Dalla lettura di due autori fondamentali – Robert A Dahl “Sulla democrazia” e Christopher Lasch “la ribellione delle élite” – alcuni personali spunti di riflessione.

Foto di Pfüderi da Pixabay

di Bruno Perazzolo

Per comprendere la democrazia bisogna capire la tirannia: cosa significa essere sudditi o schiavi. In breve cosa significa l’ineguaglianza. Nel film “Spartaco”, 1960, il capolavoro di Stanley Kubrick trae ispirazione della prima, importante rivolta di schiavi che la storia ricordi. In una scena si vede Spartaco nella gabbia dei gladiatori che, provocato da un nobile romano, grida minaccioso: “siamo uomini non animali”. Il film prosegue mostrando come la rivolta degli ultimi sfoci in un abbozzo di democrazia: dall’ineguaglianza della tirannia, sinonimo di dipendenza e oppressione, all’eguaglianza della democrazia segno di indipendenza e di libertà. Anche nel bellissimo “Si può fare”, regia di Giulio Manfredonia 2008, bastano i primi 22 minuti della pellicola (disponibile su YouTube gratuitamente in versione integrale) per cogliere lo stesso passaggio riproposto, però, in una diversa accezione. In questo caso è l’assistenzialismo il fattore che chiude le persone in una gabbia pseudo-protettiva, ma non meno alienante e disumana, mentre sarà l’”assemblea dei soci della cooperativa”, il lavoro e il mercato ad aprire loro un varco verso l’autonomia e la dignità.

Qual è dunque l’essenza di quella “mezza utopia” che chiamiamo  democratica”? Qual è il principio di una visione dell’ordinamento politico che raramente si è imposta nel corso della storia evidenziando, nelle sue ripetute cadute, una notevole fragilità dettata dalla necessaria presenza di “un tipo umano”, un’identità costitutiva di un popolo, del tutto inusuale? Secondo quanto ho capito del saggio di Dahl “Sulla democrazia”, il fondamento ultimo va ravvisato nell’“improbabile” idea che sia possibile una forma di governo della “cosa pubblica” improntata sull’EGUAGLIANZA POLITICA dei cittadini, piuttosto che sulla  gerarchia di classe, di casta, di status o ceto sociale. In altri termini si tratta della “visione semi-utopica” che mira ad una “gestione della polis” che riconosca a ciascun individuo il DIRITTO – DOVERE di vivere da “essere umano integrale” nel proprio lavoro, nella ricerca della verità – pensando con la propria testa e ricercando attivamente la propria posizione nel mondo – nella partecipazione responsabile al bene comune della città, ovvero all’attività politica del proprio paese intesa nel senso più nobile del termine; in sintesi, l’elenco delle qualità – cui, forse, se ne potrebbero aggiungere altre – che giustifica lo STESSO PESO POLITICO, la possibilità di esercitare la medesima influenza sulle deliberazioni dello Stato, che i cittadini si riconoscono reciprocamente.  

Viene da qui l’affermazione – cruciale nel testo di Lasch “La ribellione delle élite”- secondo la quale il vero pilastro della democrazia è il RISPETTO piuttosto che la COMPASSIONE. Il rispetto è ciò che tutti dobbiamo a quel “tipo umano” senza il quale la democrazia crollerebbe inesorabilmente. E’ l’atteggiamento dovuto verso chi svolge con passione il proprio lavoro mettendoci comunque la testa oltre che le braccia, verso chi si impegna criticamente per incrementare la propria istruzione, verso chi partecipa alla vita di comunità informandosi e confrontandosi sui relativi problemi in maniera tollerante e aperta al dialogo. La compassione invece la riserviamo a coloro che, magari per motivi comprensibili, ma mai giustificabili, non sono in grado di osservare quegli standard sociali condivisi di autonomia (altrimenti identificabile anche con il termine “cittadinanza attiva”) che, qualora venissero meno nella maggioranza dei cittadini, comporterebbero l’inevitabile declino della democrazia.

All’articolo 5, la Costituzione italiana recita:

“La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”

L’articolo, non a caso posto al centro dei principi fondamentali (artt. 1 – 12 Cost), sta a significare la piena consapevolezza dei padri costituenti della necessità dell’autonomia e del decentramento concepiti nell’ottica pedagogica accennata nei precedenti paragrafi. Un’ottica, questa, che va ben oltre l’eventuale convenienza economica del governo locale e persino più in là del rilievo delle differenze culturali regionali. Il punto è che per formare cittadini liberi ed eguali, lo Stato non può non  RICONOSCERE (l’utilizzo del verbo RICONOSCERE piuttosto che ISTITUIRE è molto significativo in quanto omologa le autonomie locali ai diritti inviolabili di libertà) – in chiave sussidiaria, cioè conformemente allo spirito partecipativo originario della polis – l’autonomia e il decentramento nell’esercizio dei poteri che lo riguardano. Il contrario, la concentrazione delle deliberazioni, al pari di ogni altra forma di monopolio o oligopolio, del mercato come dello stato, corrompe sia chi le decide sia chi le subisce, restituendo ai singoli cittadini un’immagine di incompetenza, di dipendenza, di irresponsabilità, di minorità  che, a lungo andare, ne riduce la qualità minando fatalmente la sovranità popolare. Anche in questo caso, il video semicomico del commento all’art. 5 Cost. di Roberto Benigni può aiutare a capire le enormi implicazioni del principio dell’EGUAGLIANZA POLITICA e il suo intimo rapporto con il decentramento e l’autonomia.

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