di Daniela Mario

Il dilemma di Antigone non è mai stato così attuale come al tempo della pandemia da Covid: la scelta tra due valori fondanti la società civile: le ragioni dello Stato di mantenere l’ordine e la salvaguardia della vita, e le ragioni della libertà di scelta individuale.

Il rapporto tra autorità e libertà è da sempre una questione molto complessa (ne sanno qualcosa anche gli adolescenti), una questione che agita gli animi alla ricerca di un’integrazione che oggi appare sempre più inconciliabile.

Mi sono chiesta più volte, da quando co-abitiamo con il Coronavirus, perché non crediamo più che le leggi siano scritte per tutelarci? Perché pensiamo che le nostre opinioni abbiano lo stesso valore delle “opinioni/interpretazioni” degli scienziati? Le opinioni individuali, sia della persona comune che dello scienziato, si basano sulle esperienze personali, cioè sul rapporto tra noi e le azioni che compiamo nel nostro “essere nel mondo”. C’è tuttavia una profonda differenza tra le esperienze quotidiane della persona comune e quelle dello scienziato che investe la maggior parte del suo tempo ad interrogarsi sui fenomeni umani e naturali, analizzando la fondatezza delle sue ipotesi.

Perché allora alcuni pensano che le proprie opinioni abbiano lo stesso peso delle affermazioni dello scienziato? Come vogliamo chiamare questo atteggiamento? Libertà di pensiero o scarsa aderenza al principio di realtà? Si tratta di difesa matura dei propri diritti o di attaccamento infantile alle proprie sicurezze?

È vero che la nostra Costituzione (art. 2 e 3) riconosce che la persona preesiste allo Stato e quest’ultimo ha il compito di proteggere la persona, ma ha anche il dovere di proteggere la comunità nella sua totalità.  Il problema si pone quando il rispetto  della libertà del singolo confligge con il rispetto della libertà altrui.

Torna il dilemma di Antigone. Il singolo è chiamato, ad esempio, a dover scegliere tra il rispetto della legge, che gli impone restrizioni al fine di salvaguardare se stesso e la comunità, e la ferma convinzione di poter scegliere liberamente cosa fare con la propria salute, come se ognuno di noi non fosse un sistema interconnesso con sistemi più vasti; come se la comunità non fosse composta anche dalle stesse persone che si tagliano fuori; come se ogni scelta non fosse, per forza di cose, determinata dal contesto (e una pandemia inedita non è certo un contesto abituale).

Il conflitto di Antigone mi evoca anche il concetto di “doppio vincolo” di Bateson secondo il quale qualunque cosa scegliamo di fare sarebbe sbagliata (e che porta alla schizofrenia secondo Bateson). Mi piacerebbe pensare che chi protesta fosse almeno consapevole di non essere tanto nel giusto quanto nella situazione di “doppio vincolo”: se ubbidisco al padre/Stato (che considero autoritario) vengo meno alla mia libertà (che è sacra!) ma se non rispetto le regole, subirò comunque delle restrizioni alla mia libertà. L’alternativa è forse non far seguire delle punizioni a chi si sottrae alle regole  o alla legge? E come la mettiamo con la questione educativa? Legittimiamo i nostri figli a non seguire gli insegnamenti di chi ne sa di più o di chi ha il compito di guidarli?

Per approfondire il mito di Antigone e la questione della giustizia ai giorni nostri consiglio il libro di Marta Cartabia e Luciano Violante, Giustizia e Mito; Ed Il Mulino, 2018.

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