
Bruno Perazzolo
Questo articolo prende spunto dal contributo di Sara Parola, pubblicato su PensarBene, intitolato “Forse la causa non è la meritocrazia”. In questo passaggio di Sara[1] “Tuttavia, secondo me, delegare tutte le cause della separazione delle élite e dello slegame sociale a una ideologia meritocratica, vorrebbe dire aver ricercato questi fenomeni consapevolmente, quasi malvagiamente, e soprattutto significherebbe attribuire troppo potere al semplice fatto di pensare di avercela fatta solo con le proprie forze” ci sono alcune cose che non ho capito. Per esempio, cosa significa “aver ricercato consapevolmente e quasi malvagiamente?” Ma questi e altri, che neppure riporto, sono dettagli sui quali preferisco non soffermarmi. Se non ho inteso male, la tesi centrale che Sara sostiene afferma che non meritocrazia, ma l’individualismo e il suo “compagno di viaggio”, l’utilitarismo, sarebbero le cause dello slegame, del declino della comunità, della trasformazione del luogo abitato in dormitorio e di chi lo abita in una specie di turista sempre alla ricerca di nuove opportunità. Bene! Se non fosse che per un piccolo – grande dettaglio, potrei dire di essere d’accordo al cento per cento con Sara. Ma c’è, pur sempre, quel dettaglio che, a guardar bene, dettaglio non è, che mi spinge a fornire una risposta, almeno dal mio punto di vista, il più possibile completa sui motivi per i quali insisto nel riproporre la centralità del fattore meritocratico. Allo scopo, per evitare testi troppo lunghi, anticipo che svilupperò i miei argomenti in diversi articoli. Il primo di questi articoli eccolo qua!
L’individualismo, come lo conosciamo in Occidente, viene molto prima (intorno al XVI sec.) ed è la pietra d’angolo. La base. Si manifesta, l’individualismo, in diverse forme, più o meno complete, caratterizzanti differenti epoche: il giusnaturalismo contrattualista, l’illuminismo, il decadentismo e il superomismo, la cultura anarco – libertaria di massa della seconda metà del ‘900 per sfociare, alla fine, nella cultura meritocratica neoliberale dominante dalla fine del secolo scorso sino al primo decennio del nostro millennio. Qui sta il punto di convergenza tra me e Sara (l’individualismo è il fattore cruciale), ma anche il punto di maggiore divergenza (la meritocrazia, che per me resta fondamentale, per Sara è secondaria). In breve, il mio argomento è il seguente: non si tratta di stabilire se, dello slegame sociale, sia più responsabile l’individualismo o la meritocrazia. Si tratta, piuttosto, di comprendere come, grossomodo tra il 1980 e il 2010, l’individualismo abbia assunto l’abito della meritocrazia motivo per cui, oggi, criticare l’individualismo mettendo in secondo piano la sua “attuale fenomenologia”, rischia di essere un’operazione del tutto inutile. Cerco di spiegarmi meglio. Immaginiamo un’equipe di ricercatori intenti a scoprire un antibiotico efficace nel contrasto ad una certa forma di tubercolosi. La domanda è: i ricercatori devono studiare la tubercolosi in generale o non anche la sua specifica variante per trovare la cura giusta? In altri articoli affronterò il tema della profonda differenza tra merito e meritocrazia e, in particolare, i tratti distintivi di quest’ultima. In questa sede, non per fare del citazionismo pseudoerudito, ma per fornire quello che potrei definire “il protocollo giustificativo delle mie affermazioni”, mi limiterò ad indicare le mie tre principali fonti, frutto del “cammino collettivo” svolto all’interno dall’associazione PensarBene.
Prima fonte: il banchiere anarchico di Pessoa. Testo profetico. Ad un certo punto della storia, il banchiere racconta di quando, prima di diventare un banchiere, si adirò con i suoi compagni anarchici, bombaroli e trogloditi. Si rifiutavano, ostinatamente, di capire che l’anarchico o lo fai da solo o non lo sei. Perciò, per pura fedeltà all’anarchia, decise di farsi banchiere e di arricchirsi, con mezzi più o meno leciti, il più possibile. Alla fine, il nostro, aveva compreso quel che ebbe a dire, assai più tardi, lapidariamente, Pierpaolo Pasolini: “il potere è anarchico” e più ne hai di potere più lo diventi, anarchico.
Seconda fonte: il testo di C. Lasch “la ribellione delle élite; il tradimento della democrazia”. Le élite di cui parla Lasch sono proprio quelle meritocratiche che hanno ridotto la democrazia ad una sorta di scala mobile. In base a questa visione “minimalista”, a differenza degli altri sistemi politici, quello democratico sarebbe, in ultima analisi, né più né meno che un sistema che ti consente, se ne hai l’ambizione (il sogno) e la capacità (il talento), di ascendere nell’olimpo di quelli che il potere ce l’hanno per davvero. Tutto qua! Un modo, pure non tanto elegante, per disconoscere, per “togliersi di dosso”, quello che probabilmente è il primo e il più grande dovere di ogni élite autenticamente democratica: quello di farsi carico (noblesse oblige) della diffusione di quegli elevati e complessi standard culturali e di civiltà cui devono poter attingere più o meno tutti al fine di assicurare la permanenza di un ordine, quello democratico appunto, assai esigente sotto questo punto di vista.
Infine, terza fonte: M. Sandel. Il titolo del suo principale testo riguardo all’ordine meritocratico “la tirannia del merito: perché viviamo in una società di vincenti e perdenti” parla da solo. È il tratto principale, direi persino parossistico, della meritocrazia, quello di dividere il mondo nettamente in due parti: da un lato quelli che hanno successo (pochissimi) dall’altro lato gli ultimi, pressappoco tutti quelli che non ce la fanno (moltissimi). I primi destinatari della maggiore ricchezza e del maggior potere; i secondi relegati nella precarietà economica e sociale imposta da un mondo che cambia sempre più velocemente, persino violentemente, ma sul quale sentono di non avere quasi nessun controllo. A questo punto si dirà che i ricchi e i poveri sono sempre esistiti e che la meritocrazia altro fa che portare alla luce la cruda realtà. Però, dico io, mettendomi nei panni di uno tra quelli che non ce l’hanno fatta, c’è una bella differenza tra vivere in un mondo che considera la povertà, sia assoluta sia relativa, la prova di un fallimento personale del quale si porta, tutta intera, la responsabilità, e vivere in un mondo che considera la povertà addirittura una beatitudine: una sorta di garanzia di quell’orientamento alla sobrietà e consapevolezza di propri limiti che porta la persona a vincere la solitudine aprendosi agli altri e al mondo per farne parte e, finalmente, abitare una terra.
[1] Le note critiche di Sara, si riferivano al saggio breve “Argomenti per un modo di vita più umano: le sfide della democrazia tra libertà e comunità” di Bruno Perazzolo e Dario Nicoli