco allora che Moscarda comincia a fare su di sé lo stesso lavoro che fa la riflessione in un’opera umoristica, cioè comincia a comportarsi in maniera da disattendere l’idea che gli altri avevano di lui, e così tutti finiscono per crederlo pazzo. Ma, ciò che emerge – grazie alle interazioni del protagonista con i lettori- è che in realtà la vera pazzia è credere di riconoscersi in una identità, credere che si possa prendere un aspetto della nostra vita e dire “questo sono io”, “io sono una studente all’apoteosi della sua carriera”. No. Perché io tra poco sarò una persona che farà una qualsiasi cosa di stupido, e anche adesso che sono qui a discutere, nel frattempo sto pensando che mi devo soffiare il naso: nessuno di questi aspetti è prioritario. Perchè la vita è viva solo se si muove, noi non possiamo afferrarne un pezzo e stare a guardarlo, non ci si può vedere vivi nella vita senza arrestare per un attimo in sé la vita, senza che questo flusso incessante si “cristallizzi”, diventi morto. “Conoscersi è morire”, così dice il protagonista della storia, perché conoscersi è precipitare nel vuoto di un senso ormai passato. Tutto passa, non perché invecchia o si degrada, ma perché perde il valore e il significato che noi gli avevamo attribuito, di attimo in attimo, di contesto in contesto. Ecco perché credo che parlare di umorismo non sia solo uno sfizio per una tesi che su qualcosa dovevo pur farla: E cioè che l’umorismo è necessario per impedirci quel precipitare, quel cadere in quel tranello, perché, e cito ancora Moscarda, “la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita”.

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5 commenti

  1. Cara Sara, che bel tema hai scelto per la tua tesi, e quanto è opportuno parlarne e rifletterci proprio ora! Giustamente proponi l’umorismo come un rimedio contro la rigidità e la chiusura delle forze vitali entro un meccanicismo che ci rende schiavi dell’immagine che gli altri hanno su di noi. Viene subito da pensare al dibattito odierno sulla crisi della comicità, a causa dei nuovi censori dell’anima, protesi ad imporci una neolingua sterile, con la pretesa di inculcare nelle coscienze una bontà insipida. Ma la comicità non è anarchia, “dire tutto quello che viene in mente”, in quanto ha delle regole. La prima riguarda il rispetto delle persone e di ciò in cui queste credono; la seconda impone di evitare la volgarità, che rappresenta il segnale di quando un comico ha esaurito la sua vena artistica. La comicità è anche un modo, magari paradossale, per aiutare la ricerca della verità, e non per aggiungere sabbia al deserto, al vuoto. Perchè se così fosse non ci sarebbe più niente di cui ridere!

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    1. Mi interessa molto discutere sulla questione del linguaggio. Potrebbe specificare meglio a quale “neolingua” si riferisce? (Anche se credo di aver intuito)

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  2. George Orwell nel 1949 scrive “1984”, un testo in cui immagina come sarà il mondo 35 anni dopo, dominato da tre megastati. L’Oceania, con capitale Londra, è un regime sotto la dittatura del Grande Fratello, che vede tutto e su tutto interviene tramite la psicopolizia. Inoltre ha imposto una nuova lingua (Newspeak) per troncare ogni legame col passato (un capitolo del libro spiega la neolingua in modo molto accurato), così che gli individui non abbiano più pensieri “eretici”. Molti commentatori indicano nel “politicamente corretto” di oggi l’avverarsi di quella profezia. Esiste infatti una censura diffusa (i denunciatori di internet) ed ufficiale (i comitati etici delle editrici che purgano o cancellano i grandi libri della lettertura mondiale in quanto segnati dal colonialismo, o come quello del Comune di Milano che ha recentemente bocciato l’esposizione pubblica di una statua con una donna che allatta un bambino perchè potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno). E’ interessante notare che la Disney, dopo aver largamente epurato i suoi più importanti filmati, ha messo mano a prodotti “corretti” che però hanno provocato un crollo degli ascolti ed un grve buco nel bilancio… L’intento della cancel culture non consiste solo nella censura, ma nel tentativo di imporre l’uguaglianza impedendo la formulazione del pensiero, il dialogo e il confronto. Cioè una moralità senza vita. I nuovi chierici hanno preso il posto dei vecchi, con la differenza che questi sono tristi, senza capacità di cogliere il lato comico dell’esistenza, quindi senz’anima, senza senso storico, senza salvezza. Letteralmente “anime morte”.

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  3. Sisì conosco bene Orwell. Sono d’accordo con lei sulla cancel culture. Infatti penso che in qualsiasi cosa si potrebbero trovare degli aspetti negativi (e quindi comicizzabili), che faremo dunque, in un periodo cancelleremo qualcosa e in un altro periodo cancelleremo un’ altra cosa? Questo è contraddittorio. Oppure finiremo per cancellare proprio tutto? Ma non esisteva mica il principio della tolleranza?
    Che ne pensa invece del nuovo linguaggi* con gli asterisch* ?

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  4. Anche il linguaggio con scwha e asterischi appartiene al contesto della cancel culture, ma è un tentativo che cade miseramente in quanto è improponibile sia per la scrittura che per la dizione. Con l’intento di liberarci dal dominio del maschile, si finisce per liberarci…dal linguaggio e dalla possibilità di esprimerci e di comprenderci. Mi sembra quindi un altro esempio di come nelle epoche liminali si diffondono pulsioni autodistruttive attratte da thanatos, il principio di morte.

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