Confronto sulla “next generation EU”

Da dove nascono le difficoltà del fronte progressista di concepire politiche economiche orientate, oltre che alla sostenibilità, anche allo sviluppo.

La Frontiera delle Possibilità Produttive è un concetto molto astratto. Qualcuno potrebbe sostenere che sia sin troppo lontano dalla realtà. Tuttavia, senza disporre di mappe di questo tipo, siamo destinati a “perderci nella realtà”. In economia, ma credo che ciò valga per tutte le discipline, questo modo di procedere deduttivo, a partire da semplici postulati, prende il nome di “Modello”. Il Modello è una semplificazione del reale che parte dalla consapevolezza sia della differenza tra mappa e territorio sia della necessità di utilizzare sempre una mappa per arrivare ad una qualsiasi meta.

La Frontiera è molto semplice. Immaginando che l’attività produttiva di un paese si riduca a due beni, il bene X e il bene Y, se tutte le risorse (Lavoro, Natura, Capitale e Imprenditorialità) venissero impiegate nella produzione del bene X, otterremmo X0 mentre, se fossero impiegate per produrre il bene Y, avremmo Y0. I punti B e H, situati sulla Frontiera, indicano opzioni miste per ottenere le quali le risorse sono utilizzate nel modo più efficiente possibile sia per ottenere il bene X sia il bene Y. La curva riportata nel grafico rappresenta, pertanto, una funzione della produzione che raccoglie tutte le opzioni produttive ottimali realizzabili dall’economia di un certo paese allocando al meglio i fattori della produzione di cui lo stesso dispone. Provo ora ad utilizzare questo modello nel tentativo di comprendere le difficoltà di implementare politiche di sviluppo strategico da parte di chi, in genere, si riconosce nel fronte progressista.

Il modello keynesiano diventa dominante nel pensiero e nella pratica economica dei paesi capitalisti occidentali nella prima metà del ‘900 soprattutto con la grande depressione del ’29 – ’39 che, nel grafico, può essere rappresentata con il punto P. Un punto in cui, vista la combinazione effettiva di beni ottenuti rispetto a quella potenziale che si sarebbe potuta conseguire, le risorse di un paese sono chiaramente sottoutilizzate. Ciò a causa della deflazione, ovvero di una cronica carenza di domanda globale (Consumi e Investimenti principalmente) che la crisi aveva ben evidenziato e che Keynes registra all’interno del suo modello rivoltando letteralmente il paradigma neoclassico e sostenendo che il reddito di un paese non dipende dall’offerta delle imprese (Offerta aggregata o globale), bensì dalla domanda proveniente dagli altri soggetti economici (Domanda aggregata o globale). In primis dalle famiglie e dallo Stato. E’ noto come Keynes badasse sostanzialmente a fornire una terapia del breve periodo di fronte ai liberali che continuavano a sostenere, malgrado ogni evidenza contraria, le virtù autoregolative del mercato nel lungo periodo. La sua ricetta – meno imposte e più spesa redistributiva e più debito pubblico per supplire alla carenza degli investimenti privati – funzionò ed è bene non dimenticare che questa medicina salvò la democrazia se non da sola, certo in compagnia di pochi altri fattori tanto rilevanti. Il reddito effettivo dal punto P del grafico tornò a livelli prossimi alla Frontiera del reddito potenziale di cui ai punti H e B. L’occupazione e la produzione tornarono a crescere e, grazie ai notevoli investimenti pubblici in infrastrutture, gli effetti positivi si ebbero anche sullo sviluppo di lungo periodo spostando la Frontiera dalla curva continua alla curva tratteggiata. Cionondimeno, il nucleo del modello rimaneva, e resta a tutt’oggi, incentrato sulla terapia di contrasto alle fasi recessive del ciclo economico rispetto alle quali il problema cruciale è quello di procurare, grazie all’intervento della finanza pubblica, sbocchi alle capacità sovra produttive delle imprese. In quest’ottica, pertanto, qualsiasi tipo di spesa degli Enti Pubblici risulta valida. Anche “scavare buche di giorno per poi riempirle di notte” o “buttare danaro dall’aereo alla folla sottostante” serve alla politica espansiva di SOSTEGNO ALLA DOMANDA AGGREGATA TRAMITE L’AUMENTO DEI CONSUMI capace di portare il sistema economico da un equilibrio di sottoccupazione ad uno di piena occupazione dei fattori della produzione. In termini grafici, ad esempio, dal punto P al punto B della Frontiera.  

Alla luce di quanto appena detto, non è difficile comprendere come, nella pratica politica, il keynesismo abbia trovato terreno fertile tra i progressisti e i riformisti socialdemocratici di ogni latitudine. La medicina keynesiana, infatti, nel restituire un ruolo cruciale alla politica, indicava nella spesa pubblica, soprattutto redistributiva, e nel debito, non solo una ghiotta opportunità di consenso, ma, addirittura, la strada maestra per salvare la stessa economia di mercato. Oltre che conveniente, un’impresa meritoria. La seconda metà del ‘900 si incaricherà però di dimostrare, come già aveva profetizzato lo stesso Keynes, come il modello che aveva funzionato nel breve, mostrasse, nel lungo periodo, più di un limite. Se infatti nella congiuntura negativa è facile e persino utile, fare spesa e debito, non è altrettanto semplice chiudere la borsa e restituire il capitale quando le cose vanno meglio. Il risultato macroeconomico del “DEFICIT SPENDING” è stato dunque quello di “SPIAZZARE IL RISPARMIO DELLE FAMIGLIE”, dirottandolo su una finanza pubblica spesso di qualità scadente (alcuni esempi: dati forniti dal Ministero dell’Ambiente evidenziano come, ancora nel 2020, su 44 miliardi di euro destinati alle politiche ambientali, 20 siano stati impiegati in attività che danneggiavano l’ambiente; dei 40 miliardi di euro ricevuti dall’Europa prima della pandemia – miliardi di fondi europei che il nostro paese concorre abbondantemente a finanziare – ne abbiamo spesi solo il 36,7% e, non di rado, queste risorse hanno finanziato “progetti inquinati dalla criminalità organizzata”) che ha inaridito sia l’investimento privato sia quello pubblico e, con questo, l’intero sviluppo economico indicato, nella Frontiera, dal tratteggio rosso. Sul fronte politico, a lungo andare, l’esito non è stato meno grave poiché il consenso fondato SULLA SPESA E SUL CONSUMO ha alla fine allontanato i partiti dalla rappresentanza generando un’infinità di posizioni di rendita corporativo – assistenziali che non hanno certo contribuito a incrementare la qualità della cittadinanza.      

