Dario Nicoli

Quello che è successo in Ungheria il 12 scorso è un cambiamento di rilevanza storica, ampiamente commentato dai media: la sconfitta, presumibilmente definitiva, di Viktor Orban, dopo 16 anni di “regno” incontrastato, è innanzitutto la smentita più sonora del pensiero di cui è il maggiore esponente. Nel suo lungo dominio, ha cercato di trasformare un’antica democrazia liberale in un laboratorio “illiberale” annunciato in un discorso del 2014, in cui ha sostenuto la necessità di uno Stato che mantenga le elezioni, ma limitando alcuni principi del liberalismo come la separazione dei poteri, il pluralismo, la tutela delle minoranze.
Egli ha lavorato instancabilmente per creare una sorta di ibrido istituzionale che non nasconde l’ammirazione per i sistemi autocratici. Come era facile prevedere, l’esito è stato dirompente: il sistema illiberale fondato sul dominio assoluto dello stato ha creato una casta di intoccabili che hanno alimentato una crescente corruzione, mentre il legame dell’Ungheria alle fonti energetiche russe, contrariamente a quanto fatto dai paesi europei della stessa area, ha portato ad un progressivo impoverimento della popolazione.
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