Dario Nicoli

Quello che è successo in Ungheria il 12 scorso è un cambiamento di rilevanza storica, ampiamente commentato dai media: la sconfitta, presumibilmente definitiva, di Viktor Orban, dopo 16 anni di “regno” incontrastato, è innanzitutto la smentita più sonora del pensiero di cui è il maggiore esponente. Nel suo lungo dominio, ha cercato di trasformare un’antica democrazia liberale in un laboratorio “illiberale” annunciato in un discorso del 2014, in cui ha sostenuto la necessità di uno Stato che mantenga le elezioni, ma limitando alcuni principi del liberalismo come la separazione dei poteri, il pluralismo, la tutela delle minoranze.

Egli ha lavorato instancabilmente per creare una sorta di ibrido istituzionale che non nasconde l’ammirazione per i sistemi autocratici. Come era facile prevedere, l’esito è stato dirompente: il sistema illiberale fondato sul dominio assoluto dello stato ha creato una casta di intoccabili che hanno alimentato una crescente corruzione, mentre il legame dell’Ungheria alle fonti energetiche russe, contrariamente a quanto fatto dai paesi europei della stessa area, ha portato ad un progressivo impoverimento della popolazione. Orban è stato così colpito dall’unico fattore liberale che ha conservato: il voto popolare. Nonostante l’attivismo dei soliti manipolatori russi dell’opinione pubblica, un numero record di cittadini (oltre il 78 per cento) ha permesso al partito del neopresidente Péter Magyar di ottenere 138 seggi contro i 55 del precedente, segno di un sentimento popolare avverso a quanto perseguito in questi anni.

È facile fare l’elenco dei leader internazionali che hanno sostenuto Orban, Netanyahu, Milei, Meloni, Salvini, Le Pen, Vance, e che – soprattutto quest’ultimo – sembra abbiano svolto piuttosto il ruolo di “bacio della morte”. Ma è anche paradossale la felicitazione dei leader delle sinistre visto che il nuovo parlamento ungherese sarà composto esclusivamente da tre partiti di destra.

Il crollo di Orban toglie a Putin lo strumento più potente per conoscere ciò che accade in Unione europea e bloccare le decisioni che non condivide. Lo stesso vale per Trump che, avendo sostenuto le forze politiche europee più estremiste, ha finito per non avere più alleati in quest’area. Inoltre, questo stesso crollo non solo mette in grave difficoltà le destre populiste e xenofobe, ma toglie anche il velo ai leader progressisti euroscettici ed avversi alla Nato.

A Bruxelles si sono levate voci entusiaste circa quanto accaduto, ma non sarà facile per la UE operare finalmente unita, senza la presenza comoda di Orban a giustificare la politica del rinvio e dell’inazione.

Qual è la causa della labilità e della pochezza della sua opera? In primo luogo, nell’unanimismo e quindi nel diritto di veto di ogni Paese ogni volta che è necessaria una decisione importante. I settori ancora bloccati dall’unanimità riguardano gli ambiti considerati “core della sovranità”: politica estera e sicurezza, fiscalità, bilancio pluriennale e risorse UE, allargamento e adesioni. E sappiamo bene quante di queste decisioni siano indispensabili per rispondere alle sfide di oggi e rendere l’Unione europea un attore dell’attuale momento storico.

Se guardiamo alle altre unioni tra stati, scopriamo che il diritto di veto rappresenta un’eccezione, tipico di organizzazioni intergovernative composte da Stati sovrani che non vogliono cedere potere, mentre scompare quando si passa a forme più integrate di tipo federale o quasi-federale. È come se la UE fosse basata sul sospetto reciproco, tanto che scatta sempre il ricatto quando un punto di vista individuale non viene condiviso da tutti gli altri. Una situazione che impedirebbe il funzionamento di una qualsiasi associazione.

L’Agenda Draghi ha indicato con chiarezza la prospettiva di un rilancio dell’Unione europea; a noi interessa capire quale idea di persona e di società fonda la sua rinascita ed il compito storico che si assume tra gli stati membri e nel mondo.

La visione che emerge dalla sua strategia educativa è quella del cittadino della società complessa, non certo un’immagine che sa suscitare passione e dedizione in quanto centrata sull’adattamento ad una realtà che muta per motivi politici, economici e tecnologici piuttosto che sul compimento di quella promessa di umanità più autentica che aveva mosso i suoi fondatori.   

La prospettiva dell’”uomo della complessità” risulta volontaristica, se teniamo conto delle gravi difficoltà che incontrano le scuole: perché i giovani dovrebbero essere disposti a lasciarsi cambiare, visto che il loro interesse è rivolto a ciò che già possiedono? com’è possibile formare con la sola leva dell’istruzione un habitus orientato ad un sistema di valori in contrasto a quello oggi prevalente?

Ma è anche una prospettiva astratta: il modello etico “aperto” che viene proposto si riferisce ad un essere umano che porta in sé una lacerazione insanabile: si pone come un io che possiede sin dall’inizio la propria vita e che si apre a continue conquiste, ma è atterrito dalla propria solitudine e non si fida neppure dalla tecnologia, l’opera delle sue mani.

Il possedere non è l’atteggiamento giusto per essere. Una prospettiva autenticamente umana è quella fondata su uno sguardo riconoscente e accogliente di una realtà che si riceve in dono e che sollecita benevolenza nei confronti degli altri e del vivere comune.

Il destino dell’Europa – se vogliamo andare alla sostanza di ciò che si rende davvero uniti agli altri popoli con cui siamo legati da un patto di convenienza strumentale – si trova nella disposizione al dono ed al sacrificio quando è in gioco un bene più grande del proprio io ristretto, sia quello individuale sia quello nazionale.

1 commento

  1. Author

    L’articolo mette bene in evidenza, credo, la sfida principale interna al mondo occidentale: quella di un populismo sovranista che guarda con simpatia alle maggiori autocrazie del pianeta cui si oppone una risposta delle “antiche democrazie liberali”, a questo punto soprattutto europee, ancora troppo debole, inerte, superficiale e lacunosa. Stante questa situazione, la sconfitta di Orban è certo importante, ma non deve indurre a “dormire sugli allori”. Le democrazie hanno vito una battaglia, non ancora la guerra.

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