E’, con ogni probabilità, a partire da questo scenario declinante del keynesismo che, negli anni ’80 dello scorso secolo, riprende quota il liberismo al quale – oltre alle tante, vecchie idee già ampiamente sperimentate e confutate quali la completa capacità autoregolativa del mercato, lo Stato minimo e l’atomismo sociale narcisista – un merito andrebbe comunque riconosciuto: quello di aver riproposto con forza l’idea che se anche nel breve periodo fosse vero che l’offerta globale dipende dalla domanda globale, nel lungo periodo è vero esattamente l’opposto. Se nel breve periodo si tratta di sostenere la domanda globale al fine di assicurare l’equilibrio del sistema economico al massimo livello di efficienza, nel lungo periodo si tratta di spostare la Frontiera dalla linea continua a quella tratteggiata. Per ottenere questo risultato non c’è che un modo: incrementare l’investimento sia privato sia pubblico per migliorare la produttività dei fattori della produzione abbassando i costi e aumentando la qualità dei beni e dei servizi prodotti attingendo alle forze vive del paese che sono il lavoro, il risparmio delle famiglie e la libera impresa (la concorrenza) il cui andamento è inversamente proporzionale alla rendita. Dal punto di vista dell’apparato pubblico la questione diventa pertanto la seguente: come riqualificare la spesa in modo da suscitare queste forze generative dell’economia e delle società fondate sui valori della persona? Il grande tema del debito buono sta tutto dentro questa questione e – per un paese come il nostro che ha saputo collezionare un debito da 2587 miliardi di euro (160 % del PIL), incrementi della produttività tra i più bassi dell’OCSE e investimenti di gran lunga inferiori alla media europea per non dire degli altri competitori globali – è chiaro che l’argomento altro non fa che richiamare l’urgenza di una “rivoluzione” culturale e politica che ancora non si intravvede all’orizzonte. Appare infatti quantomeno rischioso pensare che le stesse forze che hanno generato un problema tanto grande siano ora in grado di indicarne la soluzione senza nessuna idea nuova che segnali un cambio di paradigma.

Ma che cos’è il debito buono e perché il concetto è tanto rivoluzionario? Il debito buono è quello che si ripaga da sé in quanto alimenta spesa e lavoro produttivi di valore. Il debito buono potrebbe pertanto condurre, se adottato come approccio culturale complessivo, ad una più generale riqualificazione della spesa orientata, a sua volta, alla prevalente produzione di valore. Naturalmente è esageratamente manicheo opporre alla spesa buona quella cattiva e, probabilmente, ciò vale anche per il debito. Immaginiamo una famiglia che faccia un mutuo per comprarsi la macchina e alcuni oggetti di arredo nuovi. La spesa non sarebbe certo da biasimare se i beni sostituiti fossero in effetti troppo vecchi e di qualità inferiore. Sennonché, con un certo grado di approssimazione, possiamo essere sicuri che impieghi del genere, benchè utili, non consentiranno di ripagare il mutuo. Ecco allora cosa significa spesa e debito “buono”. Significa investire il danaro in attività che realisticamente si pensa potranno generare un valore futuro che consentirà alla famiglia di restituire il capitale preso a prestito e di pagare gli interessi. Per lo Stato vale pressappoco la stessa cosa. Significa investire in beni e servizi capaci di sostenere il lavoro, l’investimento e l’impresa in modo che dallo sviluppo della ricchezza (spostamento verso destra della Frontiera delle Possibilità Produttive) possano venire i mezzi tributari per pagare il debito. Esattamente l’opposto di quanto da diversi decenni stiamo facendo nel nostro paese mettendo danaro quasi esclusivamente in attività che non solo non sono produttive, ma che risultano, assai frequentemente, anche di scarsa utilità immediata per gli stessi cittadini. A questo punto della mia argomentazione l’obiezione potrebbe essere la seguente: “purché lo si faccia raramente, quasi tutti dicono che bisognerebbe fare così”. Io, però, continuo a pensare che il difetto resti nel paradigma. NEL LUNGO PERIODO NON È LA DOMANDA CHE GENERA L’OFFERTA MA L’OPPOSTO. Se questo è vero, allora solo una finanza pubblica, meno focalizzata sul consumo e maggiormente volta a sostenere il buon lavoro e la buona impresa come espressioni più profonde della libertà della persona, potrà sperare di risollevare, oltre all’economia, anche la qualità del consenso politico e della vita democratica del nostro paese.

Domanda! Non potrebbe essere questo “piccolo” spostamento del punto di vista – DAL CONSUMO E DALLA REDISTRIBUZIONE ALLA QUALITÀ DELL’ATTIVITA’ PRODUTTIVA E DELLA RICCHEZZA GENERATA – la chiave di volta di un nuovo modo di dirsi e di essere progressisti? 

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